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Saggistica Pasolini e la scuola
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La meglio gioventù
di Pasolini
I ricordi di alcuni degli allievi di
Pier Paolo Pasolini
«Nel libro si è
data voce alla "meglio gioventù" che popolava i campi del Friuli
e ne gremiva le piazze, si sono ascoltate storie di vita e aspirazioni
di persone entrate nella biografia e nelle opere letterarie di Pier Paolo
Pasolini, cercando di capire quanto egli stesso avesse inciso in quella
realtà.
e di Marianna Leonarduzzi di Domanins] (Walter) Noi, allievi
"pasoliniani" della Scuola media di Valvasone negli anni 1947-48 e '48-49,
ci ritroviamo ogni anno magari per una pizza. Lo facevamo anche quando
il nostro professore [Pasolini] era vivo, è lui che ci ha insegnato
la solidarietà, il valore dello stare insieme.
(Marianna)
A sùnin li ciampanis(Suonano le campane / suonano pian piano / e il loro suono si sperde / come uccelli nell'aria / suonano le campane / suonano pian piano). Questa l'avevo passata all'Annì, e io mi ero tenuta l'altra, ma lui si è accorto e le ha detto: "Ma questa non è tua, è di Mariannina!". (Walter) Io ne avevo
scritta una su un cardellino, chiuso in una gabbia dai ferri argentei.
Lui mi ha detto che lo aveva colpito quel "ferri argentei".
(Marianna) A primavera
ci portava fuori, in campo sportivo, a studiare. Noi stavamo seduti in
circolo, e lui in mezzo ci faceva lezione. Non ci distraevamo, perché
aveva un forte potere di attrazione e quasi ci incantava. Non si creda
che fossimo plagiati. Avevamo il piacere di studiare e il piacere di dargli
soddisfazione, perché lui lo desiderava. Con qualche eccezione,
s'intende. Un giorno ci aveva assegnato di comporre delle frasi, ma noi
eravamo svogliati. Quando è passato per i banchi e si è accorto
che nessuno aveva lavorato, si è trasformato: tremava la mascella,
stava zitto a guardar fuori. Non si sentiva volare un mosca, e ci siamo
vergognati per avergli dato un dispiacere. Era un metodo di insegnamento
che ci coinvolgeva, perché non ci trattava solo da alunni, ma molto
di più.
* * * Disciplina d’assedio
In divisa a pattugliare le strade delle città, in divisa sui banchi di scuola. La passione per l'obbedienza e il conformismo fa un altro insidioso passo avanti con il decreto legge, proposto dal ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini e approvato ieri dal consiglio dei ministri. Non avremo più nulla da invidiare alle coreografiche scolaresche dell'Iraq di Saddam Hussein, che per giunta non potevano contare sull'eleganza del made in Italy, in fermento, si dice con soddisfazione, per aggiudicarsi l'appalto dello scolaro modello. E siccome all'abito deve corrispondere il monaco, torna il 7 in condotta ad assicurare la bocciatura a chi non onorerà disciplinatamente la divisa che indossa (reale quella dei più piccoli, simbolica quella degli studenti delle superiori). Non saranno più tollerati talenti e intelligenze che neghino il proprio ossequio alle gerarchie, per quanto ottuse e incapaci possano rivelarsi. Non c'è sapienza senza obbedienza. Il tutto perfettamente coerente con una riorganizzazione degli studi che, accorciando l'obbligo scolastico e banalizzando i contenuti dell'insegnamento, bandisce capacità critica e indipendenza di giudizio. Il pretesto è lo stesso applicato alla stretta sull'ordine pubblico: lì la microcriminalità qui il «bullismo». Emergenza del tutto immaginaria di un fenomeno riscontrato fin dai tempi del libro Cuore, e che solo negli anni della contestazione studentesca fu pressoché cancellato dall'azione collettiva e dall'impegno politico, il quale mise, fra l'altro, fuori gioco quella forma di «bullismo» rituale, caro alla destra, che andava sotto il nome di goliardia. I feroci contestatori non malmenavano portatori di handicap, non stupravano compagne di scuola, non discriminavano nessuno. La vecchia retorica intorno al grembiule, che lo voleva strumento di eguaglianza, almeno nelle apparenze, tra studenti ricchi e poveri (sebbene la distinzione di classe abbia sempre saputo mostrarsi anche attraverso le divise e il grembiule nero fosse imposto nelle superiori alle sole ragazze fino al 1968), torna grottescamente invariata in un mondo dove tutti i ragazzi e le ragazze scelgono liberamente abbigliamenti piuttosto omogenei e negli stessi grandi magazzini. Ma quel che conta è che l'eguaglianza non deve essere quella di gusti e modi di vita condivisi dai giovani, bensì quella imposta per decreto dall'ideologia livellatrice della signora Gelmini e dal sadismo moraleggiante dell'ineffabile «Movimento genitori italiani». La convivenza civile, sottratta all'autorevolezza della ragione e del confronto, passa, anche nella scuola, all'autorità dei regolamenti e delle sanzioni. E torna anche l'«educazione civica», ma con un inquietante slittamento semantico: si chiamerà «Cittadinanza e Costituzione». Cosa significa? Si tratterà di un catechismo di obblighi e doveri che gronda «valori occidentali e cristiani»? E della Costituzione italiana qualcuno si prenderà la briga di spiegare quanto venga calpestata e disattesa dai «bulli» in giacca, cravatta e auto blu? * * * Il parere di un insegnante
[...]
«La repressione degli studenti è un indice della debolezza e del fallimento della scuola. Se i ragazzi fanno casino è perché a scuola ci stanno male. L'aria che tira è efficientista, meritocratica e securitaria. Dunque chi non è in linea va punito e escluso. È stato così anche con il ministro Fioroni (Pd) che ha enfatizzato la campagna anti-bullismo. La scuola italiana è tra quelle a più alta dispersione e tra le più classiste. Di fatto si è abbassata l'età dell'obbligo consentendo dopo le medie di continuare nella formazione professionale. I ricchi vanno al liceo, gli altri all'istituto tecnico dove gli episodi di bullismo aumentano, chi è ai margini della società non va a scuola. La scuola che dovrebbe livellare le distanze sociali, diventa invece un setaccio per selezionare chi andrà avanti e chi resterà fuori. I ragazzi vanno a scuola o per coercizione o per senso del dovere. Ma per loro i momenti migliori sono l'entrata, l'uscita e l'intervallo. I programmi nei licei sono del 1923 e il gap tecnologico e generazionale è sempre più grande. I fondi sono sempre meno e il mercato privato dell'istruzione fa sempre più gola. Anche questa generazione si ribella come può. Ma purtroppo questa iniziativa del voto in condotta avrà successo, anche per quegli insegnati che si sentono soli e impotenti. Il bullismo è uno sfogo, una ribellione, oppure è legato alla cultura di odio contro il diverso, il disabile o lo straniero, o è dovuto al consumismo sfrenato (il bullo ruba il telefonino). Ma scaricare sugli studenti le colpe degli adulti giudicandone la condotta è sempre ipocrita». Il 7 in condotta lo
merita il governo
Ormai è diventata la nuova emergenza nazionale. Spariti o fatti sparire i rifiuti dal centro di Napoli (e dalla periferia?), intinte le dita dei rom nell'inchiostro nero fornito dalle autorità, il tutto mentre Berlusconi si garantisce l'ennesima impunità grazie all'ennesima legge ad personam, ora sotto l'occhio vigile e isterico della pubblica opinione, fomentata ad arte dai mass media (tra i più servili del mondo), ecco che è arrivata la scuola. Non passa giorno senza che più o meno autorevoli commentatori - la maggioranza dei quali molto lontani dalla scuola vuoi per anagrafe vuoi per competenza - dicano la loro. E allora dagli al "fannullone", al professore "terrone", al precario "vecchio", alle spese "inutili". Inutile, semmai, ricordare che molte delle più prestigiose penne del nostro giornalismo fanno parte di una vera e propria "casta", dove i cognomi in qualche modo si assomigliano tutti (sarà un caso?). Scrivono in giornali che ricevono contributi pubblici di non poco conto, spesso guidati, presieduti o posseduti da potentati economici che fanno del conflitto di interesse il loro credo e la loro pratica quotidiana. Si sono mai sentite critiche sul loro operato da queste testate? forse che qualche giornalista abbia messo sotto accusa il suo editore, il suo ordine, i suoi colleghi (magari parenti?). È dalla controinformazione degli anni Settanta che non ne abbiano notizia. Ma comprendiamo la questione: la scuola appare oggi come un prodotto facilmente "spendibile", come i rom, gli extracomunitari, la sicurezza, i soldati per le strade e i tanti gossip più o meno a luci rosse e più o meno istituzionali. È facile ottenere il plauso dei "benpensanti" dopo decenni di assoluto disinteresse nei confronti non solo della scuola ma della cultura in genere. Ora, può capitare che qualche articolo si mostri interessato al lavoro degli insegnanti, che li difenda, che si schieri dalla sua parte. Può capitare e ne siamo contenti. Ma la questione del 7 in condotta è più complessa. Nessuno nega che sia una potente arma in mano agli insegnanti e che se ben utilizzata possa permettere loro di insegnare meglio, di fare pesare la propria "autorità", il proprio "prestigio". Ma il problema è più complesso. Perché un insegnante dovrebbe punire uno studente per il suo linguaggio colorito? Non fanno lo stesso - e anche peggio - decine e decine di parlamentari, di minsitri, di uomini e donne dello spettacolo? E non fanno lo stesso numerosi giornalisti della carta stampata non appena approdano in televisione? Perché punire un atto di bullismo? Non sono forse più pericolose le ronde, i presidi/pogrom davanti ai campi rom, le apologie del fascismo e del nazismo? Perché condannare uno studente se beccato a rubare nella cartella del compagno quando atti ben più gravi ricevono il plauso di parte delle istituzioni con annessi condoni? I ragazzi meritano in certi casi il 7 in condotta a scuola? E allora date tutti il buon esempio, invece di fare a gara a dare consigli od ordini a chi a scuola ci lavora da anni e che ora viene sbattuto in mezzo alla strade senza troppi complimenti. Fate un piacere alla società, cari giornalisti: liberate l'accesso alla professione, perché i tempi sono duri e migliaia, anzi centinaia di migliaia di docenti non aspettano altro che spendere i propri curricula in un mestiere tanto prestigioso. Essendo stati a scuola ed avendo visto realmente di quale "emergenza" si tratta, forse saremmo in grado di riportare le cose sul piano della realtà fattuale e di vedere, per esempio, che se nelle scuola si fumano spinelli, alla camera e al senato c'è chi fa uso di cocaina. Ma mentre le scuole e i ragazzi vengono sbattuti in prima pagina, lorsignori beneficiano del sequestro della trasmissione "Le Iene", che mostrava cosa significa essere fatti oggetto del narcotest. I giovani fanno sesso nei bagni? E i festini con prostitute di onorevoli impegnati nella difesa della famiglia tradizionale? Magari come giornalisti riusciremmo a criticare il sistema radiotelevisivo nonché quello della carta stampata, dove non compaiono più editori puri, ma imperi economici, gli stessi che troviamo direttamente o indirettamente al governo del paese come anche nelle aule giudiziarie a rispondere di questo o quel reato. E magari non avremmo problemi a dimetterci di fronte a un capo redattore che ci intima di cestinare, che so, un articolo negativo su un ristorante di due noti stilisti nostrani perché altrimenti gli stessi non finanzierebbero più la testata... Forse, perché poi una volta dentro - si sa, siamo in Italia - si cambia tutti. Un po' più di coerenza, cari critici della scuola, non farebbe male: come siete arrivati lì? Avete fatto concorsi, specializzazioni, perfezionamenti, master, dottorati? Noi sì e ci danno un bel calcio nel deretano! Non abbiamo bisogno della vostra solidarietà condizionata, come nel caso del 7 in condotta. Vi chiediamo, anzi, vi preghiamo di essere altrettanto duri e trasparenti con i potenti e non seguire di volta in volta le mode o le emergenze del momento. Noi nel nostro lavoro sbagliamo, ci mancherebbe. Ma prima di sbattere il mostro in prima pagina ci pensiamo non una ma dieci volte. Cosa che, tanto per fare un esempio, avreste dovuto fare ai tempi del delitto di Erba, quando tutti in coro siete andati a linciare il mostro solo perché tunisino e spacciatore. Spacciatore uguale assassino? Beh, allora non c'è da andare molto lontano dalle stanze in cui stanno per preparare il nostro licenziamento.
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