La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Sport nazionale: strumentalizzare Pasolini
di Angela Molteni, 1° febbraio 2008

Sto riflettendo in questi giorni su alcuni avvenimenti, dichiarazioni e proposte che si fanno strada nel nostro paese e sui quali molti, tranciando giudizi, lanciando anatemi, insistono nel chiamare in causa, a sproposito, Pasolini. Naturalmente, ciò che Pasolini ha detto o scritto viene presentato come in stretta sintonia con le tesi che si intende di volta in volta sostenere: non vi è neppure un tentativo di analizzare gli scritti pasoliniani, la tecnica è soltanto quella di piegare o perlomeno adattare i concetti espressi dal poeta ai rispettivi intenti. 

Un tempo un simile costume si definiva strumentalizzazione, e probabilmente questa è ancora la parola da utilizzare. Dico probabilmente perché a differenza di molti miei simili, sono indissolubilmente legata a una concezione del dubbio di brechtiana memoria. Un dubbio lascia in ciascuno di noi la grande libertà di interrogarsi, di mettere alla prova le proprie convinzioni e i propri valori e di riflettere anche su idee o punti di vista diversi che possono rivelarsi ottimi stimoli per la mente e per il cuore. In coloro che si dedicano a tali indecenti strumentalizzazioni, invece, pare proprio non insorga alcuna ombra di dubbio.

Gli esempi sono molti, troppi perché li possa citare tutti. Mi soffermo dunque in particolare su alcuni temi sui quali si sono esercitate schiere di commentatori impegnati in quello che è divenuto uno sport nazionale: dimostrare la consonanza delle loro idee con i contenuti di alcuni scritti pasoliniani. 

Il primo: a partire dai fatti di Genova 2001, ho letto sulla stampa sproloqui su “Pasolini contro gli studenti”. Molte persone mi hanno anche scritto, quasi potessi immedesimarmi nei loro ragionamenti sulla condanna nei confronti dei giovani contestatori di trent’anni prima trasferendo immediatamente e acriticamente quell’esperienza a un contesto peraltro del tutto differente: quello di coloro che, appunto, manifestavano contro il G8, e dell'apparato repressivo esibito in quell'occasione dal governo italiano. [1] Sarebbe stato sufficiente leggere quanto Pasolini aveva detto e scritto in quella poesia del 1968 e anche dopo (Apologia, 1968): 

«[...] si tratta d’una poesia brutta, cioè non chiara. Questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti “sdoppiati” cioè ironici e autoironici. Tutto è detto come tra virgolette. [...] Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di “ars retorica”, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire una “captatio malevolentiae”: le virgolette sono perciò quelle della provocazione. [...] il vero bersaglio della mia collera non sono tanto i giovani, che ho voluto provocare per suscitare con essi un dibattito franco e fraterno; l’oggetto del mio disprezzo sono quegli adulti, quei miei coetanei, che si ricreano una specie di verginità adulando i ragazzi». [2]
Un ulteriore elemento di analisi è in uno scritto di Pasolini del 1969: 
«[...] Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha "ricevuto" come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per "Nuovi Argomenti") a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa ("L'Espresso"). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma [...]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come "ghetti" particolari, in cui Ia "qualità di vita"  è ingiusta,  più  gravemente  ingiusta  ancora  che  nelle  università». [3]
Ma tutto ciò non è stato evidentemente recepito. Nella testa vuota della massa consumatrice ancora oggi è rimasto soltanto il messaggio distorto che, anche attraverso le martellanti campagne propagandistiche di cui si servono, oltre ai partiti, gli organi di stampa e le emittenti televisive, si è voluto far passare, strumentalizzazioni comprese. Sarà possibile che in un futuro più o meno prossimo le persone si rendano conto che ragionare con la propria testa dovrebbe essere un dovere ineludibile verso se stessi, e che creare le condizioni culturali per acquisire e mantenere una propria, originale, autonoma capacità di analisi e di giudizio sarebbe l’unica via da seguire - anche se forse la più faticosa - per scrollarsi di dosso condizionamenti omologanti e per affermare l’umano, personale primato dell’intelligenza?

Così, di strumentalizzazione in strumentalizzazione siamo ingabbiati in una serie di convinzioni indotte da una sorta di divide et impera, che, insieme alla pressoché totale perdita di memoria storica (una strategia puntualmente e palesemente attuata da forze conservatrici e reazionarie nel nosto paese), intendono ottenere lo scopo finale, tra altri, di estraniarci gli uni dagli altri, di fare rifluire le nostre vite verso modelli inautentici o artatamente costruiti, di assentire tranquillamente allo scippo di diritti conquistati dai nostri padri, di cancellare il senso di solidarietà che a lungo era stato un nostro carattere peculiare, di suggerirci un unico valore da difendere e per il quale batterci, quello del denaro. In altre parole, di alienare dalle nostre menti la parola e l’essenza stessa della democrazia. Chi avesse dubbi in proposito è invitato a seguire le emittenti televisive italiane. Tutte, tanto per intenderci.

Il secondo argomento è di grande attualità nel nostro Belpaese proprio in questi giorni. Si tratta di ciò che Pasolini scrisse sul “Corriere della Sera” il 19 gennaio 1975; il titolo dell’articolo è Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti. Si è scatenata in questi ultimi giorni una gara a tirare per la giacchetta Pasolini da parte di vari commentatori in cerca di legittimazione per le proprie posizioni sul problema dell’aborto e sulla relativa legge. Un problema la cui legalizzazione, proprio qualche mese dopo l’intervento di Pasolini sul quotidiano nazionale, fu sottoposta a referendum popolare e ottenne larghissimo consenso (la legge fu varata nel 1978; gli italiani ne confermarono poi ampiamente la validità in un successivo referendum popolare convocato nel 1981 in cui se ne proponeva l'abrogazione). 

Ebbene, a molti sembrerà stupefacente, ma a distanza di oltre trent’anni da quando una legge mise fine alla vergognosa e tragica pratica dell’aborto clandestino (che aveva anche come conseguenza spesso inevitabile la morte delle donne che vi si sottoponevano) assicurando adeguate tutele anche mediche, i soliti noti sempre alla ricerca di visibilità stanno tentando di rimettere in discussione l’esistenza stessa di tale legge. E per farlo, quale migliore argomento che tirare in ballo ciò che Pasolini aveva scritto, magari sottraendolo a un contesto che può essere rappresentato dal momento storico in cui egli viveva e operava, e da una rilettura dei suoi testi? 

«Chi è a favore dell’aborto? Nessuno, evidentemente. Bisognerebbe essere pazzi per essere a favore dell’aborto. Il problema non è di essere a favore o contro l’aborto, ma a favore o contro la sua legalizzazione. Ebbene io mi sono pronunciato contro l’aborto, e a favore della sua legalizzazione. 
Naturalmente, essendo contro l’aborto, non posso essere per una legalizzazione indiscriminata, totale, fanatica, retorica. Quasi che legalizzare l’aborto fosse una vittoria allegra e rappacificante. Sono per una legalizzazione prudente e dolorosa. Cioè, in termini di pratica politica, condivido, stavolta, piuttosto le posizioni dei comunisti che quelle dei radicali. Perché io sento con particolare angoscia la colpevolezza dell’aborto? L’ho detto anche questo chiaramente. Perché l’aborto è un problema dell’enorme maggioranza, che considera la sua causa, cioè il coito, in modo così ontologico, da renderlo meccanico, banale, irrilevante per eccesso di naturalezza. In ciò c’è qualcosa che oscuramente mi offende. Mi mette davanti a una realtà terrorizzante (io son nato e vissuto in un mondo repressivo, clerico-fascista). Tutto ciò ha dato al mio discorso sull’aborto una certa "tinta": "tinta" che proviene da una mia esperienza particolare e diversa della vita, e della vita sessuale. Come cani rabbiosi, tutti si sono gettati su di me non a causa di quello che dicevo (che naturalmente era del tutto ragionevole) ma a causa di quella "tinta". Cani rabbiosi, stupidi, ciechi. Tanto più rabbiosi, stupidi, ciechi quanto più (era evidente) io chiedevo la loro solidarietà e la loro comprensione. Perché non parlo di fascisti. Parlo di "illuminati", di "progressisti". Parlo di persone "tolleranti". 
Dunque, ecco provato quanto ti dicevo: fin che il "diverso" vive la sua "diversità" in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati dalla tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di "diverso", oppure, semplicemente, osa pronunciare delle parole "tinte" dal sentimento della sua esperienza di "diverso", si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clerico-fascisti. Lo scherno più volgare, il lazzo più goliardico, l’incomprensione più feroce lo gettano nella degradazione e nella vergogna». [4]
E ancora:
«[...] L’aborto legalizzato è infatti - su questo non c’è dubbio - una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito - l’accoppiamento eterosessuale - a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza - questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi - da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura. Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. 
La mia opinione estremamente ragionevole è questa: anziché lottare contro una società che condanna l'aborto repressivamente, sul piano dell'aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano della causa dell'aborto, cioè sul piano del coito. Si tratta - è chiaro - di due lotte 'ritardate': ma almeno quella 'sul piano del coito' ha il merito, oltre che di una maggiore logicità e di un maggiore rigore, anche quello di un'infinitamente maggiore potenzialità di implicazioni. C'è da lottare, prima di tutto contro la 'falsa tolleranza' del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l'indignazione del caso; e poi c'è da imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista, tutta una serie di liberalizzazioni 'reali' riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell'onore sessuale, ecc. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione, e il problema dell'aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando, come dev'essere, una colpa e quindi un problema di coscienza».  [5]
Riporto qui di seguito alcuni stralci da commenti a proposito dell’articolo di Pasolini sull’aborto, il primo di Daniel Agami, il secondo di Enrico Campofreda. 

[Daniel Agami] «Il dibattito sull’aborto è, per Pasolini, un tentativo riuscito della politica di omologazione sessuale degli italiani. Spostando l’attenzione  degli italiani sul problema dell’aborto, il Potere ha finito per nascondere e far dimenticare il vero problema, precedente a quello dell’aborto, ovvero il coito. La legalizzazione dell’aborto, per Pasolini, diventa uno strumento per omologare conformisticamente le abitudini sessuali degli Italiani, per controllare la sessualità (e quindi la sfera privata dell’eros) degli italiani. 

Pasolini evidenzia la matrice “ecologica” di tale referendum (controllare la sovrappopolazione, diminuendo le natalità) e quella repressiva (il sesso visto come consumo unicamente eterosessuale); l’aborto persuade occultamente l’individuo al coito, e a considerare la sessualità come possibile unicamente in un contesto eterosessuale. Per l’intellettuale, l’aborto è un sistema del Potere (trasversale ai partiti) per evitare una liberalizzazione - questa sì autenticamente democratica - della sessualità: la prevenzione del coito mediante il sesso sicuro, l’apertura a nuove possibili tecniche amatorie diverse, una visione più libera e aperta della sessualità, la diffusione della prevenzione sessuale e di una sessualità più estesa in modo libero e senza censure da parte dei mass-media (Pasolini cita emblematicamente la televisione). 

L’aborto è visto dunque come una forma di omologazione conformistica e repressiva della sessualità da parte del Potere antiliberale ed antidemocratica. Più in specifico, Pasolini concepisce una contrapposizione tra mito e realtà; la maternità rappresenta, si diceva, il momento massimo di felicità, in quanto crea un amore forte e felice tra il feto e il grembo materno. La nascita di un bambino, l’infanzia, rappresentano per Pasolini le condizioni giuste perché si sviluppi l’amore felice del bambino verso la propria madre. L’infanzia è vista come espressione ludica, felice, spensierata, quasi onirica, corrispondente al mito, dell’amore verso la propria madre, amore che andrà progressivamente a corrompersi come corruptio boni nell’età adulta. In questi termini, è assolutamente coerente il dissenso del poeta rispetto all’aborto, che di fatto impedirebbe questa condizione di amore felice». 

[Enrico Campofreda] «Ecco il Pasolini più contestato. Dalle femministe e dai radicali innanzitutto, dall’Udi, dal Pci e dal fronte laico parabortista. Da molta sinistra extraparlamentare in materia schierata su posizioni filo-femministe. 

Il poeta è per gli otto referendum [6], ma è traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto e parla contro di essa perché la considera una legalizzazione dell’omicidio. Dunque Pasolini come quei clerico-fascisti da lui tanto detestati? O come la Chiesa, Paolo VI, Comunione e Liberazione e il Movimento per la vita? 

Assolutamente no. Pasolini è credente, lo è d’una fede intima e privata, fede non esibita ed esaltata. Una fede tollerante e tanto basta per differenziarlo, come altri cristiani, dal fronte reazionario. Pone un altro genere di questione tralasciata da tutti, parzialmente anche da radicali e progressisti. A monte dell’aborto c’è il problema del coito. La donna resta incinta a seguito di quell’atto che, nella società consumistica, è diventato più facile. Ma questa facilità non sembra tanto una conquista di autodeterminazione e liberazione sessuale ma di nuove abitudini massificate». 

Strettamente collegato al problema dell’aborto e delle discussioni sviluppatesi in quel periodo è quello della vera e propria ingerenza delle gerarchie cattoliche nelle vicende del nostro paese. Una ingerenza che non è nata dal nulla e che non è di oggi. Pare quasi vi sia un governo parallelo delle cose italiane, una sorta di Potere a cui - in particolare dalla classe politica e da quella costituita dai commentatori dei mass-media - sia dovuta una sorta di perenne sottomissione che sconfina nel vassallaggio.

Scrive ancora Enrico Campofreda: 

«C’è un modo altezzoso, supponente, ostinatamente osceno di approcciarsi a un interlocutore che una parte del mondo cattolico tuttora conserva. È lo stile dell’organo di stampa del Vaticano “L’Osservatore Romano” cui fa riferimento il poeta in questo scritto [7]. In verità questa non è solo una prerogativa d’una certa ufficialità cattolica, taluni sedicenti laici - che poi veri laici non sono - mostrano un eguale parlare ex cathedra. Lo fanno politici di ieri e di oggi dai volti noti e meno. Lo fanno i baroni di finanza, economia, accademia e cultura. E ci fermiamo qui perché il processo a catena coinvolge a cascata settori meno illustri e pregiati della società. È l’atteggiamento dell’uomo di potere che guarda dall’alto in basso e non riconosce dignità a chi non ha in mano eguali leve e non appartiene al rango. È un fare antiegualitario, razzistico, reazionario. 

Pasolini se lo ritrova contro nell’organo ufficiale della Santa Sede che di lui scrive: 

«Non sappiamo donde il suddetto [Pasolini] tragga tanta autorevolezza se non da qualche film di enigmatico e riprovevole decadentismo, dall’abilità di uno scrivere corrosivo e da taluni atteggiamenti alquanto eccentrici».
Lui risponde: 
«Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla voluta; dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io considero del resto degno di ogni più scandalosa ricerca. [...] Ma supponiamo che una mia “autorevolezza” esista: allora la posizione vaticana è ancor più grave. Essa mette sotto accusa non solo le cerchie culturali ma critici e spettatori che decretano il successo delle mie opere cinematografiche. Tutto ciò è considerato “culturame” e lo è perché non è clerico-fascista. La storia della Chiesa è una storia di potere e di delitti di potere: ma quel che è ancora peggio è una storia di ignoranza […] È su essa che si è modellata l’ignoranza qualunquistica della borghesia italiana. Si tratta infatti di una ignoranza la cui definizione culturale è: una perfetta coesistenza di “irrazionalismo”, “formalismo” e “pragmatismo”».
Un compito della Chiesa per la sua rinascita dovrà esser quello della “liberazione dal potere” con la radicale distinzione fra Chiesa e Stato. Rovesciando il grande imbroglio dell’interpretazione clericale della frase di Cristo: “Dà a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. 

Ancora il poeta: 

«In essa è concentrata tutta l’ipocrisia e l’aberrazione che hanno caratterizzato la Chiesa controriformistica. Si è fatta passare come moderata, cinica, realistica una frase di Cristo che era radicale, estremistica, perfettamente religiosa. Cristo non poteva voler dire: “Accontenta questo e quello, non cercar grane politiche, dà un colpo al cerchio e uno alla botte”. In assoluta coerenza con la sua predica lui voleva dire: “Distingui nettamente far Cesare e Dio, non confonderli qualunquisticamente, non conciliarli”. Cristo poneva una dicotomia estremistica e invitava all’opposizione perenne a Cesare, anche se magari non violenta».
Per secoli il Potere ha trovato nell’interpretazione clericale giustificazione per il suo essere e i suoi soprusi, la Chiesa, più che fare da contraltare a Cesare e occuparsi dello spirito, s’è fatta essa stessa Potere materializzando Dio. In tempi recenti la sua temporalità, limitata dalla nascita dello Stato unitario italiano, è stata riproposta dal Concordato del 1929 che restituiva al Vaticano l’aspirazione di rilanciare ideali teocratici. Il regime fascista strizzò l’occhio a un simile disegno sacrificando sessant’anni di laicità dello Stato liberale in cambio della benedizione dei propri labari squadristi e della sua dittatura. 

Ma ciò che accadde coi Patti Lateranensi - che fra l’altro fecero del cattolicesimo la religione ufficiale dello Stato Italiano - fu la nascita d’una grande alleanza ideologico-politico-religiosa che accomunava le componenti reazionarie del Paese: il capitalismo che aveva foraggiato e lanciato il fascismo come suo braccio armato contro le rivendicazioni della classe operaia, la parte politica squadrista e borghese che aveva sospinto e sostenuto la dittatura mussoliniana, il clero conservatore incarnato da papa Ratti (Pio XI) che faceva del fascismo un alleato in funzione antibolscevica. Prendeva forma quel clerico-fascismo che incarnerà il volto oscuro della società italiana nei restanti anni del Regime e anche dopo la Liberazione. Le sopravvivrà nelle nuove formazioni politiche sedicenti antifasciste, come la Democrazia Cristiana e non solo, diventerà modus vivendi et cogitandi trasformandosi in un vero cancro d’un sistema tutt’altro che civile e laico, come più volte il poeta annotò. Lo stesso Partito comunista, accettando l’articolo 7 della Costituzione, rinuncerà alla laicità dello Stato in funzione pro-cattolica e a vantaggio d’un clericalismo di ritorno, tanto da subire l’offensiva dei Comitati civici nella disfatta elettorale del 18 aprile ’48 e le reiterate scomuniche di Pio XII. 

Solo il nuovo Concordato del 1984 ristabilì nuovi principi: il cattolicesimo cessava d’essere religione di Stato e l’insegnamento della religione nelle scuole non era più obbligatorio. Ma simboli come il crocifisso rimarranno nelle aule e negli ultimi anni crescerà una nuova ventata di integralismo e intolleranza contro le altre religioni foraggiata dalla destra politica. E a trent’anni dall’auspicio pasoliniano per un rinnovamento la Chiesa ripropone la sua ingerenza sulla legislazione statale [...]». 

VEDI ANCHE
Pasolini dalla parte delle donne. Contro il potere, di Maria Antonietta Macciocchi

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[1] Il Pci ai giovani!! Appunti in versi per una poesia in prosa, in “L’Espresso” (giugno ’68) con il titolo Vi odio, cari studenti seguiti da una Apologia. Ora in Pasolini. Saggi sulla Letteratura e sull'Arte, tomo I, Meridiani Mondadori 1999.
[2] Tavola rotonda organizzata dall’”Espresso” il 16 giugno 1968. A riprova dei concetti espressi, occorre ricordare che fu proprio Pasolini che instaurò, in quegli anni, contatti fecondi con due movimenti che allora richiamavano l’attenzione dei giovani, Lotta continua e la Federazione giovanile del Partito comunista italiano.
[3] Nel periodico «Tempo» del 17 maggio 1969, poi in «Caos», Mondadori, Milano 1988.
[4] Gennariello, Paragrafo terzo: ancora sul tuo pedagogo”, in Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976.
[5] Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975.
[6] Si tratta di otto referendum lanciati dal Partito radicale tra il 1973 e il 1974, con la raccolta di firme per indire otto referendum (alcuni ammessi, altri esclusi dalla Corte Costituzionale): tra essi, la legalizzazione dell'aborto, il mantenimento della legge sul divorzio, l'abrogazione dal Codice penale delle norme più repressive della Legge Reale, l'abrogazione del Concordato, il finanziamento pubblico dei partiti (alcuni votati nel 1974-75, altri successivamente). Occorre aggiungere, in particolare, che ebbero esito largamente positivo i referendum sull’aborto (sì alla sua legalizzazione), sul divorzio (no all’abrogazione della relativa legge, istituita il 1° dicembre 1970) e sul finanziamento pubblico dei partiti (su quest’ultimo tema, mi pare il caso di ricordare che l’espressa contrarietà dei cittadini fu poi aggirata con provvedimenti legislativi che hanno in seguito reintrodotto [1993] il finanziamento pubblico  dei  partiti  sotto forma di rimborso elettorale, di cui tra l’altro abbiamo sentito già riparlare in questi giorni...).
[7] 6 ottobre 1974. Nuove prospettive storiche: la Chiesa è inutile al Potere, in “Corriere della Sera" col titolo Chiesa e Potere, poi in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975.

 

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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
A "PAGINE CORSARE" 
DA OTTOBRE 1998









 


Sport nazionale: strumentalizzare Pasolini, di Angela Molteni

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