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Saggistica Pasolini: o dell'impolitico
che è politico
Facile sottrarre ad un’appartenenza
comunista un uomo che aveva visto morire il fratello per mano dei partigiani di Tito
ed aveva avuto il padre salvatore di Mussolini dalle mani dell’attentatore
(o meglio, presunto tale) Zamboni. E poi non era stato espulso dal Pci
per “indegnità morale”? Purtroppo per costoro è noto cosa
Pasolini pensasse in genere dei padri e cosa, soprattutto, pensasse e scrivesse della morte
del fratello. A tale proposito rimane la risposta ad un lettore che lo incalzava sulla questione:
dopo aver brevemente contestualizzato la fine di Guido (questo era il nome
del fratello) nella situazione delle terre fra Italia e
Jugoslavia durante il periodo 1943-45 (è il periodo delle foibe,
tanto per intenderci), così concludeva lo scrittore: “Che la sua morte sia avvenuta
così in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi
dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che
nulla è semplice, nulla avviene senza complicazione e sofferenze: e che quello
che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge
le parole e le convenzioni, e va a fondo
nelle cose, dentro la loro segreta e inalienabile verità”. La verità,
ancora e sempre la verità: Il grande intellettuale si riferiva all’Italia martoriata dalle stragi fasciste e dai tentativi di colpo di Stato. Lo avremmo volentieri visto oggi nel corso di un dibattito riprendere le sue provocatorie tesi su un fascismo sempre più autobiografia della nazione, molto più reale oggi, nella sua logica cinicamente antidemocratica, di quanto lo fosse trent’anni fa (ossia ai tempi di quello che veniva definito il sistema di potere democristiano). Ci sarebbe piaciuto sentirlo mettere in rima omologazione con globalizzazione, conformismo con berlusconismo; con il suo coraggio e la sua autorevolezza. Ecco, il coraggio: dire ciò che è, sempre e dovunque. “La cosa più dura è scoprire quello che già si sa”, scriveva Elias Canetti. Questa è la dimensione in cui collocare Pasolini, definito da Asor Rosa, qualche tempo fa, “nostro impolitico profeta”. Impolitico è colui che rifiuta, magari soltanto per via estetica, come sembra essere per Pasolini, lo stato di cose presente. Ma già in questo c’è un atteggiamento così totalmente marxista da anticipare ogni possibile forma di una scelta altrettanto totalmente politica: quella scelta che il poeta pagò con il martirio.“[...] Io so. Ma non ho le prove. Il poeta al congresso radicale: «Sono
un marxista che vota Pci»
“Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e di irrazionalità e magari di arbitrio che permettono di spiazzare - magari con un occhio a Wittgenstein - la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall’uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o se vogliamo, del suo patto formale. Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un’autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani: e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità per esempio dei radicali”. Cultura contro nevrosi
“Essere marxisti, oggi, in un Paese borghese, significa essere ancora in parte borghesi. Fin che i marxisti non si renderanno conto di questo, non potranno mai essere del tutto sinceri con se stessi. La loro infanzia, la loro formazione, le loro condizioni di vita, i loro rapporti con la società, sono ancora oggettivamente borghesi. La loro «esistenza» è borghese, anche se la loro «coscienza» è marxista. Nelle poche righe della sua lettera, io, benché non sia un medico, posso cogliere i sintomi, sia pure ancora leggeri di una «nevrosi». L’introversione, il nero dell’angoscia, l’interruzione dei rapporti normali con gli altri, la nascita, come mito, della solitudine e dell’odio: sono tutti sintomi di questa malattia tipicamente borghese. Essa, in parole poverissime, deriva dall’urto dell’io con il Super Ego, ossia con le leggi di una vita sociale con la sua morale e la sua religione: nella fattispecie, l’organizzazione borghese e la Chiesa cattolica. Essere comunista nella coscienza ideologica può non servire in questi tristi travagli di una esistenza costretta a campare in un mondo ben lontano dall’essere comunista. Così come essere comunista non può preservare dal prendersi un raffreddore, una polmonite o un mal di fegato. La nevrosi è una malattia come un’altra, che deriva invece che dalle sfavorevoli condizioni di un ambiente sociale. Tuttavia se il comunismo non si limita a essere una semplice idea, una scelta politica, una speranza, una fede, ma diviene cultura nel senso pieno e integrale della parola, allora può essere veramente terapeutico, e addirittura preventivo, contro malattie, del genere della sua: contro le grandi o piccole alienazioni”. Il regista su “Vie nuove” e la corrispondenza
con i suoi lettori
“L’anormale complessato, infatti, non volendo accettare l’anormalità che lo relega in una minoranza di «diversi» rispetto alla società dove vive, e anzi soffrendone orribilmente, tenta di inserirsi di prepotenza nella maggioranza, accogliendone e facendone suoi tutti i canoni, tutte le regole, tutte le istituzioni. E, come sempre succede, finisce, come si dice, con l’essere «più realista del re». Non c’è nessuno che sia più fanatico, più duro, intransigente di un anormale che difende la norma. Per lo più tale tipo di anormale è represso: cioè non vuole accettare e addirittura nemmeno sapere la propria anormalità. La mette a tacere, la rimuove, vi distende sopra un velo impenetrabile. Il fascismo e il nazismo erano pieni di tali «anormali repressi»: malati, deformi nani, impotenti, invertiti che non volevano accettare la propria inferiorità, non la nominavano nemmeno, e, per compenso, si davano violentemente a difendere una ideologia - viriloide e prepotente - che era il conformismo per definizione. Non c’è nessuna ragione perché alcuni ebrei, deboli, sfuggissero a questo meccanismo, che purtroppo regola ancora gran parte dei rapporti umani; atroce sopravvivenza preistorica, da tribù, nell’uomo moderno, che è ben lontano dall’essere veramente libero… Un ebreo, al tempo del fascismo, non poteva non avere la nefanda tentazione di accettare il fascismo, in quanto alibi alla propria diversità: come, appunto, un malato, un deforme, un nano, un impotente, un invertito. Alcuni ebrei hanno ceduto: anche perché, oltretutto, appartenenti proprio a quella borghesia di cui il fascismo era prodotto. Ma questo non significa nulla. E’ non solo ingeneroso, ma stupido generalizzare. Sarebbe come prendersela con tutti i nani, perché alcuni uomini bassi di statura si sono giganti facendo i fascisti; sarebbe come prendersela con tutti gli invertiti, perché alcuni invertiti hanno surrogato alla loro virilità mancante con la crudeltà delle Ss. Ha ragione Moravia: in questo momento il problema centrale dell’umanità è il problema razziale. Tutto tende a porsi a termini razzisti. Perfino l’anticomunista ha qualcosa di razzista: son sicuro che certi disperati razzisti, certi dolorosi cattolici… vedono i comunisti come appartenenti ad un’altra «razza »; e ne traggono tutte le reazioni tipiche: orrore, senso di impurezza, scandalo. Si guardi intorno nel mondo: il rapporto tra i bianchi e gli uomini di colore, tra gli ariani e gli ebrei, tra gli appartenenti a una casta e gli appartenenti ad un’altra casta: tutto si pone in termini razzistici. Perfino… due o tre anni fa l’offensiva contro i teddy boys era tipicamente razzista… Questa è barbarie pura: e chi è senza almeno un’ombra di questa barbarie, scagli la prima pietra”. Ad una lettrice che si diceva dispiaciuta in quanto Pasolini aveva criticato Stalin, lo scrittore rispondeva nel modo seguente, il 28 ottobre 1961: “Probabilmente non sono tanto più giovane di lei da non aver vissuto le sue stesse esperienze fondamentali. Anch’io durante la guerra, e subito dopo, ho amato con tutto il core quell’uomo, misterioso e simbolico. Con centinaia di migliaia di cittadini, vedevo in lui il liberatore vero, ingenuamente. Ero molto giovane, e quasi infante in politica. Ora, quel mito, per quel che mi riguarda è totalmente esausto: resta, di mitico, la grandezza militare di Stalin, e il suo «pugno di ferro», indubbiamente necessario in un lungo e terribile periodo di emergenza. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù… Non posso perdonare a Stalin le repressioni, le ingiustizie, i campi di concentramento. Il comunismo è perfettamente inutile se non considera sacro il rispetto per la persona umana. Il capitalismo, e non solo nelle sue punte estreme - fascismo e nazismo - è odioso appunto perché non prova questo fondamentale rispetto e, in nome dei suoi supremi interessi - che si ammantano sempre di pseudo-ragioni idealistiche -, umilia la persona umana… La mia non è l’opinione di un politico competente, ma di un uomo sensibile ai problemi politici. Ora quel tanto di cieco, di irrazionale, di fanatico, di arcaico, di infantile che le enormi masse russe hanno apportato alla forza rivoluzionaria, proprio per il fatale avanzare della rivoluzione, è andato esaurendosi: e Stalin appare veramente come un uomo di altri tempi, completamente esaurito. Forse egli è stato necessario. Ora non lo è certamente più. Ed è inutile rimpiangerlo, o farne nostalgiche palinodie”. |
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