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la
Repubblica 9 maggio
Polveroni e cattiva
coscienza così il paese mise tutto a tacere, di Enzo Siciliano,
la Repubblica 9 maggio
Portato
a protagonista in un inedito reality show su Rai3, Pino Pelosi ha raccontato
la sua verità sulla morte di Pasolini avvenuta trent´anni
fa, la notte fra il 1° e il 2 novembre 1975, sul campo dell´Idroscalo
a Ostia. Questa verità coincide per grosse linee con quanto era
stato codificato nella sentenza
di primo grado, firmata dal presidente Alfredo Carlo Moro del Tribunale
dei Minori di Roma, e depositata in Cancelleria il 21 maggio 1976.
Pelosi
dice che a uccidere Pasolini furono tre uomini, adulti quarantenni, uno
di loro barbuto, spuntati dal nulla nel buio di quella notte: parlavano
con accento meridionale, apostrofarono Pasolini come «fetuso comunista»,
lo tirarono giù dalla macchina dove si trovava e lo bastonarono
fino a renderlo uno straccio insanguinato. Avrebbero minacciato anche Pelosi
di morte, lui e la sua famiglia - e per questo lui avrebbe taciuto fino
ad oggi, morti i genitori uno dopo l´altro di tumore, e probabilmente
morti anche gli aggressori. A lui, quella notte, non era restato che fuggire
sulla macchina dello scrittore - e, se gli era passato sopra schiantandogli
il cuore, non se ne accorse, stravolto com'era dalla paura.
Se
c'è una novità nel racconto di Pelosi, scaldato dalle telecamere,
a parte la denuncia della presenza dei terzi a lui ignoti, è quel
che dice di Pasolini: un uomo gentile, "che parlava italiano", e col quale
il rapporto orale che aveva avuto si era svolto con quieta naturalezza
fino alla conclusione. Solo a quel punto erano apparsi i tre, sgusciando
all´improvviso dall´oscurità.
Nella
sentenza Moro è riportata la deposizione di Pelosi diciassettenne.
Pasolini,
concluso il rapporto, lo avrebbe invece inseguito con un paletto trovato
a terra, avrebbe voluto «infilarglielo nel sedere o per lo meno lo
aveva appoggiato contro il sedere senza nemmeno abbassargli i pantaloni»,
e lo aveva spaventato perché aveva «una faccia da matto».
L´inseguimento era culminato in una colluttazione violentissima:
quindi la fuga in macchina, Pasolini schiantato a terra, eccetera. Pelosi
poco dopo fu sorpreso da una gazzella dei carabinieri del tutto netto da
sangue o fango.
L´immagine
del Pasolini sadico sparisce oggi dalle parole del Pelosi uomo maturo:
riappare la persona gentile che conoscevamo. E questo non è di poco
conto.
Quando
non potevamo dare credito al fatto che Pasolini fosse stato ucciso da una
singola mano, una certezza l´avevamo, che era stato ucciso un poeta
dei più grandi che la letteratura italiana avesse avuto (sì,
lo so, da allora, e sempre sarà, è un continuo correggere
questa affermazione: ma non trovo ragioni concrete, se non di arida letterarietà,
che la inficino). Ma era stato ucciso, oltre tutto, l´intellettuale
che aveva messo sotto gli occhi di un paese intero l´equivoca realtà
di un successo economico e industriale dal profilo all´apparenza
forte ma alla sostanza fragilissimo.
Dissolvendosi
quel barlume di borghesia che pure aveva dato un contribuito decisivo al
formarsi di una coscienza repubblicana; dissolvendosi anche il tessuto
connettivo della forza contadina che aveva nutrito con le emigrazioni interne
la forza lavoro dell´industrializzazione; parcellizzandosi questa
nella tragedia del lavoro nero e delle evasioni fiscali: Pasolini parlò
di mutazione antropologica, di colpevoli responsabilità politiche,
con una foga fino ad allora sconosciuta a qualsiasi altro intellettuale.
Le parole dello scrittore erano brucianti per tutti. La destra continuò
contro di lui una polemica di chiara marca "fascista". E la sinistra, specie
dalle colonne dell´Unità, non risparmiò anche insulti,
i più pesanti: l´accusa era di disfattismo. Difendevano Pasolini
i giovani della Federazione Giovanile Comunista, Walter Veltroni, Gianni
Borgna fra gli altri - e con essi lo scrittore ebbe un incontro pubblico
sulla terrazza del Pincio a Roma, una sera tiepida di primavera, quando
più infuriavano le sue polemiche "corsare" e "luterane". Là
si capì quanto di vitalità, per niente pessimistica, il poeta
offrisse alla prospettiva di un paese che doveva guadagnare senza infingimenti
sulla via della libertà e della democrazia.
Quella
rottura di schemi, contro ideologie ormai in stato di sclerosi, era giudicata
eccessiva provocazione. Pasolini denunciava la stanchezza morale del paese,
il suo cedere collettivo a prospettive di un imperio mediatico. Mise sotto
accusa la centralità, allora incipiente, degli usi televisivi.
Era
l´ultima volta che lo vidi: una settimana prima che lo uccidessero.
Lui con Laura Betti erano venuti a trovarci una sera a casa dopo cena.
Laura aveva portato una torta per i nostri ragazzi, ma loro già
dormivano, e Pier Paolo lasciò un bigliettino sotto la porta della
loro stanza con scritto, "Ciao". Era appena tornato da Parigi, andava a
Stoccolma il giorno dopo. Raccontava che i film a luci rosse adesso sciamavano
per le sale degli Champs Elysées. «Finirà così:
non più cinema, ma pornografia e televisione, e la televisione vorrà
educare i nostri modi di vita, costruendo storie su misura, incollati i
modelli gli uni agli altri, mostrando che la vita è impastata di
continua serialità. E questo sarà il nuovo fascismo che avremo
addosso, la nuova demagogia. Vedrai "Salò", e capirai cosa voglio
dire quando sostengo che la politica favorendo la riduzione dell´eros
alla semplice ripetitività del sesso eliminerà il problema
della persona umana, dell´individuo». Il suo furore si scagliava
contro i partiti di maggioranza relativa che governavano con cinismo il
progressivo dissolvimento dello spirito pubblico. Guardava oltre ciò
che appare e il suo sguardo era fulminante. In quel dissolvimento vedeva
fuoriuscire violenza allo stato puro, una violenza che investiva tutte
le forme della convivenza civile, a cominciare proprio dalla politica.
La mutazione antropologica - cambiavano le facce, i corpi degli italiani,
scriveva - gli appariva pari a una lebbra.
In
tanti anni da allora la presenza di Pasolini è stata spesso invocata,
dagli stessi suoi critici. Sono forme, queste, di nostalgia collettiva,
che esprimono una specie di rimosso o di cattiva coscienza nei suoi confronti.
L´omosessuale che il Pci aveva cacciato, quasi fosse un appestato,
nel 1949 dalle proprie file aveva richiamato tutta la politica, non solo
la sinistra, a un rendiconto generale che scaraventava oltre ogni ostacolo
l´ossidato contenzioso fra destra e sinistra. Per questo, c´è
da ripeterlo ancora una volta, Pasolini non cercò il suicidio attraverso
una terza mano - fatto cui alludeva il servizio televisivo che accompagnava
l´interrogatorio a Pelosi l'altra sera. Basta, non si insista su
questa sciocchezza di comodo che finisce con lo scagionare ogni tipo di
delitto.
Fu
ucciso, non c´è altro da dire -, e da mano ignota, presente
la triste controfigura di Pelosi. Lo capimmo subito. Su quella morte, va
chiesto che non si sollevi altra polvere, o altre contraddittorie e confuse
ipotesi. Sapevamo pure, senza che nessuno ce lo avesse detto: che, nel
bastonarlo a sangue, i suoi assassini lo avevano apostrofato urlando «fetuso
comunista».
* * *
La
Stampa 9 maggio
Omicidio Pasolini:
i magistrati di Roma hanno ordinato altri accertamenti, La Stampa 9 maggio
Sabato scorso il colpo di
scena. A trent’anni dalla barbara uccisione di Pier Paolo Pasolini, Pino
Pelosi, l’uomo che fu condannato per l’omicidio, ritratta tutto e ribalta
la storia: «Non l’ho ammazzato io, erano in tre, io lo difesi».
Ieri la Procura ha ufficialmente riaperto il caso e ordinato nuovi accertamenti.
Dopo le dichiarazioni in tv di Pelosi e quelle del regista Sergio Citti
che ha confermato che gli assassini erano più di uno, il procuratore
capo di Roma Giovanni Ferrara ha aperto un fascicolo intitolato «K,
atti relativi». Al momento nell’incartamento non sono riportati né
indagati né notizie di reato e, a seguire gli sviluppi, sarà
il procuratore aggiunto Italo Ormanni, che nei prossimi giorni ascolterà
a piazzale Clodio sia Pelosi che Citti. Il fascicolo raccoglierà
per il momento la nuova verità di Pelosi, gli ultimi risvolti, la
memoria che l’avvocato Nino Marazzita, già parte civile nel processo
contro Pino «la rana», presenta oggi alla procura e le rivelazioni
di Sergio Citti ai giornali («So chi ha ucciso Pasolini, Pelosi fu
l’esca»). Il percorso processuale della vicenda è relativamente
veloce. La sentenza di primo grado è datata 26 aprile 1976, quella
d’appello 4 dicembre 1976. La Corte di Cassazione si esprime in modo definitivo
il 26 aprile 1979: Pelosi se la cava con una condanna a nove anni. Ne sconta
soltanto sette, uscendo in semilibertà. E adesso muta radicalmente
la versione dei fatti rilanciando una pista investigativa mai battuta fino
in fondo ma ipotizzata più volte: la possibilità che Pasolini
sia stato massacrato da un gruppo di picchiatori fascisti che volevano
dargli una lezione. «Tre uomini scesi da una Fiat 1500 targata Catania
lo picchiarono selvaggiamente gridando “Fetuso, arruso, sporco comunista
- racconta ora Pelosi - poi minacciarono di uccidere i miei genitori se
avessi raccontato l’accaduto». In effetti, sono tanti i punti oscuri
che fanno pensare al coinvolgimento di più persone nel delitto,
elementi tenuti in considerazione pure nella sentenza di primo grado contro
Pelosi («concorso di ignoti nell’omicidio»). In particolare,
tra i tasselli che non sono mai tornati a posto c’è il maglione
verde rinvenuto sul sedile posteriore dell’auto di Pasolini durante l’ispezione
e che non apparteneva né allo scrittore né a Pelosi. Altre
zone d’ombra del delitto riguardano, poi, la scomparsa dalla vettura del
pacchetto di sigarette e dell’accendino che, a detta di Pelosi, si trovavano
nel portaoggetti. Suscitano molti dubbi, però, anche le macchie
di sangue ritrovate sul tetto dell’auto dal lato del sedile del passeggero,
una circostanza che contrasta con l’ipotesi che Pelosi fosse al volante.
Oppure fa ritenere che qualcun altro fosse seduto al posto del passeggero.
A contrastare con la versione ufficiale è, inoltre, il fatto che
il sangue rinvenuto sul cadavere sia troppo rispetto a quello trovato addosso
a Pelosi, che ha riportato nella colluttazione soltanto qualche piccola
ferita mentre il regista ne è uscito massacrato: una circostanza
che fa ipotizzare una lotta tra più persone. «Quella notte,
Pelosi non era solo, c’erano altri arrivati lì per uccidere Pasolini
- accusa Sergio Citti, amico del cuore dello scrittore - Pier Paolo era
scomodo, non fu un incidente, una lite: fu giustiziato. Qualcuno aveva
deciso che Pasolini dovesse morire». Citti cita l’episodio del furto
delle pellicole originali di «Salò» e aggiunge di aver
visto un paio di volte il ricattatore. La sera in cui fu ucciso, sostiene,
Pasolini doveva incontrare chi le aveva rubate, ad Acilia. «Fu lì
che lo sequestrarono, poi lo condussero a Ostia, all’idroscalo, dove avvenne
il massacro - sostiene Citti - il ricatto delle pellicole del film Salò
era una scusa. Picchiarono per uccidere, erano professionisti. Ho sempre
pensato che non fossero balordi ma potessero essere pure poliziotti o agenti
segreti. Pier Paolo era un grosso problema. Aveva attaccato frontalmente
la Democrazia Cristiana».
* * *
Parla il magistrato
che condannò il ragazzo in primo grado: «Ho sempre pensato
che non fosse solo», La Stampa 9 maggio
Non
fu soltanto Pino Pelosi a uccidere Pasolini, ne siamo stati sempre convinti
anche se poi i giudici d’appello lo esclusero». Alle 19, poco prima
di prendere la parola al congresso nazionale di Magistratura democratica,
il giudice a latere del processo Pelosi, Pino Salmè, oggi componente
togato del Csm, ha aperto il libro dei ricordi, risalendo indietro nel
tempo, a quel 1976 quando, assieme al presidente Carlo Alfredo Moro, condannò
l’imputato Pino Pelosi a 9 anni per «omicidio in concorso con ignoti».
Oggi che Pelosi ha chiamato in causa altre persone Salmè trova una
conferma alla sua convinzione: «Nel passato ci sono state ragioni
concrete per non credere alle diverse verità che Pelosi ha sfornato.
Vorrei che adesso i suoi ricordi si facessero ancora più nitidi,
per poter indicare non solo la provenienza degli assassini ma anche l’identità».
Che
cosa vi convinse a ipotizzare, nelle motivazioni della condanna, che quella
notte Pelosi non agì da solo?
«Intanto,
perché sulla scena del delitto furono trovati oggetti che non appartenevano
né al Pelosi né a Pasolini. Ricordo che fu trovato un plantare
e un maglione verde. Contemporaneamente non c’erano altri oggetti che avrebbero
dovuto esserci».
Ma
la scena del delitto fu inquinata dalla presenza di curiosi e giornalisti
che si aggiravano tra le baracche dell’Idroscalo di Ostia...
«Vero,
ma questo non toglie che anche altri indizi ci portarono alla conclusione
che Pelosi non avesse agito da solo. Per esempio, la sproporzione tra le
lesioni riportate dalla vittima e i mezzi lesivi utilizzati: un bastone
e mezza tavoletta di legno spezzata. La perizia accertò forti lesioni
sul corpo di Pasolini. Non ci convinse la presenza di tre oggetti contundenti
diversi, un bastone e due tavolette di legno, appunto».
Questa
presenza non prova nulla, nel senso che Pelosi potrebbe aver utilizzato
volta per volta uno dei tre oggetti...
«Dubito,
perché Pasolini era una persona allenata, uno sportivo aitante.
Insomma, avrebbe saputo reagire, approfittare del momento giusto. Mi viene
in mente un altro particolare: quando Pelosi fu abbordato da Pasolini,
in piazza dei Cinquecento, il ragazzo si allontanò poi ritornò
e salì sull’auto. Pelosi al processo si giustificò dicendo
di essere andato a recuperare le chiavi di casa. E infine, furono trovate
sul tetto dell’auto di Pasolini impronte digitali sporche di sangue che
non sono mai state identificate».
La
sentenza d’appello ha ribaltato il vostro giudizio: Pelosi quella notte
era solo. Una verità processuale confermata anche dalla Cassazione...
«L’appello
ritenne che gli indizi andavano valutati singolarmente. Essendo un processo
indiziario con queste premesse le conclusioni non potevano che essere quelle».
Le
nuove rivelazioni di Pelosi confermerebbero la pista politica dell’omicidio
Pasolini, «un fetuso, uno sporco comunista....».
«Nel
processo non si è indagato sulla causale e sugli eventuali mandanti
di quell’omicidio. Nelle motivazioni scrivemmo chiaramente che ci occupammo
soltanto della ricostruzione oggettiva dei fatti. A riflettere, il profilo
inquietante di questa storia, 30 anni dopo, rimane quello delle indagini
che furono fatte affrettatamente. Solo il medico legale della parte civile,
per esempio, fece notare in dibattimento l’esistenza di tracce di pneumatici
sulla canottiera di Pasolini. A dimostrazione che sul corpo passò
un’auto».
* * *
Il
Corriere della Sera, 9 maggio 2005
«Ora
fuori la verità su quel clima d'odio». Intervista di Luca
Gelmini a Guido Calvi, Corriere della sera 9 maggio
Guido Calvi è senatore
dei Ds ed è stato avvocato di parte civile della famiglia Pasolini.
Senatore, dopo 35 anni
è ufficialmente riaperto il caso Pasolini. Soddisfatto?
«Era inevitabile che
accadesse. Riaprire un fascicolo su quella vicenda era un atto doveroso
innanzitutto dal punto di vista giuridico».
E adesso che l'indagine,
contro ignoti, è stata riavviata?
«Stavolta ci sono
elementi indizianti molto seri per avvicinarci alla verità su un
delitto tanto oscuro».
Le prossime mosse?
«Si deve ripartire
da Pelosi e dalle sue ultime dichiarazioni».
Si riferisce alla clamorosa
ritrattazione di Pino Pelosi, condannato per l'omicidio del poeta. Pelosi
ha chiamato in causa dei complici. Il fatto che lo abbia fatto in tv dopo
30 anni di silenzio non è un po' anomalo?
«Può essere
anomalo, ma trovo più anomalo il fatto che all'epoca siano state
condotte indagini pessime, anzi che indagini vere non furono mai fatte».
La sua è un'accusa
molto grave per gli inquirenti di allora.
«Nel luogo del delitto
vi erano tracce, orme, indizi, impronte digitali. E’ stato tutto buttato
via, gettato a mare. Perfino il dato più elementare, quello di circoscrivere
il luogo dell'omicidio, è stato colpevolmente trascurato. Cose da
paese del terzo mondo, di una inciviltà giuridica senza precedenti.
Se dopo 30 anni si può rimediare a quell'incuria…».
Dopo 30 anni sarà
dura, o no?
«Almeno ci tentiamo.
Ma mi faccia dire. La macchina di Pasolini fu lasciata in un cortile
per quattro giorni sotto la pioggia. Si prese per buono Pelosi e quello
che diceva, perché faceva comodo. Durante l'istruttoria i periti
non videro nemmeno le foto della scena del delitto. In dibattimento fu
il nostro consulente a telefonarmi di notte e rivelarmi certi particolari.
In quelle istantanee c'era la traccia del pneumatico dell'auto che sormontava
la schiena di Pier Paolo determinandone la morte per schiacciamento del
torace e loro non sapevano nulla».
E adesso queste prove
potrebbero portare ad altre condanne?
«Ricominciare l'indagine
significa ricollocare la vicenda in quel contesto culturale».
A che cosa si riferisce?
«All'insofferenza
tipica di certi ambienti della destra verso gli omosessuali. Non si dimentichi
che quelli furono anche gli anni di Franca Rame stuprata da estremisti
di destra. E poi c'è il Circeo».
Che cosa c'entra il massacro
compiuto da Angelo Izzo con il delitto Pasolini?
«Non c'è collegamento
diretto ma di contesto. In fondo il Circeo che cosa è stato? Un
massacro di due innocenti compiuto da due psicopatici che mascheravano
la loro omosessualità, tant'è che le due ragazze non furono
violentate. Quello era il clima. Di rifiuto totale della diversità».
Quindi Pasolini fu vittima
di agguato con implicazioni politiche?
«Bisogna intendersi
su che cosa significa delitto politico. Anche un poeta come García
Lorca è stato ucciso per ragioni politiche. Per Pasolini è
stato lo stesso. Si voleva colpire un uomo
scomodo, una delle voci
più alte delle intellettualità italiana del '900 che scriveva
di stragi e di politica. Ammazzandolo si è impedito che quella voce
parlasse ancora».
Lei che ha conosciuto
Pasolini, fosse vivo cosa penserebbe di tutto quello che sta succedendo
ora?
«Pier Paolo era un
uomo di una vitalità infinita. Sono certo che anche lui adombrerebbe
le responsabilità di quanto accaduto, pur in una riflessione più
ampia, al contesto culturale nel quale l'omicidio è maturato».
E' ottimista che la verità
verrà fuori?
«C'è ancora
una forte resistenza, vedremo. Certamente mi batterò perché
l'omicidio di Pier Paolo non venga abbandonato un'altra volta nel buio
della memoria».
* * *
Il cugino di Pasolini:
«Aveva ragione Andreotti. Pier Paolo se l’è cercata»
di Dino Martirano,
Corriere della Sera 9 maggio
«Sull’omicidio di Johann
Joachim Winckelmann, avvenuto a Trieste nella seconda metà del Settecento,
sono state scritte decine e decine di storie romanzate, oltre ai versi
di Goethe e a tutto il resto... Ecco, questa romanzeria fatta sulla vita
adesso è sostituita dalla televisione che ha bisogno di alimentarsi
con spettacoli spuri per rimestare sull’omicidio di un intellettuale famoso.
Ma tutto questo non fa che allontanarci dalla verità, se una verità
c’è. E, guarda il caso, dopo la confessione di Pelosi, arriva Sergio
Citti a dire che erano cinque gli assassini di Pasolini e, forse, addirittura
dei servizi segreti. Anzi no, erano i ricattatori che avevano rubato le
pizze del film di Pasolini... Direi che è ora di finirla con questi
polveroni».
Lo scrittore Domenico (Nico)
Naldini, cugino di primo grado di Pier Paolo Pasolini perché figlio
di una delle sorelle Colussi di Casarsa, nel ’75 lavorava alla «Pea»,
la società che produceva i film del regista friulano oltre a quelli
di Federico Fellini: «Ad agosto di quell’anno, alla Technicolor furono
rubate alcune pizze con i negativi di lavori di Fellini, di Pasolini e
di Damiano Damiani ma la cosa, poi, è risultata essere un storia
maturata all’interno di Cinecittà. Ma alla Pea si era intrufolato
uno di quegli avvocati che cercano di rimestare e che aveva indicato la
pista della criminalità romana. E così nacque la leggenda.
C’era un gran caldo in quel mese di agosto e Fellini, che come tutti sudava,
fu immortalato da un fotoreporter mentre si asciugava la fronte con la
faccia china. Bene, su un quotidiano romano uscì la foto con questa
didascalia: il regista piange dopo il furto. Ricordo che ridemmo molto
con Fellini di quella assurda didascalia. E poi, mi sembra pure che le
pizze furono ritrovate in un sottoscala di Cinecittà».
Nico Naldini - che ha scritto
molto su Pasolini fino a cristallizzare i suoi ricordi nel volume «Il
treno del buon appetito» tra non molto riproposto in libreria con
il titolo «Come non ci si difende dai ricordi» - confuta il
racconto postumo di Sergio Citti secondo il quale il regista friulano fu
ucciso nel tentativo di recuperare quella pellicola rubata: «Dopo
il furto, Pasolini affrontò la situazione con un semplice intervento
tecnico, un nuovo negativo ricavato dal positivo. E poi, i film di Pasolini
costavano poco e quindi poteva girare nuovamente quelle scene: insomma,
non aveva alcuna ansia di recuperare quel materiale. Quindi, la storia
mi puzza di bufala. Sì, bufale che si inseguono e che si divorano
l’un l’altra. E mi dispiace per lui perché è un mio carissimo
amico ed è anche un bravo regista, ma la ricostruzione di Sergio
Citti è assolutamente campata in aria». Per motivi di umanità,
Naldini si ferma qui. E in qualche modo conferma quanto scritto da Mario
Cervi sul «Giornale» («Sono solo bufale penose»)
ma sposa anche le perplessità sollevate da Gianfranco Capitta sul
«Manifesto»: «Nonostante la soddisfazione che queste
parole tardive di Pelosi potrebbero avere per chi ne ha sempre intuito
la verità... finisce per prevalere il dubbio. Sono passati 30 anni».
Per questo Naldini riparte
dal caso dell’archeologo Winckelmann, accoltellato a morte a Trieste nel
1768 dal cuoco pistoiese Francesco Arcangeli, che a suo parere non è
poi così lontano da quello di Pasolini: «Le fiammate che ciclicamente
divampano su questo assassinio di 30 anni fa mi turbano nel profondo perché
mi riportano dentro un fatto estremamente coinvolgente. Non mi ha fatto
piacere rivedere in televisione le foto di Pasolini e penso che tutto questo
serva ad alzare dei polveroni dietro i quali non c’è nulla. Pelosi,
in tv, sembrava una vittima e gli avvocati che lo soccorrevano quando gli
avrebbero dovuto chiedere: "Chi erano questi tre che hanno ucciso Pasolini?"».
Domande che ronzano da 30 anni nella mente di Nico Naldini.
Lo scrittore, però,
ha una sua certezza sulla possibilità di un omicidio rabbioso portato
a termine solo da Pino Pelosi: «Pasolini aveva un grande istinto
di difesa, i suoi allarmi scattavano subito perché si era ormai
convinto di vivere in una società violenta ed era molto difficile,
dunque, che cadesse in un agguato. È andata purtroppo come si disse
fin dal primo momento: e cioè che il ragazzo gli si rivoltasse contro
con una rabbia tale da ridurlo in quello stato. L’errore di Pasolini è
di non aver calcolato la potenzialità violenta di questo giovane».
Conclusione: «Naturalmente, se venisse fuori una novità seria
sarei il primo a voler andare a fondo ma, credo, il giudizio più
cinico e allo stesso tempo più intelligente lo ha dato Giulio Andreotti.
Tanti anni fa, in televisione, disse così se non ricordo male: "In
fondo, Pasolini se l’è cercata...". Puro cinismo democristiano ma
ritengo che il senatore ci abbia azzeccato».
Il revisionismo a tutti
i costi sull’omicidio Pasolini convince poco anche Enzo Siciliano, forse
il più attento tra i biografi del regista friulano, che parla di
«reality show penoso». Tuttavia l’ex presidente della Rai dice
che, volendo, si potrebbe ripartire dalla sentenza del tribunale per i
minorenni presieduto da Alfredo Carlo Moro. Omicidio volontario in concorso
con ignoti. Spiega Siciliano: «È tutto scritto e i giudici,
con la parte civile rappresentata da Nino Marazzita e da Guido Calvi, avevano
stabilito la verità. È vero, è una verità monca
ma la cosa curiosa, ora, è quel "fetuso comunista" che Pelosi oggi
dice di avere ascoltato. Ecco, qui si apre uno spiraglio anche se io non
posso sindacare quello che deve fare la magistratura». Siciliano
non crede che sarà tanto facile fare altri passi in avanti dopo
le rivelazioni di Pelosi: «Sono passati 30 anni, può darsi
che nella memoria si siano intrufolate nozioni acquisite poi. Il fatto
è che Pasolini fu ucciso e c’è un rimorso collettivo su quella
morte. C’è poco da dire. Perché questo è il fatto».
N.B. - Nel 2000 il Corriere della
Sera pubblicò uno "speciale" su Pier Paolo Pasolini, tuttora on
line all'indirizzo http://www.corriere.it/speciali/pasolini.shtml
I siti web elencati non sono più
visibili attualmente su Internet, a eccezione del sito svizzero di Karaartservers
e di "Pagine corsare", che appare però con un link non aggiornato.
* * *
l’Unità,
9 maggio 2005
Il nodo, di Maria
Novella Oppo, l'Unità 9 maggio
Piazza
Fontana, il massacro del Circeo e l’assassinio di Pasolini tornano in onda
come un orribile rewind, non perché la tv giri il coltello nella
piaga per fare audience (per questo bastano gli insulsi reality), ma perché
sono casi scandalosamente irrisolti. Troppi gli interessi che hanno fatto
e fanno intralcio alla verità. Oppure, come per Piazza Fontana,
la verità si conosce (lo disse proprio Pasolini) ma la giustizia
non ha potuto raggiungere i colpevoli. La faccia immutabile di Ghira e
il corpo devastato del «poeta scomodo»: di tutto questo insieme
parla la tv in questi giorni, quasi fosse venuto al pettine un nodo solo
che tiene uniti tanti delitti. Pino Pelosi, intervistato per Raitre da
Franca Leosini, ha negato d’aver picchiato Pasolini, ma non di averlo ucciso
passando sopra il suo corpo con la macchina. Irriconoscibile, ha parlato
con pietà di quel se stesso diciassettenne che portava una giacchetta
a quadri, troppo pulita per essere stata indossata per un massacro. Cose
note, già dette allora anche nella sentenza di primo grado e poi
cancellate da altre sentenze. Ma questa è una delle poche colpe
che non possiamo attribuire alla tv.
* * *
Pasolini, la Procura
fa marcia indietro. Saranno convocati Pelosi e Citti, red., l'Unità
9 maggio
Dopo
le polemiche dei giorni scorsi, dopo le dichiarazioni choc di Piero Pelosi
sulla morte di Pier Paolo Pasolini, la procura di Roma fa marcia indietro.
Entro martedì, secondo quanto si è appreso a piazzale Clodio,
aprirà un fascicolo intestato «atti relativi a», ossia
senza ipotesi di reato e senza indagati. L'incartamento sarà costituito
da articoli di stampa e dalla memoria che l'avvocato Nino Marazzita, legale
di parte civile per conto della famiglia Pasolini (assieme al collega Guido
Calvi), presenterà proprio martedì, come annunciato in precedenza.
La questione sarà probabilmente affrontata in giornata dal procuratore
Giovanni Ferrara e dall'aggiunto Italo Ormanni.
L'avvocato Marazzita sollecita
la riapertura delle indagini sulla morte di Pasolini sulla base delle dichiarazioni
rese a Raitre da Pino Pelosi (il solo condannato con sentenza definitiva
per l'omicidio) e di quanto aggiunto sui quotidiani dal regista Sergio
Citti, amico della vittima. «Penso di poter andare soltanto domani
a piazzale Clodio - ha spiegato Marazzita -. Sono ancora in attesa di ricevere
dalla Rai la registrazione della puntata dedicata all'intervista di Pelosi.
Ritengo, in ogni caso, che la magistratura abbia l'obbligo di avviare nuovi
accertamenti per fare luce su una vicenda che sin dall'inizio aveva lasciato
perplesse troppe persone». Gli inquirenti acquisiranno le interviste
di Pelosi e Citti, e convocheranno i due in procura per interrogarli.
* * *
Panorama,
9 maggio 2005
Pasolini, la procura
riapre l'inchiesta, Panorama 9 maggio
Dopo
le rivelazioni di questi giorni sul "caso Pasolini" la Procura della repubblica
di Roma ha cambiato rotta: entro domani mattina aprirà un fascicolo
intestato "atti relativi a", ossia senza ipotesi di reato e senza indagati.
Fino a ieri la Procura riteneva insufficienti i motivi per riprendere le
indagini sull'omicidio del regista, avvenuto il 2 novembre 1975. La nuova
decisione è del procuratore dirigente Giovanni Ferrara e a seguire
gli sviluppi sarà il procuratore aggiunto Italo Ormanni.
Il
fascicolo raccoglierà per il momento gli articoli di stampa, la
memoria che l'avvocato Nino Marazzita, già parte civile nel processo
contro Pino Pelosi (l'uomo incriminato trent'anni fa per l'omicidio del
regista) presenterà domani alla procura e le testimonianze dello
stesso Pelosi durante la trasmissione televisiva "Ombre sul giallo" e del
regista Sergio Citti (amico di Pasolini) che in una intervista pubblicata
da un quotidiano romano ha detto tra l'altro "so chi ha ucciso, Pelosi
fu l'esca". I due saranno poi convocati in procura per essere interrogati.
PELOSI:
"NON SONO STATO IO"
Nei
giorni scorsi Pino Pelosi, a trent'anni dall'omicidio Pasolini, avvenuto
nel 1975 all'idroscalo di Ostia, durante la trasmissione televisiva "Ombre
sul giallo", ha ritrattato la confessione che gli costò la condanna
a nove anni di carcere. Dopo trent'anni, Pelosi, l'ex "ragazzo di vita"
ribalta completamente la sua versione, rilanciando una nuova pista che
gli inquirenti non hanno mai battuto ma che molti, all'epoca dei fatti,
ipotizzarono. Non un solo assassino ma un gruppo. E non certo un incidente.
Pelosi, detto anche Pino "la Rana", dice di aver atteso tanto per parlare
perché "sono solo, non ho più famiglia, i miei sono morti.
Ho 46 anni e pago sempre per quell'omicidio... E poi perché queste
persone saranno morte probabilmente". L'uomo dice ancora che "credo volessero
dargli una bella lezione. Una cosa tipo tre mesi di ospedale. Se volevano
ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato anche a me. Gente come
quella non si mette paura". La paura la misero a Pelosi che temendo conseguenze
per i propri famigliari confessò di essere l'autore dell'omicidio,
venne condannato a nove anni di carcere ed uscì in semilibertà
dopo sette.
* * *
La
Gazzetta del Mezzogiorno
Al via la terza
inchiesta sull'omicidio Pasolini, La Gazzetta del Mezzogiorno 9 maggio
Si
farà la nuova inchiesta, e sarà la terza, sull’omicidio di
Pier Paolo Pasolini. Per due giorni, dalla procura di Roma, sono arrivate
indicazioni che facevano ritenere insufficienti i presupposti per riaprire
il caso, ma dopo una serie di valutazioni e, soprattutto, dopo l’annunciata
iniziativa dell’avvocato Nino Marazzita, legale dei familiari dello scrittore-regista,
di presentare una formale richiesta, c’è stato il cambio di rotta.
Il
fascicolo, intestato «atti relativi a», privo cioè di
ipotesi di reato e contro ignoti, conterrà l’esposto di Marazzita,
il quale chiederà di procedere per omicidio volontario con l’aggravante
della premeditazione, nonchè gli articoli di stampa e i video con
le interviste rilasciate da Pino Pelosi, l’uomo condannato a nove anni
di carcere per il delitto avvenuto all’idroscalo di Ostia nel 1975, e da
Sergio Citti, il regista e amico fraterno di Pasolini.
Il
primo atto della procura sarà proprio quello di convocare Pelosi,
detto «la rana», e Citti. Il primo, intervistato durante il
programma «Ombre del giallo», ha negato a 30 anni di distanza
di essere il responsabile della morte di Pasolini ed ha chiamato in causa,
senza farne i nomi, tre uomini che hanno un accento del meridione.
Ancora
più pesante l’accusa di Citti: «Io so chi ha ucciso Pasolini
e come avvennero i fatti - ha ripetuto in questi giorni nella sua casa
in riva al mare a Fiumicino - lo dissi anche all’epoca, ma non sono mai
stato chiamato per testimoniare. Hanno chiamato altri che non c’entravano
niente». Secondo l’anziano regista la morte di Pasolini sarebbe collegata
al mancato pagamento di riscatto per la restituzione delle «pizze»
del film «Salò o le 120 giornate di Sodoma».
Chi
si è battuto fortemente per la riapertura dell’inchiesta sono i
rappresentanti di parte civile. Secondo Nino Marazzita e Guido Calvi la
procura non può non tenere in considerazione gli ultimi elementi
emersi.
In
particolare, il primo punta sulle «nuove tracce investigative fornite
dalle dichiarazioni rilasciate, in televisione, da Pino Pelosi e, sulla
stampa, da Sergio Citti». Si tratta, secondo Marazzita, di «tracce
che vanno solidificate da un punto di vista giudiziario».
L’apertura
di una nuova inchiesta, per il legale, servirà anche a riparare
«alla incredibile decisione della Procura Generale dell’epoca la
quale, di fronte alla sentenza di primo grado in cui si sosteneva che Pelosi
non aveva agito da solo ma con ignoti, invece di riaprire le indagini impugnò
la sentenza. Con il paradosso di farlo ancora prima che la sentenza fosse
depositata».
* * *
Il
Messaggero
Quella partita
all’idroscalo che non si giocò più - Era una domenica piovosa:
Stefano “mocciolo” ed “er gazzella” trovarono il corpo del poeta,
di Giulio Mancini,
Il Messaggero 9 maggio
Era domenica. Il giorno
prima, 1° novembre, era piovuto a dirotto. Perciò Andrea “lomumba”,
Stefano “mocciolo” e Angelo “er gazzella”, diversamente dal resto della
squadretta, non volevano giocare: il campetto all’Idroscalo, l’unico gratis
a Ostia, sarebbe stato poco più di un acquitrino. La sfida contro
la ciurma di via dei Traghetti, però, imponeva a noi di via dei
Panfili uno scatto d’orgoglio e capacità di sacrificarsi. Appuntamento
al campo alle 8. Faceva un freddo che ghiacciava persino la colatura del
naso a chi, come noi, cavalcava bici e scalcinati motorini per arrivare
in quell’estrema lingua di Ostia. Nonostante l’ora presta la “sardegnola”,
donna perduta amica dei giovanotti per i suoi servizi economici, aveva
già la stufa accesa come rivelava il filo di fumo bianco che si
sollevava dalla prima baracca vicina a Tor San Michele. Per il resto stamberghe
di calce e lamiera, case di una dignitosa sofferenza vissuta davanti al
mare, tra pecore al pascolo ai piedi della torretta di Michelangelo. Era
gremito il campetto. Quei balordi di via dei Traghetti s’erano forse portati
la claque, gente minacciosa di parola e di mano? No. Niente tifo nè
partita: il capannello di curiosi era lì per guardare a braccia
conserte un mucchio di cenci sanguinolenti. C’era un corpo; si intuiva
dal braccio scoperto nonostante il gelo e piegato in modo innaturale sotto
il busto. Il commissario Baradan, una pasta d’uomo dall’aspetto egiziano,
si aggirava nei pressi. Confabulava con i poliziotti in divisa, indicava,
parlottava con chi stava manipolando quel corpo irrigidito dal freddo e
dalla morte. Tutt’intorno un brusìo reso confuso dal vento. Chi
poteva aver stracciato quella vita in modo così orribile? Perchè?
Ma, soprattutto, chi era l’uomo dal viso schiacciato, mascherato di sangue
e sabbia? Baradan carpì il segreto dell’identità violata.
Ma non fece parola. A passo svelto andò da Bubi, mitico capitano
di mare, costruttore di barche nel vicino cantiere Canados, per usare il
telefono e comunicare tutto ai superiori romani. Era Pasolini ma lo sapemmo
solo nel pomeriggio. Era venuto a morire sul nostro campetto di calcio.
Il destino lo aveva chiamato a finire la sua vita tra le baracche, in una
borgata come tutte quelle che aveva descritto nelle sue opere. Uno scenario
ideale persino per Ettore Scola che, poche settimane prima, vi aveva ambientato
“Brutti, sporchi e cattivi” nella parte dove “Giacinto” Manfredi, avvelenato
dalla famiglia, riusciva a liberarsi del topicida grazie alle sorsate di
acqua di mare. Non sapeva Pasolini che, pur restando indimenticato scrittore
e regista, la memoria della sua fine sarebbe stata cancellata da un porto.
Unici emblemi rimasti: la scrostata stele in cemento di Mario Rosati ed
il ricordo di quei ragazzini che annullarono la sfida per rendere omaggio
a chi la partita con la vita l’aveva persa poche ore prima.
* * *
“Siamo tutti in
pericolo”, di Furio Colombo, l'Unità 9 maggio
[Si
tratta del testo integrale dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo
Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa”
l’8 novembre del 1975, ripubblicato dall’Unità del 9 maggio 2005
quasi del tutto integralmente ]
Questa
intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio,
poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che
il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio.
Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha
trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva
dare un titolo alla sua intervista.
Ci
ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso,
poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente
nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto - ha
detto - Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti
questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».
Pasolini,
tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò
che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni,
persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io
dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della
scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione.
La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto
ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è
il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione».
Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il
tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò
che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi
espressivi, intendo...
Sì,
ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo.
Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso
chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio
ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza
di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio
adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio
ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale.
I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto
la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti
dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo,
totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso.
Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli
è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio,
quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia.
Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace
mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici,
nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà
anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta
al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero
state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non
ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è,
come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe
fermarla o distruggerla. E in che modo.
Ecco,
descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi
interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa
la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o
capire) poco.
Grazie
per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu
ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia?
La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane
macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo
l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo:
ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati
a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è
un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto
ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con
la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina
sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è
la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo
fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono
in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi
e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del
tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case).
Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore,
la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere».
Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della
storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo,
era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS,
l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo,
anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma
adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato,
e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia
perché non è mica un delitto. L’altro - o gli altri, i gruppi
- ti vengono incontro o addosso - con i loro ricatti ideologici, con le
loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono
anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa
dal «potere»?
Che
cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?
Il
potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e
soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti,
dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché
tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho
tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso
quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia
violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché
mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio
diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.
Ti
hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere
perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti
e non fascisti, per esempio fra i giovani.
Per
questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto
quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno
il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che
Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così
la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle
intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di
là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi
del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso.
Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli
sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe
anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo
anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho
già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo...
È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno - se torno -
ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico
che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.
E
qual è la verità?
Mi
dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza».
Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune,
obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere
tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa
armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una
prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma
io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti
sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti
al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata:
avere, possedere, distruggere.
Allora
fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma
tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori
educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non
solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo
popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico)
ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che
sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo
di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
A
me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere,
lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare
le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli
altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o
ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non
dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione,
né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi
sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in
questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con
il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata
che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.
Come
dire che hai nostalgia di quel mondo.
No!
Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel
padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto
nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali
al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo.
Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere
«di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale
ha più interesse - se ha ancora un soffio di vita - in quel che
gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel
che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che
io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa
ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il
capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la
«situazione». È come quando in una città piove
e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente,
acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria
delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non
scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili
e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale
e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo
a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa
maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.
E
tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti
e felici.
Detta
così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo
fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande,
come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una
boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango
la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo
di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa
ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella
del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una
delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio
dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano
la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È
vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta).
Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata,
di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà
per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire,
toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con
la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete
i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere
e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete
mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra,
delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che
accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.
Ma
abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu.
I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si
angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata,
nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più
primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e
se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»...
Che
mi fa rabbrividire.
Se
non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per
esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri
come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione,
come animi il tuo presepio?
Credo
di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio,
vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato
quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce
un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è
che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono
la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade
quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata.
Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare
il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un
fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia
tutte
le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi
logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute
che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima
del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale
sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro
formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno
parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli
esperti di tutti i generi.
Perché
pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
Non
vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti
che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri
e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo
tutti in pericolo.
Pasolini,
se tu vedi la vita così - non so se accetti questa domanda - come
pensi di evitare il pericolo e il rischio?
È
diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere
appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.
«Ci
sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli
rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa
in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile
scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».
È
diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere
appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.
«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare,
fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una
cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più
facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani
mattina».
Il
giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio
della polizia.
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