La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

UN ARTICOLO STORICO DAL "CORRIERE DELLA SERA"

Pasolini era a fianco dei giovani
di Maria Antonietta Macciocchi
2 settembre 1998, "Corriere della Sera"
Risposta a Marcello Veneziani: lo scrittore friulano era scettico sugli esiti
del Sessantotto ma non poteva non appoggiare i suoi protagonisti.

Non la finiranno mai certi pensatori nostrani di aggrapparsi a Pasolini per sbeffeggiare il Sessantotto, o di proteggersi dietro le spalle del poeta per appropriarsene esternando il malanimo verso quei moti perché ai loro occhi non abbastanza rivoluzionari, e per lo scrittore Veneziani anzi da ritualizzare come "contestazione di destra". 

Tutto ciò appare più che provocatorio, noioso, con il solito rimasticare all'infinito temi di propaganda: "Col '68 trionfa il consumismo e il neocapitalismo". Questa costante deformazione prende adesso la forma di una simbiosi tra Pasolini e il filosofo cattolico di destra Augusto Del Noce. "L'analisi di Pasolini collima con quella di Del Noce, ambedue assimilano il Sessantotto al primo fascismo di sinistra, anarchico e libertario, figlio dell'impresa fiumana" ("Corriere della Sera", 22 agosto '98). 

Consiglierei a Veneziani, se vuole un discorso di verità culturale, di leggere su "Vie nuove" la polemica sdegnata di Pasolini con Togliatti, per il monumento a D'Annunzio che una associazione di reduci voleva erigere a Trieste e che non dispiaceva al segretario del Pci. 

Intellettuali (italiani) "encore un effort", come diceva Sade. Non sarebbe meglio se ai 68 pensieri sul '68 (è il titolo del libro di Veneziani), aggiungessero magari un sessantanovesimo pensierino, uno solo ma originale, come d'altronde hanno fatto a iosa gli intellettuali francesi e americani in questo trentesimo anniversario? Ci si rifiuta di capire che il Sessantotto fu una sollevazione (non pasoliniana), europea e mondiale (l'ho scritto su questo giornale l'8 agosto), che si allargava sul pianeta tra l'Europa (con la Francia in testa) e l'America (con l'università di Berkeley) e la Cina (con la rivoluzione culturale) e a quel moto rivoluzionario segue la vendetta moscovita implacabile che pochi giornali hanno ricordato, con il massacro di Praga e della sua Primavera. 

Pasolini è l'eretico, il ribelle assoluto, il poeta corsaro, ostinato fino all'abiura della propria arte. Ha ragione Raboni scrivendo che la verità di Pasolini stava anche nelle sue contraddizioni. E abiura è il termine che ricorre piu' spesso nel poema Una disperata vitalità

"... Tradisco i lividi moralisti che hanno fatto del socialismo un cattolicesimo altrettanto noioso... Ah, l'impegno provinciale. Ah, i poeti che rivaleggiano il razionalismo. La droga per professori poveri dell'ideologia. Abiuro questi dieci anni ridicoli". 
Tra Augusto Del Noce e Pier Paolo Pasolini "la simbiosi" è impossibile. Il poeta non prova alcuna indulgenza di fronte ai poteri complici tra loro. E scrive, sempre in Una disperata vitalità
"Se la casa di Dio è una casa chiusa dall'interno e Lui solo ne ha le chiavi, anch'io ho vissuto in una casa chiusa dall'interno, la casa della ragione, sorella della pietà. Ho aperto la porta e ne sono uscito". 
Non sono i giovani sessantottini che egli "odia", ma gli uomini del palazzo, gli intellettuali. Anzi ai giovani comunisti, dopo il Sessantotto, Pasolini affida il compito di rinnovare il partito per liberarlo da ciò che nel Pci c'è ancora di borghese (Il Pci ai giovani, 1970). Sempre ai giovani, nello stesso anno, dedica Vittoria, dove lancia il suo terribile j'accuse. 
"Nella piu' perfetta solitudine - j'accuse (...), non il governo, la grande proprietà fondiaria e i monopoli, no - ma gli sfruttatori vestiti delle loro lucenti livree di impiegati: gli intellettuali italiani, tutti, anche quelli che si ritengono i miei migliori amici". 
Sta qui la centralità di Pasolini, quella più pertinente con il Sessantotto. Anzi, Pier Paolo raggiunge il cuore stesso del movimento con la messa a morte dei nostri maîtres à penser. Sartre davanti agli studenti della Sorbona dà le sue "dimissioni" (che da noi non è mai accaduto, Pasolini li chiama servi del potere ma questi restano imperturbabili (...). 

La mania della verità non abbandona un istante Pasolini verso le nuove generazioni. Come ho scritto in Pasolini (Grasset editore, Parigi), il libro tratto dal seminario che ho tenuto all'università di Vincennes, quel che terrorizza Pier Paolo Pasolini nel Sessantotto è la questione antica: che ogni rivoluzione si mummifichi nella restaurazione. 

A Jean Michel Garnier, che lo intervista per "Le Monde" (26 gennaio 1971) sulla poesia polemica verso gli studenti, Pasolini risponde: "Io non posso credere alla rivoluzione, ma non posso non essere a fianco dei giovani che si battono per essa". 

 

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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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DA OTTOBRE 1998











 


Pasolini era a fianco dei giovani, di Maria Antonietta Macciocchi

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