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Saggistica La luce della Resistenza
Sulla
prima pagina culturale de "la Repubblica" del 22 aprile 2006 è stato
pubblicato da Gian Paolo Serino (vedi foto a sinistra), con il titolo
La
luce della Resistenza un bellissimo inedito (scritto nel 1955) di
Pier Paolo Pasolini che avrebbe dovuto uscire su "Paragone", e inoltre
alcuni brani inediti di lettere di Pasolini. Lo stesso giorno Serino ha
inserito tali documenti anche nel suo blog intitolato satisfiction.
. Qui di seguito: lo scritto introduttivo di Gian Paolo Serino dalla pagina di "Repubblica", l'inedito pasoliniano La luce della Resistenza e frammenti inediti di lettere di Pasolini. [A.M.] . . . di Gian Paolo Serino “Viviamo
in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede
assolutamente l’urgenza del capire”. È questo uno dei molti passaggi
di sorprendente attualità tratti da un inedito di Pier Paolo Pasolini
scritto nel 1955. Pasolini aveva previsto non solo il ’68, ma anche il
filo sempre più sottile tra intellettuali e politica. Questo inedito,
però, è anche un vero e proprio manifesto programmatico di
quelle che saranno le sue opere e la sua vita. Due pagine dattiloscritte
che riemergono ora, insieme ad alcune lettere inedite, dall’Archivio di
Giancarlo Vigorelli: all’epoca redattore e caporedattore di riviste come
“L’Europeo” e “Oggi”, inviato speciale e critico letterario de “Il Tempo”
e negli ultimi anni presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani
di Milano. Fu proprio Vigorelli, scomparso lo scorso settembre a 92 anni,
tra i primi a scoprire il talento di Pasolini: grazie ad una sua recensione
l’Italia iniziò a conoscere il poeta de La meglio gioventù.
Lo testimoniano anche le lettere che Pasolini scrisse a Vigorelli tra gli
anni ’50 e ’60 , sempre in bilico tra timidezza quasi reverenziale
e affetto, bisogno conclamato di aiuto e brevi ma folgoranti confidenze.
Ansioso per una mancata risposta, poi felice per la recensione particolarmente
apprezzata dal padre: del quale il giovane poeta dimostra di desiderare
il consenso e la stima, in modo quasi angosciante.
Ne deduciamo inoltre che molti, se non tutti i suoi scritti giovanili fossero custoditi non dalla madre, come si è sempre scritto, ma proprio dal vecchio e malato genitore. In quegli anni difficili Vigorelli gli commissiona molti articoli per le sue riviste ed è tra i pochi intellettuali italiani - Alberto Moravia, Carlo Bo, Gianfranco Contini ed Emilio Cecchi - a difenderlo durante il processo per oscenità intentato nel 1955 contro Ragazzi di vita. Questo saggio inedito, che sarebbe dovuto apparire sulla rivista “Paragone”, e le lettere (qui pubblicate in versione non integrale) sono tuttora custoditi nell’Archivio Vigorelli insieme a autografi, inediti, epistolari, documenti e manoscritti di tanti grandi scrittori italiani ed Europei del ‘900, come europea è la sua raccolta di libri, quasi 50.000 volumi, buona parte in edizioni e lingua originale. di Pier Paolo Pasolini Qualcosa
pare oggi, nella primavera del ’55, realmente finito: il dopoguerra. È
finito non solo nel disordine e nella corruzione, ma anche nelle coscienze
di viverci. Il senso di liberazione e di ripresa, dal ’45 agli anni immediatamente
successivi, sembra ormai il dato di una psicologia lontana: e si ripresenta
viziato, all’interno di ognuno di noi, dello stesso male che avrebbe portato
il mondo esterno - la classe dirigente italiana, nella fattispecie - all’involuzione
di oggi. Si sente il desiderio di dimenticarlo e superarlo, come un legame
stantìo, impuro e un po’ ridicolo.
Esattamente il contrario avviene per gli anni della Resistenza: che si sono fissati in una luce che si fa sempre più limpida. Nessun desiderio di superarli - come per gli anni del dopoguerra: e nemmeno, certo, di ritornarci, se essi richiedono di contare come un’esperienza unica e altissima: sicuramente la più alta della nostra vita. Di farsi paradigma: cristallino nella necessità e nella violenza con cui le circostanze lo hanno determinato - che dimostri, come dato, determinato appunto dalle circostanze storiche e fuori dalla nostra coscienza logica e dai nostri programmi, una possibilità: la possibilità di un’intesa tra uomini della più diversa formazione e delle più diverse tendenze. Allora, ciò che univa era la necessità del combattere - dell’agire -, oggi, che quel paradigma va sciolto nei suoi termini logici e riportato all’analisi, della necessità di capire. (Si badi che noi parliamo da intellettuali, non da politici: anche se la distinzione vale solo alla superficie). E la comprensione del mondo, l’atto del capire, può realizzarsi anche in una posizione che non sia resa estrema da una scelta: può realizzarsi anche in una posizione intermedia (ma non di terza forza o di aprioristica coalizione!), in cui chi vi si trova abbia una coscienza chiara (e soffra magari un dramma sincero) della propria impossibilità di scegliere: assumendo questa impossibilità a dato storico. E si badi che noi, di tendenza marxista, non usiamo in questo momento un linguaggio che sia marxisticamente eretico, non usciamo dall’impostazione classista del discorso. Dei borghesi - come sono gli intellettuali invitati a questa testimonianza nel «Dibattito» - commetterebbero, ne siamo certi, un peccato di irrazionalità se, per salvarsi, si gettassero definitivamente in un’azione che, data la scelta compiuta, li giustificherebbe davanti a se stessi e li annullasse in una specie di anonimato e di conformismo. Meglio che di una conversione, si tratterebbe, in tal caso, di una inversione del proprio essere storico. Ed è per questo che non si dovrebbe tornare alla Resistenza nemmeno nel migliore degli atteggiamenti, per così dire, parriani: non sempre la purezza di un ideale e di una nostalgia garantiscono la sua necessità. Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire: mai un fare è stato in così immediata dipendenza da un conoscere. E se una conciliazione dei vari modi di conoscenza (o almeno dei due fondamentali) è possibile, questa, ripetiamo, non può essere che drammatica: religiosa, senza autolesionismi o irrazionalismi mistici. Come allora a unirci erano le difficoltà e i pericoli esterni, oggi dovrebbero essere le difficoltà e i pericoli interni: se le istituzioni e gli ideali democratici non sono minacciati da una scatenata violenza di eserciti, ma da una scissione che disgregando la società in una pratica e ideologica lotta di classe, disgrega in realtà la vita stessa, nella pienezza che questa raggiunge attuandosi nei singoli individui. E l’equilibrio (quello, supremo, della Resistenza) non va certo raggiunto cancellando uno dei termini del dilemma: ma vivendo il dilemma nel modo più rischioso, intellettualmente e sentimentalmente. [frammenti] Una felicità quasi infantile Ecco alcuni brani dalle lettere inedite che Pier Paolo Pasolini scrisse al critico Giancarlo Vigorelli Roma 10 Giugno ‘50 Gentile Sig. Vigorelli, forse avrà avuto notizia dagli uscieri o dalla telefonista della mia insistenza nel volerla rivedere: non era per capriccio, Lei lo sa. Ora avrei bisogno del materiale che Le ho lasciato, per cercare di pubblicarlo da qualche altra parte. Roma 30 agosto ‘54
Roma 6 ott 1954
Roma 11 dicembre ‘55
Roma, 8 ottobre 1969
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