Aisha Cerami si cimentera'
nell'interpretazione di alcune canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini,
in occasione del trentennale della morte dell'autore, al Teatro Valle martedì
1°
novembre e all'Auditorium il giorno successivo, il 2 novembre.
La musica, eseguita dal vivo, farà da complemento alle parole e
da contrappunto alle immagini proiettate sul fondo. Sul palco, renderanno
il loro omaggio a Pasolini anche diversi artisti della scena musicale internazionale:
Piccola Orchestra Avion Travel, Alice, Lucilla Galeazzi e Patti Smith.
* * *
S’intitola “Pasolini:
le testimonianze” la tavola rotonda su Pasolini che si terrà
il 1° novembre alle ore 17.00 presso il Teatro Argentina, a
cui parteciperanno Dacia Maraini, Jacqueline Risset, Enzo Siciliano, Walter
Siti e Bernard Henry Lévy. Ognuno porterà la propria testimonianza
e le proprie osservazioni, in un libero e reciproco scambio di idee che
coinvolgeranno il pubblico in un dibattito generale.
Inoltre, ricordando l’amore
per la poesia e la curiosità nei confronti del linguaggio lirico
di Pasolini, è nata l’idea del Premio Internazionale di poesia intitolato
allo scrittore, giunto alla seconda edizione. Scopo della rassegna è
individuare tra le produzioni poetiche di oggi autori emergenti, i cui
versi si avvicinino alla mentalità, alla predilezione e allo stile
di Pasolini.
* * *
Rientrano nel programma di
mostre ed eventi promossi dal Comune di Roma a trent'anni dalla morte di
Pier Paolo Pasolini le tre esposizioni ospitate nel Museo di Roma in
Trastevere fino al 22 gennaio 2006: "Pasolini e Roma", "Miracolo
a Roma. Angelo Pennoni sul set di Accattone", "La lunga strada di sabbia.
Fotografie di Philippe Séclier".
Promossa dall'Assessorato
alle Politiche Culturali e dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali, "Pasolini
e Roma" ricorda la complessa figura di intellettuale e di artista nei
suoi rapporti con la città eterna attraverso un ampio apparato documentario
in buona parte inedito. Ideata da Gianni Borgna e curata da Enzo Siciliano
e Federica Pirani, la mostra presenta fotografie, film, documentari, dattiloscritti
originali, prime edizioni dei suoi libri che raccontano i legami di Pasolini
sia con i circoli culturali romani, sia con il mondo popolare, due realtà
che seppe intrecciare alla ricerca di nuovi modi espressivi e di comunicazione.
Così le fotografie
delle periferie scattate da autori come Cartier-Bresson, Adriano Mordenti,
Franco Pinna, Tano D'Amico, Umberto Cicconi, Federico Garolla, figurano
accanto alle immagini dei set dei film di Pasolini realizzate da Tazio
Secchiaroli, Mario Dondero, Paolo Di Paolo, mentre il mondo degli affetti
e delle frequentazioni è documentato dalle fotografie che lo ritraggono
con Moravia, Giuseppe Ungaretti, Laura Betti, Bernardo Bertolucci, Dacia
Maraini.
Tra gli scritti, dalla Biblioteca
Nazionale di Roma e dal Gabinetto Vieusseux di Firenze provengono i dattiloscritti
di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, la prima stesura
di Le notti calde.
Agli anni Settanta risalgono
gli appassionati articoli per il "Corriere" dedicati a temi come i fatti
di Valle Giulia, il movimento studentesco, il delitto del Circeo, riproposti
al Museo di Roma in Trastevere con le prime edizioni degli Scritti Corsari.
La mostra presenta anche
alcuni disegni dello stesso Pasolini e opere di artisti che gli furono
vicini, oltre ai lavori di artisti contemporanei che ancora oggi trovano
ispirazione nella poetica pasoliniana: le periferie di Vespignani, le antenne
di Guccione, il racconto romano di Bruno Canova si affiancano ai dipinti
di Carlo Levi, che ritraggono Anna Magnani e i protagonisti di Accattone,
mentre viene riproposto Intellettuale di Fabio Mauri, che vide protagonista
lo stesso scrittore nel 1975 alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna. La
morte di Pasolini è rievocata dal dipinto di Renzo Vespignani Reperto
A-RPX-117-6 del 1979, mentre Mario Schifano è l'autore del ritratto
dello scrittore realizzato nel 1985 per il decennale della morte.
Tra le opere di artisti contemporanei
in mostra, i dipinti di Andrea Aquilanti, Angelo Bellobono, Bernardo Siciliano,
Giorgio Ortona, i video di Elisabetta Benassi, Gianluigi Toccafondo, le
fotografie di Piero Pompili e Lorenzo Vitturi; di Fabrizio Plessi è
esposto il lavoro preparatorio dell'opera Bombay Bombay, ispirata
al viaggio in India di Pasolini.
La mostra è corredata
da una sezione video documentaria, con materiali di repertorio provenienti
dall'archivio di Rai Teche e altri, che racconta Pasolini attraverso interviste
e programmi realizzati dai primi anni '60 fino alla sua morte.
Catalogo Silvana Editoriale
"Miracolo a Roma. Angelo
Pennoni sul set di Accattone", curata dal Centro Sperimentale di Cinematografia,
presenta sessanta fotografie scattate durante la lavorazione del film che
ha segnato un profondo cambiamento nel cinema italiano: con Accattone
Pasolini forza il passaggio del cinema da struttura narrativa a modalità
del pensiero, seguendo la lezione di Rossellini e di Jean-Luc Godard.
Il lavoro di Angelo Pennoni
s'innesta su quello di Pasolini che spesso, nei suoi primi film, compone
le scene ispirandosi alla pittura e ai maestri del passato come Giotto,
Masaccio, Pontormo, Rosso Fiorentino. Alle inquadrature di Pasolini si
alternano le cronache del set, come scatti rubati in cui compaiono lo stesso
regista, Franco Citti, il produttore Alfredo Bini, il direttore della fotografia
Tonino delli Colli, il montatore Nino Baragli.
Sergio Toffetti. Conservatore
Cineteca Nazionale. La mostra, curata dal Centro Sperimentale di Cinematografia,
presenta sessanta fotografie di Angelo Pennoni scattate su set del film
di Pier Paolo Pasolini
Accattone.
Accattone segna un
profondo cambiamento nel cinema italiano, dapprima occultato parzialmente
dalla stessa forza tematica ripresa dai romanzi del Pasolini scrittore
- sprazzi di vita di un «protettore» di borgata che per amore
vuole ritrovare la sua dignità passando alla condizione di ladro
- che tuttavia le immagini di Pasolini cineasta esordiente trasformano
in un mito senza tempo, da un lato dissolvendo il protagonista in un paesaggio
di «rovine» - quelle dell’antichità classica accanto
alle baraccopoli dell’urbanesimo forzato e della speculazione edilizia
– dall’altro accentuandone l’intensità espressiva con piani ravvicinati
di fissità pittorica. Pasolini, che dichiara di passare dalla scrittura
all’immagine perché «il cinema in quanto ricerca linguistica
è un’esperienza filosofica», forza il passaggio del cinema
da struttura narrativa a modalità del pensiero, seguendo la lezione
di Rossellini e di Jean-Luc Godard (che a sua volta si ispirerà
a Uccellacci e uccellini, 1966, per uno delle sue opere più
rivoluzionarie, Week End, 1968). I suoi primi film sembrano così
nascere principalmente non dai romanzi, ma dalle sue poesie e dalla raffinata
cultura figurativa che lo porta ad amare, e a citare Giotto, Masaccio,
Piero della Francesca, Rosso Fiorentino, il Pontormo, riprendendo esattamente
nell’inquadratura regole di composizione e prospettiva dei loro quadri.
E’ stato sottolineato spesso il debito del cinema di Pasolini con la pittura,
soprattutto quella dei manieristi, ma non si tratta soltanto del piacere
del citazionismo prezioso, quanto piuttosto della rivendicazione di un’eredità.
Ciò che interessa a Pasolini nella pittura non è soltanto
la capacità di comporre belle immagini, ma anche una vocazione dimenticata
a raccontare delle storie. Come quelle che Pasolini/Giotto dipinge nel
Decameron
per narrare al popolo i Fioretti di San Francesco, ad esempio. La pittura
è l’arte che, prima del cinema, si fonda sulla fisicità della
rappresentazione, scavalcando il campo simbolico e astratto del linguaggio
per misurarsi direttamente con la rappresentazione dei corpi. Ed è
questo richiamo all’epicità concreta della pittura che consentirà,
ad esempio, in Mamma Roma di trovare poetica come una similitudine,
e non stucchevole come una metafora, la morte di Ettore composto come un
Cristo masaccesco.
Le riprese dal vivo di Accattone
non restituiscono sulla pellicola soltanto l’impressione di realtà,
ma rendono evidente come Pasolini in fondo si muova nella Roma di borgata
come un pittore che dipinge “en plein air” per differenziarsi dalla pittura
di “studio”.
Sulle composizioni di Pasolini
si innesta, in queste foto di scena, il lavoro di Angelo Pennoni che a
undici anni dal suo esordio in Miracolo a Milano nel 1950, si ritrova
sul set di un film che da Vittorio De Sica – quello di Ladri di biciclette
soprattutto - pur con sguardo profondamente mutato, prende a prestito luoghi,
situazioni e addirittura una “figura di stile” ricorrente: la camminata
del protagonista che va incontro, spesso senza vederlo, a un destino immutabile
come in un mito classico. La deriva di Franco Citti sotto il sole di Roma
è sublimata in un realismo metafisico che già contiene l’analoga
“camminata” che, nello stesso caldo e con la stessa polvere, conduce Edipo
verso il suo destino nell’Edipo Re. Ma Pasolini è fin da subito
consapevole che al cinema il mito passa non soltanto attraverso la presenza
di un corpo, ma grazie all’intermediazione di una tecnica che si fa linguaggio:
e in molti dei percorsi di Accattone noi riconosciamo Lamberto Maggiorani
in cerca della sua bicicletta.
Le foto di Pennoni oscillano,
parallelamente, tra l’icona e lo scatto rubato, riprendendo di volta in
volta, il tono delle inquadrature costruite da Pasolini e le cronache del
set. Così, accanto alle immagini dove Franco Citti si identifica
ieraticamente in Accattone, all’improvviso lo ritroviamo, seduto sul marciapiedi
accanto a Mario Cipriani (futuro Stracci nella Ricotta) a torcersi
dal ridere, ricordandoci come, fin da subito, sia stato “anche” un grande
attore. Vediamo gli sfondi urbanistici della modernità che avanza
sostituendo brutto a brutto, anticipando un discorso che Pasolini svilupperà
in modo organico in Uccellacci e uccellini. Sorprendiamo Pasolini
a fronteggiare – in una foto non priva d’ironia – parroco e chierichetti
bardati per la scena del funerale, e poi, a colloquio con Alfredo Bini,
geniale produttore che capisce che un’immagine la si può fare sovraesposta
anche volontariamente, e saprà creare attorno a quell’esordiente
di talento una rete di protezione tecnica con personaggi come il direttore
della fotografia Tonino delli Colli o il montatore Nino Baragli che accompagneranno
poi Pasolini lungo tutta la sua carriera.
Roland Barthes – che con
Pasolini si troverà spesso a discutere nella fase del “militantismo
semiologico - scrive in La camera chiara: “una foto può
essere l’oggetto di tre pratiche (o tre emozioni, o tre intenzioni): fare,
subire, guardare”. Queste foto di Angelo Pennoni dimostrano ora che le
carte possono essere molto più imbrogliate: il regista e gli attori
che fanno, subiscono anche lo sguardo del fotografo che li riprende; ma
il fotografo, nell’atto in cui guarda – anticipando la nostra condizione
di “doppi spettatori” - ne subisce di riflesso il fascino quando sul set,
battuto il ciak, si sente la voce che dà la sequenza dei comandi:
“motore... azione”...
"La lunga strada di sabbia.
Fotografie di Philippe Séclier"
Estate 1959. Pier
Paolo Pasolini percorre tutta la costa italiana, al volante di un Fiat
Millecento, come inviato speciale della rivista Successo che pubblicherà,
in tre numeri successivi speciali e accompagnati dalle foto di Paolo Di
Paolo, il suo racconto La lunga strada di sabbia. Si tratta di uno dei
primi reportage sulla nuova moda delle vacanze, specchio dell’Italia che
cambia, di un benessere ritrovato dopo la guerra e di una nazione che comincia
ad assaporare il gusto tutto piccolo borghese del boom economico. Pasolini
viaggia dalla Versilia a Trieste, percorre strade in parte già note,
conosce ritrovi alla moda e nuovi alberghi, si spinge fino alle ultime,
lontane e ancora “intatte” spiagge d’Italia. Il suo sguardo è come
sempre attento, premonitore, lucido, lirico.
Estate 2001. A trent’anni
dalla morte, il fotografo francese Philippe Séclier torna sui passi
dello scrittore e sul suo stesso itinerario e rivisita, con foto in bianco
e nero, quel reportage. “In ogni foto che scatto spero ci sia un’eco di
ognuna delle sue parole”, scrive Séclier. Il viaggio diventa allora
la ricerca dei luoghi e delle atmosfere di Pasolini; il fotografo ne cerca
le tracce, ne riconosce il passaggio e ricostruisce, per lui e per noi,
il senso e il valore della lezione. Una lezione quanto mai attualissima,
che ha lasciato un vuoto carico di significato. “Spesso, un indizio o un
altro mi conducono in un determinato posto e rispondo sempre senza esitazione
a questi richiami che si ripetono come tanti incontri inquietanti”.
In mostra, una selezione
delle immagini di Séclier accompagnate dalle riproduzioni di alcune
pagine del dattiloscritto originale che Pasolini utilizzò e che
ora è stato recentemente pubblicato, con la completa trascrizione
e le immagini di Séclier, nel volume La lunga strada di sabbia
(Contrasto 2005).
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Museo di Roma in Trastevere
Piazza Sant'Egidio - Tel. 06.5816563
Orario: 10-20. Chiuso il
lunedì
Biglietto integrato mostre
+ museo: intero 6 euro; ridotto 5 euro.
L'ingresso alle proiezioni
è gratuito.
Fino al 22 gennaio 2006
* * *
.
Un poeta antropologo
Gianni Borgna, Assessore
alle Politiche Culturali del Comune di Roma
(dal catalogo della
mostra)
“Così non si
può andare avanti. Bisognerà tornare indietro, e ricominciare
daccapo. Perché i nostri figli non siano educati dai borghesi, perché
le nostre case non siano costruite dai borghesi, perché le nostre
anime non siano tentate dai borghesi”.
Tornare indietro? Ricominciare
daccapo? Non sono espressioni nostalgiche, persino un po’ reazionarie?
Non lo penso affatto, anche perché in Pasolini è sempre chiarissima
la distinzione tra “consumismo in generale” e “consumismo italiano”. Rileggiamo,
in proposito, gli ultimi suoi ultimi articoli per il “Corriere della Sera”.
Le date sono quelle del 29 e del 30 ottobre 1975, pochi giorni prima della
sua morte. Pasolini propone l’abolizione temporanea della scuola dell’obbligo
e della tv e parla del massacro del Circeo; e, in tutti e due i casi, lo
fa in polemica prima con Moravia e poi con Calvino. Riguardo al Circeo,
al contrario di Calvino, non ne enfatizza la matrice “fascista”, quanto
la “disumanità” ormai largamente presente tra i giovani, quelli
delle borgate compresi. Riguardo alla scuola e alla televisione e agli
effetti distorti, in un passo così eloquente da non aver bisogno
di alcun commento, produce il suo affondo: “Moravia nel rimproverarmi la
mia ingenua indignazione contro il consumismo, confonde continuamente il
consumismo in generale con il consumismo italiano…
Ma mi provi che io mi indigno
contro il consumismo in generale: produca cioè un mio testo contenente
una simile indignazione. In realtà, per quanto riguarda la fase
consumistica del capitalismo mondiale io la penso esattamente come Moravia.
Se egli invece mi rimprovera un’ingenua indignazione contro il consumismo
italiano, allora egli ha torto. Perché senza indignazione sarebbe
impossibile parlarne. E’ da escludere la possibilità dell’oggettività,
quando la gestione della rivoluzione consumistica è stata manipolata
dai governanti italiani in un modo e in un contesto criminale”.
Due cose appaiono subito
evidenti. L’“antropologia” pasoliniana non è fredda, astratta, frutto
di riflessioni intellettuali, ma tutta costruita “sul campo”, a contatto
con persone e situazioni reali, e, in particolare, a contatto con quella
“mutazione genetica” che stava conoscendo Roma all’inizio degli anni Settanta.
E poi che quella di Pasolini non è la solita invettiva moralistica
contro la società moderna, ma una critica radicale della “modernità”;
non è un “j’accuse” contro la società dei consumi genericamente
intesa, ma contro il modo in cui è stata realizzata in Italia (ed
è quindi anche un’analisi – forse la più acuta che si conosca
– del “trauma italiano”).
Il “trauma italiano” è
dato dal contatto tra l’arcaicità pluralistica e il livellamento
industriale (come nella Germania prima di Hitler). E’ la conseguenza del
passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà industriale
e post-industriale che - a differenza di quel che succede in altri
paesi – in Italia avviene in modo brusco e improvviso, come prima “unificazione”
reale conosciuta dal nostro paese (mentre altrove essa si è sovrapposta,
con una certa logica, alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione
della rivoluzione borghese e industriale).
Andare avanti è dunque
necessario, ma non tagliando completamente i ponti con il passato o esaltando
acriticamente quei beni superflui e quegli “sciupii vistosi”, come li definiva
Veblen, che rendono superflua e inautentica l’intera esistenza. “Bisogna
strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione… Solo la rivoluzione
può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi
non amano nulla”, scriveva Pasolini nel 1962 su “Vie Nuove”.
Accostare dunque Pasolini
a quegli esponenti del “socialismo feudale” (“che hanno impugnato la proletaria
bisaccia da mendicante”), di cui parlano Marx e Engels nel Manifesto dei
comunisti, è assolutamente fuorviante. Anche perché la borghesia
del ventesimo secolo (e soprattutto quella italiana) non ha nulla a che
vedere con quella che nella prima parte del Manifesto viene esaltata come
una forza “sommamente rivoluzionaria”.
Il problema dell’oggi, del
resto, non riguarda più il quanto ma il come produrre (compreso
il come difendere l’ambiente naturale e il come riequilibrare il rapporto
tra nord e sud del mondo, e quindi anche il come risparmiare). Tutti temi
assai cari al poeta delle Ceneri di Gramsci (si pensi solo a quella vera
e propria “operetta morale” che è “L’articolo delle lucciole”),
ma ignorati da quasi tutta la borghesia italiana, e, dispiace aggiungerlo,
anche da molti intellettuali.
Mentre nell’Ottocento e
ancora in parte nel Novecento è stato possibile pensare che il socialismo
sarebbe stato partorito ineluttabilmente dal seno stesso del capitalismo,
oggi non sappiamo che non solo non è stato così, ma che il
capitalismo tende a identificarsi sempre più con la natura, a pensarsi,
hegelianamente, come fine della storia.
Ecco dunque la “tragica
domanda che oggi va posta” (e che Pasolini poneva proprio in quel tragico
1975, che sarebbe stato anche l’ultimo anno della sua vita): “Ma se la
Seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità
che si è data – producesse da ora in poi dei ‘rapporti sociali’
immodificabili?”.
In verità, suggeriva
Pasolini, c’è oggi un’idea sinceramente o insinceramente comune
a tutti: l’idea, cioè, che il bene più grande sia la ricchezza
e che il male peggiore sia la povertà e che quindi la cultura
delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe
dominante. In altre parole, l’idea che la storia non sia e non possa essere
che la storia borghese.
E così torniamo al
Circeo e, anche, al suo ultimo film, Salò. Per sottolineare, e denunciare,
che l’omologazione italiana è oltretutto falsa e illusoria, perché
investe, al più, la sfera del costume e del comportamento. Nella
realtà, i poveri restano poveri, i ricchi ricchi; gli sfruttati
sfruttati, gli sfruttatori sfruttatori. Solo che, volendo i poveri imitare
i ricchi e gli sfruttati gli sfruttatori senza potervi riuscire (perché
nella realtà le differenze tra loro restano abissali), essi finiscono
col nevrotizzarsi e col diventare dei criminali. Ed è per
questo che tra il massacro del Circeo e gli stupri che avvengono quasi
ogni sera nelle borgate non c’è differenza. La differenza è
al più nel fatto (si pensi ancora a Salò) che le vittime
si trasformano a loro volta in carnefici. Ma il gioco del potere è
ancora saldamente in altre mani.
* * *
Luoghi della memoria
organizzato dal Comune
di Roma
Attori e poesia
2 novembre 2005 - XII
edizione - ore 15.00
Campo Cestio
Cimitero Acattolico per
gli stranieri al Testaccio
via Caio Cestio, 6
Giorgio Albertazzi
David Gallarello
Le ceneri di Gramsci
di Pier Paolo Pasolini
Ode sopra un’urna greca
di John Keats
Ode al vento di ponente
di Percy Besshe Shelley
Giulio Luciani, violino
Giuseppe Mulè, violoncello