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"Pagine corsare"
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Pasolini, un mistero italiano
Nell'ambito delle manifestazioni culturali previste
a Roma per ricordare Pier Paolo Pasolini:
serata a cura di Carlo Lucarelli
31 ottobre 2005 - ore 21:00
Teatro Argentina - Largo Torre Argentina, 52

Altre manifestazioni culturali a Roma

Pier Paolo Pasolini (1959)Pier Paolo Pasolini è un poeta, un regista, uno scrittore, un intellettuale di cui sentiamo tutti la mancanza, ma purtroppo è anche un mistero, un "mistero italiano", e chiedersi qualcosa sulla sua morte significa riflettere su tanti altri temi, altrettanto importanti. 

Mettere in fila i fatti, rivedere le indagini svolte e soprattutto quelle mai eseguite, anche alla luce dei più recenti avvenimenti e delle ultime interpretazioni, può essere utile e alla fine, come spesso accade, riservare qualche strana sorpresa. 

Tra gli interpreti: 
Carlo Lucarelli, Isadora Angelini, Beatrice Renzi, Luca Serrani accompagnati da Nicola Negrini al contrabbasso e Lucio Morelli al pianoforte. 

Promosso e curato dall’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma e dal Teatro di Roma. 
Biglietti: ingresso libero fino ad esaurimento posti. 
Ulteriori informazioni: 06 684000345 

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Pasolini trent'anni dopo. Uno tra noi
Altre iniziative a Roma


Sono ancora numerosi gli appuntamenti che la rassegna “Trenta anni dopo. Pasolini. Uno tra noi” propone per ricordare la figura del celebre scrittore. Letterati e politologi interverranno nell’ambito del convegno “Pasolini corsaro”, che si terrà il 31 ottobre alle ore 17.00 presso il Teatro Argentina: si parlerà del suo impegno civile, delle sue teorie sui drammatici avvenimenti degli anni Settanta e delle oscure circostanze della sua scomparsa. Questi alcuni dei temi che saranno affrontati.
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Aisha Cerami si cimentera' nell'interpretazione di alcune canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini, in occasione del trentennale della morte dell'autore, al Teatro Valle martedì 1° novembre e all'Auditorium il giorno successivo, il 2 novembre. La musica, eseguita dal vivo, farà da complemento alle parole e da contrappunto alle immagini proiettate sul fondo. Sul palco, renderanno il loro omaggio a Pasolini anche diversi artisti della scena musicale internazionale: Piccola Orchestra Avion Travel, Alice, Lucilla Galeazzi e Patti Smith.

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S’intitola “Pasolini: le testimonianze” la tavola rotonda su Pasolini che si terrà il 1° novembre alle ore 17.00 presso il Teatro Argentina, a cui parteciperanno Dacia Maraini, Jacqueline Risset, Enzo Siciliano, Walter Siti e Bernard Henry Lévy. Ognuno porterà la propria testimonianza e le proprie osservazioni, in un libero e reciproco scambio di idee che coinvolgeranno il pubblico in un dibattito generale.

Inoltre, ricordando l’amore per la poesia e la curiosità nei confronti del linguaggio lirico di Pasolini, è nata l’idea del Premio Internazionale di poesia intitolato allo scrittore, giunto alla seconda edizione. Scopo della rassegna è individuare tra le produzioni poetiche di oggi autori emergenti, i cui versi si avvicinino alla mentalità, alla predilezione e allo stile di Pasolini.

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Rientrano nel programma di mostre ed eventi promossi dal Comune di Roma a trent'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini le tre esposizioni ospitate nel Museo di Roma in Trastevere fino al 22 gennaio 2006: "Pasolini e Roma", "Miracolo a Roma. Angelo Pennoni sul set di Accattone", "La lunga strada di sabbia. Fotografie di Philippe Séclier".

Promossa dall'Assessorato alle Politiche Culturali e dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali, "Pasolini e Roma" ricorda la complessa figura di intellettuale e di artista nei suoi rapporti con la città eterna attraverso un ampio apparato documentario in buona parte inedito. Ideata da Gianni Borgna e curata da Enzo Siciliano e Federica Pirani, la mostra presenta fotografie, film, documentari, dattiloscritti originali, prime edizioni dei suoi libri che raccontano i legami di Pasolini sia con i circoli culturali romani, sia con il mondo popolare, due realtà che seppe intrecciare alla ricerca di nuovi modi espressivi e di comunicazione.

Così le fotografie delle periferie scattate da autori come Cartier-Bresson, Adriano Mordenti, Franco Pinna, Tano D'Amico, Umberto Cicconi, Federico Garolla, figurano accanto alle immagini dei set dei film di Pasolini realizzate da Tazio Secchiaroli, Mario Dondero, Paolo Di Paolo, mentre il mondo degli affetti e delle frequentazioni è documentato dalle fotografie che lo ritraggono con Moravia, Giuseppe Ungaretti, Laura Betti, Bernardo Bertolucci, Dacia Maraini. 

Tra gli scritti, dalla Biblioteca Nazionale di Roma e dal Gabinetto Vieusseux di Firenze provengono i dattiloscritti di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, la prima stesura di Le notti calde.

Agli anni Settanta risalgono gli appassionati articoli per il "Corriere" dedicati a temi come i fatti di Valle Giulia, il movimento studentesco, il delitto del Circeo, riproposti al Museo di Roma in Trastevere con le prime edizioni degli Scritti Corsari

La mostra presenta anche alcuni disegni dello stesso Pasolini e opere di artisti che gli furono vicini, oltre ai lavori di artisti contemporanei che ancora oggi trovano ispirazione nella poetica pasoliniana: le periferie di Vespignani, le antenne di Guccione, il racconto romano di Bruno Canova si affiancano ai dipinti di Carlo Levi, che ritraggono Anna Magnani e i protagonisti di Accattone, mentre viene riproposto Intellettuale di Fabio Mauri, che vide protagonista lo stesso scrittore nel 1975 alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna. La morte di Pasolini è rievocata dal dipinto di Renzo Vespignani Reperto A-RPX-117-6 del 1979, mentre Mario Schifano è l'autore del ritratto dello scrittore realizzato nel 1985 per il decennale della morte.

Tra le opere di artisti contemporanei in mostra, i dipinti di Andrea Aquilanti, Angelo Bellobono, Bernardo Siciliano, Giorgio Ortona, i video di Elisabetta Benassi, Gianluigi Toccafondo, le fotografie di Piero Pompili e Lorenzo Vitturi; di Fabrizio Plessi è esposto il lavoro preparatorio dell'opera Bombay Bombay, ispirata al viaggio in India di Pasolini. 

La mostra è corredata da una sezione video documentaria, con materiali di repertorio provenienti dall'archivio di Rai Teche e altri, che racconta Pasolini attraverso interviste e programmi realizzati dai primi anni '60 fino alla sua morte.
Catalogo Silvana Editoriale 

"Miracolo a Roma. Angelo Pennoni sul set di Accattone", curata dal Centro Sperimentale di Cinematografia, presenta sessanta fotografie scattate durante la lavorazione del film che ha segnato un profondo cambiamento nel cinema italiano: con Accattone Pasolini forza il passaggio del cinema da struttura narrativa a modalità del pensiero, seguendo la lezione di Rossellini e di Jean-Luc Godard.

Il lavoro di Angelo Pennoni s'innesta su quello di Pasolini che spesso, nei suoi primi film, compone le scene ispirandosi alla pittura e ai maestri del passato come Giotto, Masaccio, Pontormo, Rosso Fiorentino. Alle inquadrature di Pasolini si alternano le cronache del set, come scatti rubati in cui compaiono lo stesso regista, Franco Citti, il produttore Alfredo Bini, il direttore della fotografia Tonino delli Colli, il montatore Nino Baragli. 

Sergio Toffetti. Conservatore Cineteca Nazionale. La mostra, curata dal Centro Sperimentale di Cinematografia, presenta sessanta fotografie di Angelo Pennoni scattate su set del film di Pier Paolo Pasolini Accattone.
Accattone segna un profondo cambiamento nel cinema italiano, dapprima occultato parzialmente dalla stessa forza tematica ripresa dai romanzi del Pasolini scrittore - sprazzi di vita di un «protettore» di borgata che per amore vuole ritrovare la sua dignità passando alla condizione di ladro - che tuttavia le immagini di Pasolini cineasta esordiente trasformano in un mito senza tempo, da un lato dissolvendo il protagonista in un paesaggio di «rovine» - quelle dell’antichità classica accanto alle baraccopoli dell’urbanesimo forzato e della speculazione edilizia – dall’altro accentuandone l’intensità espressiva con piani ravvicinati di fissità pittorica. Pasolini, che dichiara di passare dalla scrittura all’immagine perché «il cinema in quanto ricerca linguistica è un’esperienza filosofica», forza il passaggio del cinema da struttura narrativa a modalità del pensiero, seguendo la lezione di Rossellini e di Jean-Luc Godard (che a sua volta si ispirerà a Uccellacci e uccellini, 1966, per uno delle sue opere più rivoluzionarie, Week End, 1968). I suoi primi film sembrano così nascere principalmente non dai romanzi, ma dalle sue poesie e dalla raffinata cultura figurativa che lo porta ad amare, e a citare Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Rosso Fiorentino, il Pontormo, riprendendo esattamente nell’inquadratura regole di composizione e prospettiva dei loro quadri. E’ stato sottolineato spesso il debito del cinema di Pasolini con la pittura, soprattutto quella dei manieristi, ma non si tratta soltanto del piacere del citazionismo prezioso, quanto piuttosto della rivendicazione di un’eredità. Ciò che interessa a Pasolini nella pittura non è soltanto la capacità di comporre belle immagini, ma anche una vocazione dimenticata a raccontare delle storie. Come quelle che Pasolini/Giotto dipinge nel Decameron per narrare al popolo i Fioretti di San Francesco, ad esempio. La pittura è l’arte che, prima del cinema, si fonda sulla fisicità della rappresentazione, scavalcando il campo simbolico e astratto del linguaggio per misurarsi direttamente con la rappresentazione dei corpi. Ed è questo richiamo all’epicità concreta della pittura che consentirà, ad esempio, in Mamma Roma di trovare poetica come una similitudine, e non stucchevole come una metafora, la morte di Ettore composto come un Cristo masaccesco.
Le riprese dal vivo di Accattone non restituiscono sulla pellicola soltanto l’impressione di realtà, ma rendono evidente come Pasolini in fondo si muova nella Roma di borgata come un pittore che dipinge “en plein air” per differenziarsi dalla pittura di “studio”.
Sulle composizioni di Pasolini si innesta, in queste foto di scena, il lavoro di Angelo Pennoni che a undici anni dal suo esordio in Miracolo a Milano nel 1950, si ritrova sul set di un film che da Vittorio De Sica – quello di Ladri di biciclette soprattutto - pur con sguardo profondamente mutato, prende a prestito luoghi, situazioni e addirittura una “figura di stile” ricorrente: la camminata del protagonista che va incontro, spesso senza vederlo, a un destino immutabile come in un mito classico. La deriva di Franco Citti sotto il sole di Roma è sublimata in un realismo metafisico che già contiene l’analoga “camminata” che, nello stesso caldo e con la stessa polvere, conduce Edipo verso il suo destino nell’Edipo Re. Ma Pasolini è fin da subito consapevole che al cinema il mito passa non soltanto attraverso la presenza di un corpo, ma grazie all’intermediazione di una tecnica che si fa linguaggio: e in molti dei percorsi di Accattone noi riconosciamo Lamberto Maggiorani in cerca della sua bicicletta.
Le foto di Pennoni oscillano, parallelamente, tra l’icona e lo scatto rubato, riprendendo di volta in volta, il tono delle inquadrature costruite da Pasolini e le cronache del set. Così, accanto alle immagini dove Franco Citti si identifica ieraticamente in Accattone, all’improvviso lo ritroviamo, seduto sul marciapiedi accanto a Mario Cipriani (futuro Stracci nella Ricotta) a torcersi dal ridere, ricordandoci come, fin da subito, sia stato “anche” un grande attore. Vediamo gli sfondi urbanistici della modernità che avanza sostituendo brutto a brutto, anticipando un discorso che Pasolini svilupperà in modo organico in Uccellacci e uccellini. Sorprendiamo Pasolini a fronteggiare – in una foto non priva d’ironia – parroco e chierichetti bardati per la scena del funerale, e poi, a colloquio con Alfredo Bini, geniale produttore che capisce che un’immagine la si può fare sovraesposta anche volontariamente, e saprà creare attorno a quell’esordiente di talento una rete di protezione tecnica con personaggi come il direttore della fotografia Tonino delli Colli o il montatore Nino Baragli che accompagneranno poi Pasolini lungo tutta la sua carriera.
Roland Barthes – che con Pasolini si troverà spesso a discutere nella fase del “militantismo semiologico -  scrive in La camera chiara: “una foto può essere l’oggetto di tre pratiche (o tre emozioni, o tre intenzioni): fare, subire, guardare”. Queste foto di Angelo Pennoni dimostrano ora che le carte possono essere molto più imbrogliate: il regista e gli attori che fanno, subiscono anche lo sguardo del fotografo che li riprende; ma il fotografo, nell’atto in cui guarda – anticipando la nostra condizione di “doppi spettatori” - ne subisce di riflesso il fascino quando sul set, battuto il ciak, si sente la voce che dà la sequenza dei comandi: “motore... azione”...


"La lunga strada di sabbia. Fotografie di Philippe Séclier

Estate 1959. Pier Paolo Pasolini percorre tutta la costa italiana, al volante di un Fiat Millecento, come inviato speciale della rivista Successo che pubblicherà, in tre numeri successivi speciali e accompagnati dalle foto di Paolo Di Paolo, il suo racconto La lunga strada di sabbia. Si tratta di uno dei primi reportage sulla nuova moda delle vacanze, specchio dell’Italia che cambia, di un benessere ritrovato dopo la guerra e di una nazione che comincia ad assaporare il gusto tutto piccolo borghese del boom economico. Pasolini viaggia dalla Versilia a Trieste, percorre strade in parte già note, conosce ritrovi alla moda e nuovi alberghi, si spinge fino alle ultime, lontane e ancora “intatte” spiagge d’Italia. Il suo sguardo è come sempre attento, premonitore, lucido, lirico.

Estate 2001. A trent’anni dalla morte, il fotografo francese Philippe Séclier torna sui passi dello scrittore e sul suo stesso itinerario e rivisita, con foto in bianco e nero, quel reportage. “In ogni foto che scatto spero ci sia un’eco di ognuna delle sue parole”, scrive Séclier. Il viaggio diventa allora la ricerca dei luoghi e delle atmosfere di Pasolini; il fotografo ne cerca le tracce, ne riconosce il passaggio e ricostruisce, per lui e per noi, il senso e il valore della lezione. Una lezione quanto mai attualissima, che ha lasciato un vuoto carico di significato. “Spesso, un indizio o un altro mi conducono in un determinato posto e rispondo sempre senza esitazione a questi richiami che si ripetono come tanti incontri inquietanti”. 

In mostra, una selezione delle immagini di Séclier accompagnate dalle riproduzioni di alcune pagine del dattiloscritto originale che Pasolini utilizzò e che ora è stato recentemente pubblicato, con la completa trascrizione e le immagini di Séclier, nel volume La lunga strada di sabbia (Contrasto 2005).

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Museo di Roma in Trastevere Piazza Sant'Egidio - Tel. 06.5816563
Orario: 10-20. Chiuso il lunedì 
Biglietto integrato mostre + museo: intero 6 euro; ridotto 5 euro. 
L'ingresso alle proiezioni è gratuito.
Fino al 22 gennaio 2006

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Un poeta antropologo
Gianni Borgna, Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma
(dal catalogo della mostra)

 “Così non si può andare avanti. Bisognerà tornare indietro, e ricominciare daccapo. Perché i nostri figli non siano educati dai borghesi, perché le nostre case non siano costruite dai borghesi, perché le nostre anime non siano tentate dai borghesi”.
Tornare indietro? Ricominciare daccapo? Non sono espressioni nostalgiche, persino un po’ reazionarie? Non lo penso affatto, anche perché in Pasolini è sempre chiarissima la distinzione tra “consumismo in generale” e “consumismo italiano”. Rileggiamo, in proposito, gli ultimi suoi ultimi articoli per il “Corriere della Sera”. Le date sono quelle del 29 e del 30 ottobre 1975, pochi giorni prima della sua morte. Pasolini propone l’abolizione temporanea della scuola dell’obbligo e della tv e parla del massacro del Circeo; e, in tutti e due i casi, lo fa in polemica prima con Moravia e poi con Calvino. Riguardo al Circeo, al contrario di Calvino, non ne enfatizza la matrice “fascista”, quanto la “disumanità” ormai largamente presente tra i giovani, quelli delle borgate compresi. Riguardo alla scuola e alla televisione e agli effetti distorti, in un passo così eloquente da non aver bisogno di alcun commento, produce il suo affondo: “Moravia nel rimproverarmi la mia ingenua indignazione contro il consumismo, confonde continuamente il consumismo in generale con il consumismo italiano…
Ma mi provi che io mi indigno contro il consumismo in generale: produca cioè un mio testo contenente una simile indignazione. In realtà, per quanto riguarda la fase consumistica del capitalismo mondiale io la penso esattamente come Moravia. Se egli invece mi rimprovera un’ingenua indignazione contro il consumismo italiano, allora egli ha torto. Perché senza indignazione sarebbe impossibile parlarne. E’ da escludere la possibilità dell’oggettività, quando la gestione della rivoluzione consumistica è stata manipolata dai governanti italiani in un modo e in un contesto criminale”.
Due cose appaiono subito evidenti. L’“antropologia” pasoliniana non è fredda, astratta, frutto di riflessioni intellettuali, ma tutta costruita “sul campo”, a contatto con persone e situazioni reali, e, in particolare, a contatto con quella “mutazione genetica” che stava conoscendo Roma all’inizio degli anni Settanta. E poi che quella di Pasolini non è la solita invettiva moralistica contro la società moderna, ma una critica radicale della “modernità”; non è un “j’accuse” contro la società dei consumi genericamente intesa, ma contro il modo in cui è stata realizzata in Italia (ed è quindi anche un’analisi – forse la più acuta che si conosca – del “trauma italiano”).
Il “trauma italiano” è dato dal contatto tra l’arcaicità pluralistica e il livellamento industriale (come nella Germania prima di Hitler). E’ la conseguenza del passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà industriale e post-industriale che  - a differenza di quel che succede in altri paesi – in Italia avviene in modo brusco e improvviso, come prima “unificazione” reale conosciuta dal nostro paese (mentre altrove essa si è sovrapposta, con una certa logica, alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale). 
Andare avanti è dunque necessario, ma non tagliando completamente i ponti con il passato o esaltando acriticamente quei beni superflui e quegli “sciupii vistosi”, come li definiva Veblen,  che rendono superflua e inautentica l’intera esistenza. “Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione… Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi non amano nulla”, scriveva Pasolini nel 1962 su “Vie Nuove”. 
Accostare dunque Pasolini a quegli esponenti del “socialismo feudale” (“che hanno impugnato la proletaria bisaccia da mendicante”), di cui parlano Marx e Engels nel Manifesto dei comunisti, è assolutamente fuorviante. Anche perché la borghesia del ventesimo secolo (e soprattutto quella italiana) non ha nulla a che vedere con quella che nella prima parte del Manifesto viene esaltata come una forza “sommamente rivoluzionaria”. 
Il problema dell’oggi, del resto, non riguarda più il quanto ma il come produrre (compreso il come difendere l’ambiente naturale e il come riequilibrare il rapporto tra nord e sud del mondo, e quindi anche il come risparmiare). Tutti temi assai cari al poeta delle Ceneri di Gramsci (si pensi solo a quella vera e propria “operetta morale” che è “L’articolo delle lucciole”), ma ignorati da quasi tutta la borghesia italiana, e, dispiace aggiungerlo, anche da molti intellettuali.
Mentre nell’Ottocento e ancora in parte nel Novecento è stato possibile pensare che il socialismo sarebbe stato partorito ineluttabilmente dal seno stesso del capitalismo, oggi non sappiamo che non solo non è stato così, ma che il capitalismo tende a identificarsi sempre più con la natura, a pensarsi, hegelianamente, come fine della storia.
Ecco dunque la “tragica domanda che oggi va posta” (e che Pasolini poneva proprio in quel tragico 1975, che sarebbe stato anche l’ultimo anno della sua vita): “Ma se la Seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità che si è data – producesse da ora in poi dei ‘rapporti sociali’ immodificabili?”. 
In verità, suggeriva Pasolini, c’è oggi un’idea sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea, cioè, che il bene più grande sia la ricchezza e che il male peggiore sia la povertà e che quindi la cultura  delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole, l’idea che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese.
E così torniamo al Circeo e, anche, al suo ultimo film, Salò. Per sottolineare, e denunciare, che l’omologazione italiana è oltretutto falsa e illusoria, perché investe, al più, la sfera del costume e del comportamento. Nella realtà, i poveri restano poveri, i ricchi ricchi; gli sfruttati sfruttati, gli sfruttatori sfruttatori. Solo che, volendo i poveri imitare i ricchi e gli sfruttati gli sfruttatori senza potervi riuscire (perché nella realtà le differenze tra loro restano abissali), essi finiscono col nevrotizzarsi  e col diventare dei criminali. Ed è per questo che tra il massacro del Circeo e gli stupri che avvengono quasi ogni sera nelle borgate non c’è differenza. La differenza è al più nel fatto (si pensi ancora a Salò) che le vittime si trasformano a loro volta in carnefici. Ma il gioco del potere è ancora saldamente in altre mani.

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Luoghi della memoria
organizzato dal Comune di Roma
Attori e poesia
2 novembre 2005 - XII edizione - ore 15.00

Campo Cestio
Cimitero Acattolico per gli stranieri al Testaccio
via Caio Cestio, 6
Giorgio Albertazzi
David Gallarello
Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini
Ode sopra un’urna greca di John Keats
Ode al vento di ponente di Percy Besshe Shelley
Giulio Luciani, violino
Giuseppe Mulè, violoncello
 
 


Pasolini, un mistero italiano - Serata a cura di Carlo Lucarelli
e altre manifestazioni a Roma
 

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