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"Pagine corsare"
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Luigi Milani
Intervista a Angela Molteni
23 agosto 2007

Può raccontarci la genesi di pasolini.net?
Le pagine dedicate a Pasolini nascono da un incontro casuale in rete. Nel 1996-97 apparivano in Internet i primi siti personali di navigatori italiani ed ero curiosissima di leggere le biografie, gli interessi, il carattere che si esprimeva attraverso quelle pagine. Tra i molti siti che visitai ce ne fu uno in particolare che attrasse la mia attenzione: si trattava di quello di uno studente romano di ventidue anni, Massimiliano Valente. Oltre a parlare di Roma, dei suoi dintorni e di se stesso, aveva dedicato un capitolo del suo sito a Pier Paolo Pasolini. 
    Quest’ultimo elemento mi sorprese favorevolmente, poiché Pasolini non mi risultava molto conosciuto dai giovani: non ha mai riscosso l’attenzione che avrebbe meritato dalla scuola, e anche i libri di testo, antologie letterarie comprese, sono poverissimi in questo senso. Di Pasolini, poi, parlavano raramente gli organi di stampa, i suoi film da tempo non venivano proiettati nelle sale, la stessa Tv non li trasmetteva ed erano introvabili perfino nelle videoteche. 
    Massimiliano si dichiarava entusiasta di aver potuto avvicinare questo scrittore, i cui saggi e romanzi aveva letto dopo le scuole superiori. Ciò che più l’aveva affascinato erano le inusuali, spesso minuziose descrizioni di Roma che appaiono nei romanzi, nelle poesie, nei film di Pasolini e il giornalista critico e informale degli Scritti corsari e di Lettere luterane
    Istintivamente gli scrissi un breve messaggio con cui mi complimentavo per la sua maturità e il suo impegno e per avere riservato attenzione a un autore che a mia volta avevo sempre amato. In breve, vi fu uno scambio di e-mail da cui prese forma l’idea di creare un sito web dedicato al grande scrittore. 
    Dopo che mi ero attivata presso Garzanti per avere chiarimenti sui comportamenti che avremmo dovuto adottare per il rispetto dei diritti d’autore, iniziammo a raccogliere e a scambiarci materiali (brani dall’opera letteraria di Pasolini, notizie sui film, commenti e recensioni nella maggior parte dei casi scritte da noi stessi). 
    Dopo oltre sei mesi di ricerca e di redazione di testi (un lavoro che definirei “a tempo pieno”, spesso protratto anche per buona parte della notte...), progettammo una struttura del sito che non differisce granché da quella attuale (sezioni dedicate ad aspetti della vita e dell’opera di Pasolini) e Massimiliano, che aveva appreso da autodidatta l’html, fu il primo webmaster di “Pagine corsare” (quella che segue è la prima intestazione della pagina principale del sito, che apparve in Internet il 29 luglio 1997 e conteneva documenti per 9.780 Kb - complessivamente 1.109 documenti, dei quali 11 erano contributi inoltrati da visitatori del sito).
    Le sezioni  del sito pasoliniano erano: La vita, Il cinema, La poesia, Il teatro, La narrativa, L’ideologia, La saggistica, I processi. Nel novembre 1997 Massimiliano Valente rinunciò al “progetto Pasolini”: da un anno trascuravamo le rispettive attività personali e occorreva che tornassimo a dedicare ad esse le nostre energie... Nel frattempo avevo acquisito anch’io la tecnica sufficiente per creare a mia volta pagine in linguaggio html e fui in grado di continuare da sola, cosa che da allora continua senza tregua... Per prima cosa mi dedicai a un restyling del sito e ad un suo ampliamento (per esempio, inserii tutta la sezione dei “processi” riguardante quello a Pino Pelosi – frutto di un libro che Kaos Edizioni mi aveva nel frattempo autorizzato a utilizzare integralmente –; oppure molti brani contenuti nella “sala d’ascolto”).
    Vi era, nella pagina principale, una citazione pasoliniana che trascrivo: 
«Ci sono persone che non credono niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti ai loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più - magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni - ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale».
pasolini.net è cresciuto esponenzialmente da quel 29 luglio 1997. Oggi [luglio 2007] i documenti (compresi quelli sonori e video) occupano 630.320 Kb e sono complessivamente 8.179 (di questi, oltre 400 sono interventi dei visitatori, che hanno arricchito “Pagine corsare” con scritti, immagini e suoni). 
Il sito presenta on line la summa dell’opera pasoliniana: quanto lavoro ha richiesto? E quanto ne richiede abitualmente?
Dal 1997 (di cui ho diffusamente parlato sopra in relazione al lavoro inizialmente richiesto e realizzato da due persone per l’attuazione del progetto) la maggior parte delle mie giornate è dedicata alla cura del sito pasoliniano, che consiste non solo nella riproposizione delle opere dello scrittore e regista (commenti e recensioni sono all’ordine del giorno), ma anche nelle citazioni (limitate quanto esige una attenzione scrupolosa al copyright) e nella ricerca di materiali critici o informativi che raccolgo man mano e che utilizzo per gli aggiornamenti. Basti pensare che se il sito, oggi, contiene oltre mezzo Gb di materiali, le cartelle del mio computer con materiali per gli aggiornamenti ne contengono tre volte tanto.
Le andrebbe di parlarci un po’ di Lei, Signora Molteni? Cosa la lega alla figura di Pasolini?
Amo moltissimo la lettura, fin da quando, a sette anni, non accontentandomi della giornata, leggevo Jules Verne anche la notte, con un piccolo lume nascosto sotto le coperte suscitando legittime ire paterne... Poi vi fu la guerra, i bombardamenti su Milano, le notti passate nei rifugi antiaerei... Ho però potuto trascorrere una vita intera in cui la lettura ha avuto un posto essenziale, di prim’ordine. Leggevo e fantasticavo, prima su Don Chisciotte, sul Barone di Münchausen, sulle piccole donne della Alcott... poi su Dickens, Tolstoj, Mark Twain, Vittorini, Pavese... E ancora, Calvino, Rodari, Morante, Sciascia, ecc. ecc.. Finché sono approdata a Checov e a Dostoevskij, che dai miei vent'anni in poi sono stati gli scrittori che probabilmente, se si esclude Pasolini, ho più visitato. Il mio sogno di adolescente era lavorare in una Casa editrice, là avrei perfino conosciuto degli scrittori. Ci riuscii, e semplicemente grazie a una inserzione del “Corriere della Sera” a cui risposi. 
Sono arrivata “tardi” a Pasolini, ben nascosti com’erano allora negli scaffali delle librerie i suoi romanzi, le sue poesie. Un amico carissmo mi regalò, per il mio compleanno del 1968, Teorema. E fu una lettura sconvolgente e indimenticabile, tale da farmi amare in modo irreversibile il suo autore. Teorema fu per me la scoperta di Pier Paolo Pasolini, del suo senso critico nei confronti della società com’era sul finire degli anni Sessanta, e di quanto ci stessimo lentamente e inesorabilmente trasformando tutti quanti in repellenti individui piccolo-borghesi ai quali non sarebbe rimasto intorno altro che un arido deserto nel quale, magari, urlare disperatamente. 
    Dopo aver letto Teorema, cercai i primi romanzi e la saggistica di Pasolini, molte sue poesie e anche le opere teatrali. E vi furono, imperdibili, i saggi pubblicati dal “Corriere della Sera”: ogni articolo, una lezione magistrale. Il consumismo, il conformismo a certi modelli dettati soprattutto dal potere dei media (in primo luogo dalla televisione con la sua essenza omologante talché una delle convinzioni profonde di Pasolini era che occorresse abolirla), la mutazione antropologica di un intero popolo, il nostro, erano i temi ricorrenti (e condivisi per quanto mi riguarda) in modo quasi maniacale in tutti gli scritti pasoliniani. 
    Gli argomenti trattati nei suoi romanzi, nei suoi film (che conoscevo meno: per me, i mezzi per frequentare sale cinematografiche e teatrali sono sempre stati scarsi...) e soprattutto nei suoi saggi rivelano, del loro autore, una tale preparazione culturale e linguistica, accuratezza, profondità di analisi e visione realistica della società del suo tempo con i suoi problemi e le sue drammatiche contraddizioni, da renderli profondamente formativi oltre che indimenticabili. 
    Paradossalmente, Pasolini, uomo mite e generoso, aveva elaborato ipotesi che paiono perfino ottimistiche rispetto alla realtà qual è oggi: la mutazione antropologica, ormai, è avvenuta ed è andata oltre qualsiasi previsione, in questa società ferocemente neocapitalistica nella quale l’uomo medio pare proprio essere quello della definizione pasoliniana: “… un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista…”
    La tragica morte di Pasolini fu pressoché coincidente con l’abbandono di moglie e figlio da parte di mio marito, così a un dolore lancinante e drammatico che mi aveva annichilito e che mi aveva fatto perdere il sonno, se ne aggiunse un altro non meno lacerante. E tra i due, ancora oggi, non riesco a mettere a fuoco quale mi avesse più devastato.
    Da scelte insensate mi salvò infine la musica. Mi iscrissi a una scuola serale di musica; ci misi una quindicina d’anni, ma diventai nientemeno che una pianista. Scoprii in seguito anche la passione di Pasolini per la musica, che l’aveva condotto a studiare il violino da ragazzo; una sensibilità musicale che gli dava una maestria secondo me insuperabile nella scelta delle colonne sonore dei suoi film, che continuavano a non uscire nelle sale e a non essere trasmessi dalle emittenti televisive se non alle quattro del mattino, ma che all’inizio del nuovo secolo cominciarono ad essere reperibili in videocassette.
    Che cosa mi lega a Pasolini? Soprattutto ammirazione smisurata, e riconoscenza. Mi ha insegnato, infatti, a essere più lucida, meno istintiva nell’affrontare le vicende più controverse che possono avvelenare l’esistenza; a non accettare compromessi di alcun tipo; a non discriminare alcuno (come si riesce a non richiamarsi a Pasolini quando si leggono o si sentono pareri anche autorevoli su immigrati, omosessuali, rom?); a non dare troppo peso al denaro; a stare alla larga dalla televisione (che mi considera, ci considera, esclusivamente dei consumatori, e anche parecchio stupidi); a provare vera gioia ammirando un dipinto, perfino se custodito in una chiesa; a non cambiare le mie idee (politiche, sociali, esistenziali) ad ogni stormir di fronde; ad apprezzare la lealtà, l’amicizia, la generosità che era un tratto tanto caratteristico della personalità pasoliniana; a non assumere un determinato comportamento perché “è di moda”; a stigmatizzare profondamente le gerarchie ecclesiastiche quando ingeriscono pesantemente sul pensiero e sul comportamento delle persone. In una parola: a non conformarmi per ignoranza o per pigrizia mentale a ciò che viene definito comunemente “la normalità”. 
Pier Paolo Pasolini non aveva un rapporto idilliaco con i mass-media, specialmente con la televisione, che vedeva come mezzo di omologazione e massificazione. Cosa direbbe oggi Pasolini davanti allo spettacolo avvilente dei reality show e dell’informazione pilotata?
Nessuno di noi può sapere con esattezza ciò che avrebbe detto oggi Pasolini su molti degli attuali spettacoli inverecondi delle televisioni pubbliche e private. So però che cosa disse (meglio, scrisse) su uno spettacolo televisivo di ieri (ed è soltanto un aspetto di ciò che Pasolini pensasse delle trasmissioni televisive). Si tratta di un brano non breve, ma che vale la pena leggere perché esprime compiutamente l’acutezza del pensiero pasoliniano e anche il finissimo senso dell'umorismo dello scrittore: «... una sera … stavo cenando in fretta, e i miei occhi non potevano non cadere sul “video” acceso, proprio davanti alla tavola … Ho realizzato solo dopo un po’ quello che stavo vedendo: due donne molto simili una all’altra, stavano facendo delle evoluzioni, d’una assoluta facilità, come due automi caricati a molle, che sanno fare solo quei due o tre gesti, capaci di dare una inalterabile e iterativa soddisfazione al bambino che li osserva. Due o tre mossucce idiote, incastonate in un ritmo, che voleva essere gioioso e invece era soltanto facile. A cosa alludevano quelle mossucce, quei colpetti di reni e quelle tiratine di collo? Non si capiva bene, ma certo a qualcosa di estremamente convenzionale comunque: a un’allegria collegiale e orgiastica, in cui la donna appariva come una scema, con dei pennacchi umilianti addosso, un vestituccio indecente che nascondeva e insieme metteva in risalto le rotondità del corpo, così come se le immagina, se le sogna, le vuole un vecchio commendatore sporcaccione e bigotto. Tutto ciò, che si presentava come leggero, era invece pesantemente volgare. La “disparità dei sessi” era sbandierata spudoratamente come una legge fatale e prepotente di un “sentimento comune”. … Finito il balletto (in cui era impegnato un altro mezzo centinaio di persone, ragazzi e ragazze intenti a movimenti che facevano arrossire per loro), ecco che si presentano su una ribalta luccicante e biancastra, come di plastica, due tipici uomini di mezza età italiani: uno piuttosto alto e stempiato, l’altro un bassetto tutto pepe. … Hanno cominciato a parlare e a muoversi. I vecchi clowns veneti del circo Banana o del circo Cragna certamente facevano meglio: comunque la tecnica era la stessa: il bassetto era il comico, e l’altro la spalla. Le sottolineature della situazione - il comico doveva risultare ingenuo e beffato, l’altro doveva risultare un dritto che beffa, in nome delle leggi normali della logica e del buonsenso - erano di una rozzezza da mettere a disagio. L’idea di essere costretti a obbedire alle regole di un gioco imposto da due persone così modeste e volgari (uscite dritte dalla “media”, come in un laboratorio) dava un senso di soffocamento e di ribellione. A questo punto è finita la mia cena, e me ne sono andato. […]  Nel novantacinque per cento dei casi non si vede alla televisione niente di più bello o di più brutto di così. Non è questione di bruttezza o di bellezza. È questione di volgarità. E la volgarità della televisione deriva dalla sua sottocultura. Non è neanche vero che la televisione modestamente sostituisca la “tombola” delle serate in famiglia. In ciò c’è solo una parte (del resto molto deprimente) di verità. Infatti la “tombola” delle vecchie sere, durate fino ad alcune decine di anni fa, aveva ancora una sua ragione culturale di essere. Era un infimo atto di cultura di una civiltà contadina, coi suoi forzati coprifuochi, la sua stasi, la sua povertà. La televisione non è questo: essa ha nella sua funzione culturale tutta la prepotenza del potere; del potere industriale; che vuole, e determina e condiziona una serata familiare che non ha nulla a che vedere con le serate familiari del mondo antico. In queste ultime infatti si celebrava una quotidiana cerimonia concreta, che aveva le sue radici particolaristiche in un piccolo mondo concluso: un fiumicello, una catena di colli, delle mura di cinta. Oggi il riferimento di quelle belle serate in famiglia davanti al video non è locale, concreto - modesto ma profondo - alla realtà di una piccola patria, ma alla realtà produttiva di una intera nazione, che altera il significato della famiglia, e ne fa non più un nucleo di innocenti conservatori, ma un nucleo di ansiosi consumatori». 
Secondo lei quale atteggiamento adotterebbe oggi Pasolini con la Rete?
Da qualche anno si registra in Italia un rinnovato interesse nei confronti di Pasolini, della sua vicenda umana e delle sue opere. L’interesse crescente non intende né mitizzarlo né manifestare una sorta di nostalgia della sua persona e della lucidità del suo pensiero. È un'attenzione del tutto razionale, che testimonia in primo luogo una sempre più ampia presa di coscienza sul ruolo che questo intellettuale ha avuto nella vita civile, sociopolitica e culturale del suo Paese e non solo.
    Penso che una tale rinnovata attenzione costituisca un elemento molto positivo. Attraverso le analisi e le critiche pasoliniane, infatti, disponiamo tutti di uno strumento insostituibile per interrogarci sulle storture e gli errori di un mondo che si è avviato su un percorso molto preoccupante, quello, anzitutto, della cancellazione della memoria storica. E quello dell'esplosione sempre più accelerata e vischiosa nella ideologia aberrante del consumismo, che Pasolini definiva «una nuova forma totalitaria - in quanto del tutto totalizzante, in quanto alienante fino al limite estremo della degradazione antropologica, o genocidio - quindi la sua permissività è falsa: è la maschera della peggiore repressione mai esercitata dal potere sulle masse dei cittadini».
    Oggi, l'insieme dell’informazione, della comunicazione e anche della creatività sta trasferendosi su Internet, uno spazio dove non ci sono frontiere, dove - nel bene e nel male - tutto è trasparente, dove non si viene giudicati per la religione che si professa o per il colore della pelle. La natura democratica di Internet rende per la prima volta possibile a tutti l’accesso a dati scientifici o addirittura agli strumenti che li producono; nei campi della medicina, della legge e della finanza, Internet dà accessibilità a informazioni che prima erano riservate agli specialisti di questi campi. 
    Prima si scriveva su un supporto personale e la comunicazione era sempre tra persona e persona (chi scriveva una lettera, un libro, un articolo e chi lo leggeva). Ora si comunica su una specie di supporto universale dove tutti possono scrivere, leggere quello che gli altri annotano, controbattere, dialogare esprimendo i propri commenti, le proprie opinioni su una pluralità di temi. Tutto ciò diventa come una specie di memoria collettiva, dove si può cercare tra milioni di siti web ciò che ci interessa conoscere o far conoscere. Ovviamente occorre autoeducarsi a discernere tra il marasma di pagine presenti in Internet: certamente vi è molta "spazzatura", ciò che invece mi pare manchi del tutto è l'ipocrisia.
    La presenza di Pasolini e del suo messaggio su quella “rete delle reti” che è Internet (oltre un milione di siti nel mondo riportano notizie su di lui, un terzo di essi risultano promossi e gestiti in Italia) è un aspetto rilevante da considerare attentamente e sul quale riflettere. 
    Vi è anche un particolare aspetto linguistico che può plausibilmente far credere che Pasolini avrebbe apprezzato Internet. Nonostante la rete sia costretta a usare l'inglese come lingua franca, io penso che questo non rappresenti una egemonia anglosassone sulla rete. Le culture locali e i dialetti che prima di Internet erano assediati dalle lingue e dalle culture egemoni, ora possono godere di una visibilità mondiale: qualunque persona interessata può far rivivere quelle culture. Da questo punto di vista Internet è un nuovo, gigantesco passo avanti dell'umanità dopo l'invenzione della scrittura e della stampa, poiché permette la conservazione di tutti i patrimoni culturali, anche i più particolari, emarginati e dimenticati. 
    Pasolini è stato, tra l’altro, poeta dialettale: ha utilizzato e ricreato il friulano, la lingua materna dell’infanzia e della giovinezza e quella del suo primo libro pubblicato [Poesie a Casarsa, 1942]. Ebbene, a mio parere Pasolini, oltre ad apprezzare Internet, se ne sarebbe magistralmente servito.
A suo avviso quali aspetti del pensiero pasoliniano conservano intatta la loro forza e attualità? Un capitolo doloroso, pure mai sviscerato fino in fondo, è quello relativo alla tragica morte del poeta. Qual è la sua opinione sull’omicidio di Pasolini? Delitto di un singolo, oppure – come molti sostengono – omicidio a più mani?
Pasolini amava dire la verità. Ciò gli è costato molto caro: una sequela di vere e proprie persecuzioni giudiziarie; forse la sua stessa uccisione. Non vi fu suo libro o suo film che uscisse indenne da tale persecuzione. Pasolini fu sottoposto a un "processo infinito" che avrebbe dovuto farlo desistere, o quanto meno stancare, dal continuare a puntare indici accusatori sul potere politico, sulle storture, sulle orrende trasformazioni della società in cui viveva.
    Non fu sufficiente a farlo tacere neppure il pregiudizio con il quale si marchiava la sua omosessualità. Scrisse Alberto Moravia nelle pagine introduttive del libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte [Garzanti, Milano 1977]: «Ora però avviene che qualcuno pur essendo comunista, si permette di non essere sano e normale (s'intende dal punto di vista della borghesia) e all'omosessualità aggiunge altre anormalità come la cultura, la poesia, la polemica politica, l'arte ecc. ecc. Che cosa succederà ad un simile personaggio? [...] sarà odiato non già perché è comunista e perché è omosessuale, ma perché vuole essere tutte e due le cose insieme, nonché poeta, uomo di cultura, polemista politico, artista di tutte le arti». 
    Non furono comunque sufficienti né efficaci le persecuzioni subite a impedirgli di affermare “ Io so chi sono gli autori delle stragi...”. La forza e l'attualità del pensiero pasoliniano risiedono soprattutto nella ricorrente, ossessiva denuncia dell'omologazione culturale e consumistica esercitata dal potere - politico, economico e della comunicazione - in Italia, che avrebbe distrutto le culture preesistenti e sarebbe stata causa di una vera e propria mutazione antropologica degli italiani. Molti definiscono impropriamente un Pasolini "profetico": ma non di profezie, evidentemente, si trattava, bensì di intelligente e puntigliosa osservazione della realtà per scoprirne i prodromi, mettere a nudo le avvisaglie della trappola che a medio e lungo termine sarebbe scattata.
    Ed eccola, la trappola, da cui siamo stati catturati: i valori, gli ideali, sono oggi incarnati dal denaro e da ciò che esso può dare. Personalismi ed egoismi sono predominanti. Vi è una caduta verticale del senso di solidarietà, un degradante senso del possesso, non importa se di cose o di persone. Tutto è all'insegna del profitto: si sfrutta, oggi più che mai, il lavoro minorile; si causano consapevolmente, per indifferenza o indegna tutela di interessi particolari, drammatiche e ripetute morti sul lavoro; si producono schifezze che poi ci vengono propinate come "cibo"; si stravolge la natura quando non la si distrugge; si tuona farisaicamente contro l'immoralità o la violenza, salvo distribuirne a piene mani nei "prodotti" televisivi e cartacei; si attacca ferocemente una magistratura che ha avuto il coraggioso torto di colpire gli interessi e le malefatte di alcuni potenti… La politica non è più neppure spettacolo, è soltanto pubblicità, che conta sull'assuefazione e nessuno pare più nemmeno ricordare che il comune, la provincia, la regione, lo stato, sono al servizio dei cittadini e non rappresentano personali riserve di caccia né tantomeno palcoscenici pubblicitari per il "faccione più o meno ritoccato" di turno; il governo della cosa pubblica è ridotto a fatto personale… E poi: tutti col telefonino; tutti in vacanza nello stesso periodo; tutti a scambiarci gadget per san Valentino; tutti a giocare al superenalotto; tutti allo stadio a berciare contro le fazioni avversarie… un vero e proprio pensiero unico, una vera e propria clonazione delle coscienze. Chi non è allineato al pensiero unico, quando non viene emarginato, è osservato con stupore e con sospetto quasi fosse un marziano: e, secondo i più vieti luoghi comuni, viene ritenuto dai più nel migliore dei casi un alienato, nel peggiore un terrorista…
    Scriveva Pasolini, e le sue parole colpiscono come pietre: «L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi "diverso". Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo».
    Sull'assassinio di Pasolini è importante leggere gli atti del processo a Pino Pelosi per rilevare quanto di tale delitto rimase "sospeso", inesplorato, non chiarito fino in fondo. Vi fu una sorta di urgenza di terminare il procedimento giudiziario; l'incuria, le carenze e le distrazioni investigative risultarono evidenti. Pelosi fu alla fine (Cassazione) indicato come il solo assassino di Pier Paolo Pasolini. E d’altronde nella istruttiva e analitica sentenza di primo grado – corretta tuttavia con sorprendente rapidità (visti i tempi lunghissimi anche allora richiesti dalle procedure giudiziarie) dal processo d’Appello – è scritto tra l’altro: «Le lesioni riportate dal Pasolini e il luogo in cui vennero ritrovati i vari reperti escludono nel modo più sicuro che i fatti si siano svolti così come li ha rappresentati il Pelosi e danno nello stesso tempo una significativa prova della necessaria presenza sul posto di più persone. [...] Ma se tutto ciò è vero, non solo "salta" completamente la ricostruzione dei fatti fatta dal Pelosi ma prende consistenza la ipotesi che le ferite inferte al Pasolini nella prima fase dell'aggressione siano state prodotte da corpi contundenti diversi da quelli rinvenuti sul posto e repertati. [...] È pertanto assai probabile  sulla base di queste lesioni – che a  provocarle siano stati mezzi di maggiore consistenza di quelli rinvenuti, e questo elemento – collegato con quello precedentemente analizzato – dà la sicurezza della presenza di altri corpi contundenti e quindi di altre persone. Vi sono infine altri due elementi desunti dalle lesioni e dalla dinamica degli avvenimenti ricostruita sulla base dei rapporti in atti che fanno ritenere la presenza di una pluralità di persone al momento dell'aggressione al Pasolini.  [...] ... gli abbondanti elementi probatori positivi – e l'assoluta inattendibilità della versione dei fatti data dal Pelosi – danno la tranquillante certezza che almeno due persone aggredirono prima e poi volontariamente uccisero il Pasolini, per motivi che non si sono potuti accertare. [...] ... [il Tribunale] dichiara Pelosi Giuseppe colpevole del delitto di omicidio volontario in concorso con ignoti [...]».
    Una sentenza del genere, sostenuta da numerose e cogenti prove indiziarie – tutte descritte particolareggiatamente – non mi fa dubitare neppure per un minuto che nell’omicidio di Pasolini vi sia stato “concorso di ignoti”, circostanza d’altronde ribadita dallo stesso Pelosi nel maggio 2005.
Più d’uno, specialmente tra i numerosi detrattori dell’artista, hanno voluto cogliere nella drammatica fine del poeta l’inevitabile esito di una condotta ambigua - quasi che l’uomo, con i suoi comportamenti, contraddicesse l’intellettuale. Cosa pensa di queste accuse?
Ciò che comunemente viene definito “condotta ambigua” si riferisce sostanzialmente alla omosessualità di Pier Paolo Pasolini: anche lui, come si vedrà, l’ha definita così a un certo punto della sua vita. Ora, in una società che viveva (e vive ancora) forti pregiudizi nei confronti di chi è diverso da una certa pregiudiziale “normalità” prestabilita i cui canoni sono definiti principalmente da considerazioni di carattere patologico o religioso, essere omosessuale veniva e viene considerata una vera e propria anomalia, una vera e propria colpa. Non sono così lontani i tempi in cui si pretendeva di “curare l’omosessuale”, uomo o donna che fosse. Ed è dei nostri giorni negare, in particolare in Italia, agli omosessuali diritti civili elementari per i quali parla alto e forte perfino la nostra Costituzione. 
    Nei giorni della morte di Pier Paolo Pasolini, più che piangere il poeta scomparso e la grave perdita che subiva la cultura con la scomparsa di una delle voci più significative del Novecento, si scatenò una canea di commentatori: nel migliore dei casi, i loro discorsi erano tesi a dimostrare che egli "era un omosessuale, non poteva che fare quella fine", in altre parole "se l'era andata a cercare": qualcuno lo sostiene ancora oggi. I fascisti arrivarono oltre: riempirono di scritte insultanti i manifesti funebri esposti sui muri di Roma. Poi ci furono i commenti a vent'anni – poi quelli a trent’anni – dalla morte: nel 1995 e nel 2005 vi furono commemorazioni apologetiche. Provenivano in buona parte dalle stesse fonti che lo avevano doppiamente assassinato; anche e soprattutto dai fascisti, che tentarono di farne una loro bandiera... 
    Ha scritto Alberto Moravia: «... Pasolini era del tutto indifeso e non si appoggiava a nulla, come tutti i veri intellettuali. O meglio si appoggiava alla propria “diversità”, donde l'insopprimibile sua tendenza a scandalizzare cioè a volere intervenire nella vita pubblica senza, in precedenza, essersi disfatto delle sue tante anormalità. Egli sapeva di essere scandaloso; ma ignorava il pericolo mortale che correva scandalizzando una classe come la borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d'Europa, cioè la controriforma e il fascismo».
    Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma pochi pregiudizi sono caduti nei confronti della "diversità", sia essa costituita dall'etnia, dalla menomazione fisica, dalla scelta della propria sessualità, dall'adesione a una determinata religione (oggi è in gran voga per esempio, il "dalli all'islamico"...). 
    Ho sentito, per esempio, commenti molto simili a quelli usati nei confronti di Pasolini espressi da molte persone quando Rudolf Nureyev, il grande, insuperato danzatore, morì nel 1993 di Aids. E anche gli organi di stampa non furono da meno: fecero a gara a chi riuscisse a impossessarsi della fotografia "più significativa" per mostrare il degrado di una malattia originata da un "peccato" devastante. Anche in questo caso, non contavano le sue geniali creazioni coreografiche, né l'avere rivoluzionato l'arte del balletto classico. Contava soltanto il suo essere stato omosessuale: la morte per Aids "se l'era andata a cercare". Pasolini, in più, era un personaggio scomodo per il potere, aveva osato attaccare "il palazzo": tutti gli strumenti di cui si serviva – la poesia, il cinema, la letteratura – egli li aveva rivolti implacabilmente e senza remore contro coloro che sfruttavano, che mercificavano ogni cosa, che facevano del consumismo il loro massimo ideale. Ed era comunista... 
    Molti omosessuali sono stati dileggiati dalla società, portati davanti ai tribunali, puniti. In alcuni Paesi del mondo l'omosessualità è considerata reato e lo Stato stesso diventa assassino comminando a coloro che ne sono ritenuti colpevoli la pena di morte. Nel caso di Pasolini, l'ostracismo dato al "diverso", la persecuzione di cui fu vittima, sono atti simbolici che nascondono, nella sottile astuzia dei persecutori, l'obiettivo di far sentire come diverse e "contro natura" anche le idee per cui l'uomo si batte. 
    Pasolini visse la propria condizione di "diverso" all'interno di una società di cui osservava con occhio spietato l'ipocrisia divenuta "normalità" e il progressivo e inesorabile disfacimento: condusse quindi una vita nella quale le sue stesse contraddizioni dovettero essere per lui fonte di infinite sofferenze. Visse in malo modo quella che era in lui una pulsione insopprimibile. Ne parlò all'amica Silvana Ottieri, scrivendole nei primissimi anni Cinquanta una lettera, che è uno spezzone di biografia e di acuto dolore, da Roma dove si era stabilito negli anni seguenti l'abbandono dell'amato Friuli: «... Posso solo dirti che la vita ambigua – come tu dici bene – che io conducevo a Casarsa, continuerò a condurla qui a Roma. E se pensi all'etimologia di ambiguo vedrai che non può essere che ambiguo uno che viva una doppia esistenza. Per questo io qualche volta – e in questi ultimi tempi spesso – sono gelido, "cattivo", le mie parole "fanno male". Non è un atteggiamento "maudit", ma l'ossessionante bisogno di non ingannare gli altri, di sputar fuori ciò che anche sono. Non ho avuto un'educazione o un passato religioso e moralistico, in apparenza: ma per lunghi anni io sono stato quello che si dice la consolazione dei genitori, un figlio modello, uno scolaro ideale... Questa mia tradizione di onestà e di rettezza – che non aveva un nome o una fede, ma che era radicata in me con la profondità anonima di una cosa naturale mi ha impedito di accettare per molto tempo il verdetto... 
Non so se esistano più misure comuni per giudicarmi, o se non si deve piuttosto ricorrere a quelle eccezionali che si usano per i malati. La mia apparente salute, il mio equilibrio, la mia innaturale resistenza, possono trarre in inganno... Ma vedo che sto cercando giustificazioni, ancora una volta... Scusami, volevo solo dire che non mi è né mi sarà sempre possibile parlare con pudore di me: e mi sarà invece necessario spesso mettermi alla gogna, perché non voglio più ingannare nessuno – come in fondo ho ingannato te, e anche altri amici che ora parlano di un vecchio Pier Paolo, o di un Pier Paolo da rinnovarsi. Io non so di preciso che cosa intendere per ipocrisia, ma ormai ne sono terrorizzato. Basta con le mezze parole, bisogna affrontare lo scandalo, mi pare dicesse San Paolo... Uno normale può rassegnarsi – la terribile parola – alla castità, alle occasioni perdute: ma in me la difficoltà dell'amare ha reso ossessionante il bisogno di amare... Qui a Roma posso trovare meglio che altrove il modo di vivere ambiguamente, mi capisci?, e, nel tempo stesso, il modo di essere compiutamente sincero, di non ingannare nessuno, come finirebbe col succedermi a Milano: forse ti dico questo perché sono sfiduciato, e colloco te sola nel piedestallo di chi sa capire e compatire: ma è che finora non ho trovato nessuno che fosse sincero come io vorrei. La vita sessuale degli altri mi ha sempre fatto vergognare della mia: il male è dunque tutto dalla mia parte? Mi sembra impossibile. Comprendimi, Silvana, ciò che adesso mi sta più a cuore è essere chiaro per me e per gli altri: di una chiarezza senza mezzi termini, feroce. È l'unico modo per farmi perdonare da quel ragazzo spaventosamente onesto e buono che qualcuno in me continua a essere... Ho intenzione di lavorare e di amare, l'una cosa e l'altra disperatamente... La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c'è il segno di Rimbaud, o di Campana o anche di Wilde, ch'io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no. È una cosa scomoda, urtante e inammissibile, ma è così; e io, come te, non mi rassegno... Io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono neanche abituato. Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c'entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro. Solo in quest'ultimo anno mi sono lasciato un po' andare: ma ero affranto, le mie condizioni famigliari erano disastrose, mio padre infuriava ed era malvagio fino alla nausea, il mio povero comunismo mi aveva fatto odiare, come si odio un mostro, da tutta una comunità, si profilava ormai anche un fallimento letterario: e allora la ricerca di una gioia immediata, una gioia da morirci dentro era l'unico scampo. Ne sono stato punito senza pietà. [...]». 
Poesia, narrativa, cinema, giornalismo: secondo Lei, quale di queste espressioni artistiche meglio rappresenta il pensiero di Pasolini?
Pasolini è stato anzitutto un poeta. Non tanto e non solo perché ci ha lasciato un corpus poetico vero e proprio molto consistente, sia in italiano sia in friulano, ma perché poetico è stato sempre il suo sguardo su tutto ciò che scriveva, sui lavori cinematografici che creava. Perfino le sue opere pittoriche, a volte dure o dai colori violentemente contrastanti, trasudano poesia.
    Diceva Franco Fortini che «nel linguaggio umano c’è una funzione che tende a mettere in evidenza soprattutto, o almeno in modo particolare, il linguaggio stesso, ad attirare l’attenzione sulla forma della comunicazione. Ebbene questa è la funzione poetica». E ancora: «[poesia è] un’attribuzione di valore per cui si dice "poesia" per dire qualcosa di bello, di importante, di riuscito, di meritevole di stima o di attenzione. Nel parlare comune, "poesia" significa due cose: per un verso è un discorso, o ragionamento, o una comunicazione dove prevalgono elementi di ritmo e cadenze, di ripetizioni, di immagini che alterano i significati immediati e che gli conferiscono, oltre ai primi, anche significati interiori. Per un altro verso, quando noi diciamo "questa è poesia" intendiamo in genere qualcosa di elevato e di nobile, di rassicurante o di commovente o di rasserenante, di vivace, pungente ecc.».
    In questo senso, dunque, a mio parere, ciò che Pasolini ci ha trasmesso anche con i suoi romanzi, o, per esempio, con un film quale Che cosa sono le nuvole? o con gli Scritti corsari [«Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua [gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti] sono cominciate a scomparire le lucciole». [P.P. Pasolini, Il vuoto del potere ovvero L'articolo delle lucciole], è frutto del suo sentire eminentemente poetico. Sotto il segno della poesia trovo quindi una profonda unitarietà, espressiva e comunicativa, di tutta la sua opera.
Dovesse indicare ai giovani un’opera… d’ingresso al variegato mondo pasoliniano, quale consiglierebbe?
Se dovessi indicare a un giovane che non conosce nulla di Pasolini soltanto un’opera dello scrittore-regista non avrei dubbi: gli consiglierei di iniziare da Accattone, il primo film girato da Pasolini nelle borgate romane. Vi sono nel film tutti gli echi dei suoi due romanzi “romani” (Ragazzi di vita e Una vita violenta) e gli annunci di ciò che ci verrà donato in seguito (da Mamma Roma al Vangelo secondo Matteo fino agli orrori della dittatura configurati in Salò). 
    L’immediatezza e in un certo senso anche l’attualità delle vicende narrate in Accattone penso siano emblematiche per illustrare la vita delle periferie cittadine di quegli anni che seguirono, dopo le distruzioni conseguenti alla seconda guerra mondiale, il periodo di ricostruzione del nostro Paese e le sacche di emarginazione che in quel momento storico si crearono, producendo una condizione di sottoproletariato oggi peraltro riconducibile alla dura condizione degli immigrati che attualmente calcano il suolo del nostro Paese. Ecco, probabilmente oggi Pasolini avrebbe parlato e scritto molto su quest’altra inumana emarginazione. Che, ricordo a me stessa, è stata la medesima di milioni di italiani emigrati nell'Ottocento e nel secolo scorso in mille luoghi del mondo, connazionali che hanno subito violenze, discriminazioni e pregiudizi che oggi altri italiani riservano crudelmente ad altrettanti essere umani. 
Oggi è il 23 agosto 2007 e Angela desidera ricordare i due emigrati italiani - odiati perché italiani e perché anarchici - Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, uccisi sulla sedia elettrica a Charlestown, Massachusetts, il 23 agosto 1927 e riconosciuti innocenti cinquant'anni dopo, il 23 agosto 1977. Evidentemente, i processi si possono riaprire e le verità possono essere ricercate, affermate e fatte trionfare.

Angela Molteni è nata e vive a Milano. Autodidatta, non ha alcun titolo accademico, ha soltanto una lunga e intensa esperienza lavorativa. Negli anni Sessanta e Settanta si è dedicata anche ad intensa attività politica e sindacale. Il suo unico figlio, ora ultraquarantenne, è dirigente di una Casa editrice milanese. Per tutta la vita ha lavorato con Case editrici, per oltre vent’anni come dipendente (Longanesi, Mursia, Bietti) e dal 1976 come collaboratrice esterna (Garzanti, Fabbri, Rizzoli, Longanesi, Bruno Mondadori, Sperling). Dalla seconda metà degli anni Ottanta, con l’avvento dell’informatica anche nei fino ad allora riluttanti ambiti editoriali, ha riconvertito grazie a un computer il suo lavoro su carta (fotocomposizione e revisione testi, impaginazioni, ricerche iconografiche, statistiche). Dal 1998 ha iniziato inoltre a creare siti web per aziende operanti in settori diversi, ed altre pagine per Internet dedicate a luoghi o personaggi di interesse personale (oltre a Pier Paolo Pasolini, Antonio Gramsci, Federico García Lorca, Ernesto Guevara, Giuseppe Verdi). Ha tenuto tra l'altro corsi di informatica per non vedenti presso strutture dell’Università Bocconi (2000) e curato una rivista informatica, Temporis (dal 2000 al 2006). Dal marzo 2007 ha realizzato il sito web per il Centro Studi Pasolini presso la Cineteca di Bologna, che ora è, insieme a “Pagine corsare”, ospitato in www.pasolini.net.

 
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INVITO ALLA LETTURA
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
A "PAGINE CORSARE"
DA OTTOBRE 1998

 


Intervista di Luigi Milani a Angela Molteni

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