|
|
|
Saggistica L’eredità del Decameron:
.
Il
Boccaccio sullo schermo? È un invitar la lepre a correre. [1]
Era il lontano 1973, e sulle prestigiose pagine degli Studi sul Boccaccio, diretti dal compianto Vittore Branca, l’annalista infaticabile del cinema italiano Giovanni Grazzini pubblicava uno schizzo rapido e divertito, ma non esente da accenti di amarezza, sul “fenomeno” che vedeva il nome, le opere, l’eredità di Boccaccio, letteralmente “spiaciccati o spalmati” sullo schermo di quei primi anni Settanta: al di là dell’indiscutibile valore letterario del Decameron, il critico partiva da constatazioni di ordine meramente pratico, osservando come “qualunque regista che sopperisca col mestiere alla mancanza d’ingegno creativo saprà portare sullo schermo una novella del Boccaccio”, [2] sottolineando come la ricchezza di temi, ambientazioni, spunti scenici e drammatici dell’opera boccacciana, più che esser valorizzata, venga pregiudicata dalla svilizzazione nel banale, nell’ovvio, “se finisce nelle mani di rozzi artigiani della celluloide”. [3]
Al filone spettacolare (non solo americano) che approfitta della rivisitazione delle antichità greche, romane o egizie, scaltri registi italiani oppongono un cinema fatto di erotismo e salacità: a garantire il facile successo presso il pubblico medio-basso, abituato ai volti della commedia all’italiana che alla fine degli anni Sessanta deve fare i conti con una inevitabile decadenza, sarà proprio il nome di Boccaccio, [7] alternato a quello della sua opera, o di altri autori che ad esso vengono avvicinati (pensiamo all’Aretino, a Masuccio Salernitano), così da disorientare chi voglia oggi accostarsi al filone “boccaccesco” per considerarne gli addentellati veri e propri con quella che “pare” esserne la fonte di ispirazione. Come abbiamo detto, in pochi anni è tutto un fiorire di film e filmetti che sembrano imitarsi nella fattura dozzinale e frettolosa, come del resto appare evidente sia dalla loro capacità di proliferare, che da quella di passare velocissimi per restare confinati nella poco gloriosa cornice del cinema di serie B: ci sembra utile ricordare una sequenza di titoli (soltanto quelli che contengono almeno un riferimento nominale a Boccaccio o al suo Centonovelle) che daranno il senso, quasi vertiginoso, di questa strana produzione: Decameron ’69 di Bernard Clarens ed altri (1969), La più allegra storia del Decamerone (in realtà Siegfried und das sagenhafte Leibesleben der Nibelungen) di David Friedman e Adrian Hoven (1971), Boccaccio di Bruno Corbucci (1972), Le calde notti del Decameron di Gian Paolo Callegari (1972), Decameron n. 2. Le altre novelle del Boccaccio di Mino Guerrini (1972), Decameron n. 3 di Italo Alfaro (1972), Decameron n. 4.Le più belle novelle di Boccaccio di Paul Maxwell alias Paolo Bianchini (1972), Decameron proibitissimo. Boccaccio mio statte zitto di Marino Girolami (1972), Decamerone ‘300 di Mauro Stefani alias Renato Savino (1972), Decamerone proibito di Carlo Infascelli (1972), Decameroticus di Giuliano Biagetti, Pier Giorgio Ferretti (1972), Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno di Bitto Albertini (1972), Beffe, licenze et amori del Decamerone segreto di Walter Pisani (1973), E continuavano a mettere lo diavolo ne lo inferno di Albert Al alias Bitto Albertini (1973)! In realtà, se escludiamo la prova pasoliniana che merita un discorso a parte, l’unico film di genuina ispirazione intellettuale, che del marchio di fabbrica “Boccaccio” non faccia un espediente pecoreccio, è quello dell’ungherese Miklós Jancsó, conosciuto in Italia come Il cuore del tiranno (1981), ma in realtà intitolato A zsárnok szíve, avagy: Boccaccio Magyarországon, cioè Il cuore del tiranno, ovvero Boccaccio in Ungheria: per il resto, non possiamo che rimanere sconcertati davanti alla proliferazione di questi decameronidi, che testimoniano comunque l’interesse per un filone che la lettura di Pier Paolo Pasolini avrebbe potuto portare a ben altri risultati. Il giudizio espresso a tale proposito da Grazzini è più negativo che positivo, quasi venisse imputato all’autore della Trilogia della vita di aver creato un pericoloso precedente che avrebbe portato, come recita il nostro titolo, dal cult al trash, o piuttosto ad una pericolosa promiscuità dei due elementi: Come Pasolini sia arrivato al Decamerone, per nausea degli intellettualismi, del culturalismo e del rivoluzionarismo salottiero, perciò, si comprende. Un po’ meno come egli non abbia valutato il rischio di confondersi con i molti autori di «commedie all’italiana» che hanno infestato il nostro cinema con film a episodi, appunto boccacceschi, tutti tessuti di avventure piccanti e scurrili. Probabilmente Pasolini, tenendosi a uno stile medio, soltanto nella qualità formale discosto da quello dei colleghi meno colti, ha fatto troppo affidamento dulle sue virtù di evocatore di ambienti e di inventore di attori. Il restare fedele al Boccaccio ha fatto sì che l’accurata cornice spettacolare e gli eleganti elementi decorativi non bastassero a togliere alle novelle quel sapore licenzioso che nel testo scritto è sublimato dall’immaginazione e invece il cinema, con la sua immediata concretezza visiva, talvolta accentua sino all’osceno. [8]Lo spessore intellettuale di Pasolini e la sua attenzione agli aspetti veramente filologici dell’analisi di un confronto tra testo scritto e testo girato nelle loro problematiche relazioni con il testo originale, se da una parte sminuiscono la gravità delle preoccupazioni di Grazzini, ci confortano a vedere quest’opera come l’unica e vera lettura “critica” dell’opera boccacciana che sia stata portata sullo schermo, [9] e da questo punto di vista riferimento illustre – e spesso involontario – di una mentalità filmica che travalica i limiti del genere (commedia in costume, dai contenuti più o meno erotici) o delle intenzioni degli autori: in una recente analisi, Simone Villani è giunto ad assimilare il meccanismo di “ingresso nella parte” presente nell’episodio di Ser Ciappelletto alla variante dello stesso meccanismo nella vicenda narrata in Schindler’s List di Steven Spielberg: Abitano i due estremi del testo due personaggi affatto antitetici e privi di qualunque relazione possibile, se non fossero la stessa persona: all’inizio c’è un uomo che compra una fabbrica confiscata agli ebrei con danaro che ha estorto ad altri ebrei segregati dai nazisti e, per finire, fa uso esclusivo dell’economicissima manodopera ebraica, pagandone gli stipendi direttamente alle SS; alla fine c’è una persona che piange per non aver venduto anche l’automobile per salvare qualche vita in più. [10]Affascinati da questa interpretazione, non possiamo che ricavarne uno stimolo ulteriore a considerare come il lavoro di elaborazione e di “critica” portato avanti da Pasolini, abbia ristretto il campo della lettura stessa del Decameron, privilegiandone quegli aspetti “popolari” che il regista sentiva più vicini o interessanti: l’immediatezza del dialogo, esemplificata anche dalla scelta spiazzante della lingua napoletana, proietta i personaggi pasoliniani in una dimensione di coralità che conserva la traccia dell’intenzione boccacciana. Pensiamo soprattutto a quegli elementi di identificazione del mondo comunale che Vittore Branca riteneva responsabili della contemporaneizzazione storica, o all’espressivismo linguistico che parimenti è alla base della contemporaneizzazione nell’ambientamento delle azioni: [11] sono elementi che, dopo la prova pasoliniana, si affermano soprattutto in alcuni “mostri” che raccolgono il testimone di quella municipalità media che ritroviamo nei bozzetti scherzosi di due film di Mario Monicelli, Amici miei (1975) e Amici miei atto II (1982), dove siamo addirittura alla rievocazione dei maestri della beffa (Maso del Saggio, Bruno, Buffalmacco) intrisa di toscanità; oppure nella narrazione davvero di stampo decameroniano del felliniano Amarcord (1973), che utilizza una cornice per inserire, nella storia personale di un adolescente, una serie di aneddoti spesso per nulla correlati al protagonista, a differenza di quanto era avvenuto ne I vitelloni (1953), dove invece la cornice era “organica” ed indivisibile dalle singole storie individuali della “brigata”. Ma non possiamo evitare di richiamare l’attenzione dei critici su un parallelo ben più evidente, tra la cornice del Decameron e la vicenda che Marco Ferreri mette al centro della sua Grande abbuffata (1973), che per l’ambientazione saremmo inclini a definire tout court pantagruelica: la presenza della morte, sottintesa al clima truculentemente ghiottonesco dell’abbuffata di cibo e sesso dell’allegra brigata riunitasi in volontario isolamento nella villa avvolta dalle sinistre brume, è solo uno dei richiami a quella peste nera che Ferreri doveva identificare con il comodo recinto del conformismo. Rileggiamo quel passo della Introduzione alla prima giornata che riferisce le diverse modalità di reagire alla pestilenza: E erano alcuni, li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a cosí fatto accidente resistere: e fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare a alcuno o volere di fuori, di morte o d’infermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quegli piaceri che aver poteano si dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male: e cosí come il dicevano il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto piú ciò per l’altrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere. [12]Ci accorgeremo che la logica evenenziale del film di Ferreri si richiama quasi alla lettera ad una combinazione dei segmenti più importanti che caratterizzano il comportamento umano di fronte alla calamità, alla minaccia di estinzione non soltanto dell’individuo come tale, ma della società stessa quale era venuta evolvendosi nel corso di una vera e propria rivoluzione dei costumi. Quello che ci sembra più
importante, dunque, nella eredità che – al di là delle categorie di
cult e trash – il Decameron ha lasciato al cinema italiano (e
mondiale) nell’ottica delle tecniche di narrazione, è sicuramente il
meccanismo della cornice: non dimentichiamo che il cinematografo, nato
come esperimento di riproduzione del movimento (di persone e cose), ha
dovuto attraversare, nella sua lunga storia, numerose stazioni importanti
proprio per la evoluzione di temi e linguaggi espressivi, e che il passaggio
dal “semplice adattamento” dei testi teatrali ad una presa di
coscienza dell’importanza della sceneggiatura come prodotto autonomo,
deve essere necessariamente avvenuto mediante la considerazione dei vantaggi
apportati da coraggiose scelte narrative. Da un lato, dunque, troviamo
la storia singola, il tracciato espressivo che guida lo spettatore dall’inizio
alla fine di un racconto, dall’altro la combinazione di episodi e cornice,
tentativo che testimonia da una parte la coscienza di avere di fronte un
pubblico più esigente, dall’altra il coraggio del cineasta o del/dei
regista/i, di proporre vari segmenti narrativi, uniti sovente da un filo
Pensiamo al caso de I mostri (1963), uno dei film ad episodi più fortunati nella storia della commedia all’italiana (sappiamo che I nuovi mostri non ebbe il successo di pubblico e critica del primo), che proprio alla maniera del Decameron è fatto di aneddoti di varia lunghezza, pur privilegiando la narratio brevis, la battuta rapida e sorprendente. [13] Il fatto, poi, che i film ad episodi siano costituiti da singole opere di vari registi (nella fattispecie Age e Scarpelli, Elio Petri, Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari), ci richiama chiaramente alla struttura della giornata decameroniana, alla varietà introdotta dalla presenza di narratori ognuno caratterizzato da un determinato modo di vedere la realtà e di raccontarla. La caratterizzazione veloce eppure incisiva di personaggi “mostruosi”, ovvero singolari, da mostrare a dito (se pensiamo al senso etimologico della parola), la scelta volutamente satirica e grottesca dei temi incaricati di ritrarre le brutture dell’Italia del boom economico, sono altri e notevoli indizi della parentela di quest’opera cinematografica con il Decameron, nella stessa idea di partenza (boom economico del comune trecentesco vs. pandemia annientatrice di bellezza e moralità nell’opera letteraria, boom economico italiano vs. immoralità e mostruosità nel film) e nelle espressioni singole: pensiamo alla critica della vanità dei religiosi (nell’episodio Il testamento di Francesco), della cecità dei mariti ingannati dalle mogli sotto i loro occhi (L’oppio dei popoli), del comportamento degli uomini di potere (La giornata dell’onorevole) alla straordinaria invenzione di Latin lovers che riprende il motivo della stigmatizzazione divertita dell’omosessualità, e ci convinceremo di quanto sia permeato dell’opera boccacciana questo piccolo capolavoro della nostra commedia degli anni Sessanta. Non è un caso che, alla maniera di non poche novelle del Decameron, questa prova cinematografica, pur rifiutando nettamente di inserirsi nel solco del cinema dialettale, sia colorata di inflessioni regionali, di cadenze allusive, che testimoniano quelle scelte narrative più fortemente legate alla “mostruosità”, rispetto agli episodi in cui campeggia l’italiano standard. [14] Abbiamo cercato, in questa breve carrellata, di illustrare alcuni punti di contatto tra una delle opere più importanti della nostra letteratura, e la cinematografia italiana degli anni Sessanta e Settanta: non è affatto scontato che questi paralleli debbano limitarsi a film di contenuto umoristico o erotico – come si può riscontrare nel caso del film di Jancsó, una produzione italo-ungherese –, se pensiamo che proprio il tema dell’orrido trattato in alcune delle novelle della quarta giornata del Decameron (la novella del cuore mangiato, la storia di Lisabetta da Messina), filtrato attraverso le innovazioni apportate da alcuni autori della tragedia del ‘500, può essere alla base del “genere” horror che la cinematografia italiana ben rappresenta con una produzione autonoma e di tutto rispetto. Siamo convinti pertanto che proprio per l’adozione di meccanismi narrativi, di soluzioni espressive, di forme e strutture ben identificabili nella nostra tradizione culturale, il debito di sceneggiatori e registi (ed anche – in maniera indiretta – del pubblico italiano) nei confronti di Boccaccio sia considerevole, che si parli di cult o trash, e che queste categorie siano in qualche modo connesse fra loro, capaci di integrarsi e di essere in osmosi, attraverso le permeabilissime e cangianti membrane del (buon) gusto. ------------------
* * * THE HERITAGE OF DECAMERON: FROM CULT TO TRASH (AND BACK)? Summary In the history of last 30 years of the italian movie, a very important rule was played by the Decameron’s “heritage”: we considere not only the great Pasolini adaptation of the work of Boccaccio, and the development of the commedia all’italiana to the new standards of the soft-erotic movie (commedia erotica), but the influence of the italian literature’s masterpiece to the plots and the caracters of a very large spectrum of directors (Monicelli, Risi, Petri, Scola, etc.).
|
. |
|
|
di Antonio Donato Sciacovelli, Scuola di Studi Superiori “Dániel Berzsenyi”, Szombathely |