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Notizie Uno tra noi,
Scorrono le immagini dell'Archivio del movimento operaio. La Casa della cultura di via Arenula, a Roma, è gremita di gente ma pochi piangono. Più della disperazione fa lo sgomento di pensare che Pier Paolo Pasolini ha smesso di parlare per sempre. Pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo martoriato all'Idroscalo di Ostia - era il 2 novembre del 1975 - al suo funerale ci sono tutti quelli che lo hanno amato e persino odiato. Perchè il poeta e l'intellettuale non è stato mai accomodante, non era abituto ai compromessi, ha sempre cercato di smantellare concezioni statitiche e obsolete, smascherare dinamiche diaboliche. Così Alberto Moravia, Aldo Tortorella, Tonino Delli Colli, Bernardo Bertolucci, erano in tanti quelli che parevano i suoi "vedovi civili", quelli che potevano sembrare gli amanti e gli ex coniugi. Poi come sassi le parole che Moravia pronunciò a Campo dei fiori. Non contava che fosse uno degli autori simbolo della incomunicabilità: riuscì a smarcarsi dalla sua profonda chiusura e tenne un'orazione funebre davanti ad una piazza che lo ascoltava sconcertata. "La nonna", come veniva definito da Pasolini e Sandro Penna, non trattenne la rabbia, urlò contro ignoti e contro chi ignorava «che di poeti ne nascono due o tre in un secolo. Il poeta dovrebbe essere sacro per una nazione». Durante la serata organizzata dal Comune di Roma al Parco della musica - "Pasolini 30 anni dopo. Uno tra noi" - davanti ad una platea molto variegata (dal giovane studente al pensionato) è il poeta che traccia un piccolo ritratto di se stesso. Passano le immagini delle sue apparizioni televisive (scelte personalmente da Gianni Borgna e concesse dalle teche Rai), si cantano alcune canzoni che aveva scritto, vengono recitate le sue poesie. Così gli Avion Travel propongono la canzone che il regista scrisse con Domenico Modugno, che la interpretò in un bel cammeo nello struggente "Che cosa sono le nuvole". Intanto, tra le esibizioni degli artisti, scorrono spezzoni di televisione, nei quali Pasolini declina il suo vangelo. Lo fa come sempre tentando di semplificare, sapendo che il video non è un mezzo democratico e chi parla lo fa da una posizione di superiorità rispetto all'ascoltatore. Il poeta e uomo della strada spiega che, si metta in chiaro una volta per tutte, lui ogni sera va a incontrare la vita, a fare esperienza diretta, sul corpo, di quello di cui parla. Dice di apprezzare le persone semplici - «Diciamo con la quarta elementare» - perchè soltanto loro, e gli intellettuali molto alti, conservano un grado di purezza e sensibilità che per gli altri viene spazzato via dall'omologazione forzosa. E ancora interviene a sfatare il mito del suo pessimismo: si dice una persona «dalla natura molto gaia», non contrario al progresso ma allo sviluppo, a questo sistema di produzione di beni superflui per alimentare una società cui la destra economica ha fatto imboccare la strada del consumismo fine a se stesso. L'italiano - la lingua e l'uomo - trasformati semiologicamente nell'arco di appena dieci anni. Affacciato da un palazzo che dà su una piazza, dice all'interlocutore, non si riesce più a distinguere l'operaio dalla studente, come avveniva una volta. L'omologazione ha cambiato le facce, il modo di vestire e gesticolare, le città sono diventate luoghi di alienazione. Una condizione che emerge come un pensiero triste nella poesia "La recessione", musicata da Alice: città grandi come mondi, gente che va a piedi vestita di grigio, «con negli occhi una domanda/ che non è di soldi/ ma è d'amore». Certo non poteva mancare Laura Betti, "Laurissima", che per quasi trent'anni ha curato con la grinta di chi perde subito le staffe il "Fondo Pasolini". Scomparsa l'anno scorso, aveva iniziato la sua carriera cantando jazz nei locali. Quando Pasolini la incontrò, negli anni cinquanta, ne divenne amico e decise di scriverle alcune canzoni per lo spettacolo "Giro a vuoto". È Aisha Cerami a farle vivere di nuovo, per una sera, non in un locale di avanspettacolo nella Roma che iniziava a luccicare dopo le notti di coprifuoco del Fascismo. Siamo nella capitale di una nazione orfana, in una struttura tirata a lucido ma quelle sonate conservano il loro fascino. Storie di poveri diavoli, della prostituta che non "canta" davanti al commissario, delle borgate contrapposte al centro cittadino, l'orizzonte della poetica pasoliniana che sta iniziando a delinerasi. Eppure "Laurissima" viene evocata in maniera ancora più intensa dalla voce e l'attitudine di Lucilla Galeazzi e le parole di Giovanna Marini nel suo "Lamento per la morte di Pier Paolo Pasolini". Uno dei momenti migliori della serata, che questa ballata riscalda con il suo incedere caracollante, nell'impari lotta tra una disperata vitalità e l'appuntamento con la morte. Man mano che i filmati scorrono in ordine cronologico ci avviciniamo all'epilogo inaspettato. Il Pasolini maturo parla di sé: «Non credo più nella rivoluzione, il mio atteggiamento è più anarchico. La società dei consumi è stata la vera rivoluzione della borghesia». Disincanto e realismo estremo: «Sono apocalittico, la speranza è stata cancellata dal mio vocabolario. Lotto giorno per giorno per verità piccole e parziali». Una delle ultime immagini girate sulla spiaggia di Sabaudia, con i lineamenti ancora più spigolosi per il viso scavato, i capelli comunque più radi e scompigliati dalla brezza marina, lui che aborriva la vecchiaia. Una città fascista, diceva, solo nelle intenzioni dei criminali fascisti che l'avevano costruita ma profondamente italiana nello sviluppo, a misura d'uomo. Poco lontano c'era il castello di Chia, il buen retiro nel quale Pasolini amava isolarsi sempre più spesso per dipingere, scrivere, riflettere in solitudine. «Ho imparato come un artista possa emergere attraverso l'impegno». Nel finale, arriva sul palco incedendo sottile nei suoi jeans neri infilati negli stivali e giacca dal taglio maschile, la poetessa del punk Patti Smith. Quando dalla campagna fuggì nella New York della cultura underground degli anni settanta si presentava ai reading di poesia con il clarinetto che non sapeva suonare. Amava Rimbaud e Jim Morrison, soprattutto, ma era la più "europea" delle giovani leve della New Wave musicale della costa orientale e non le sfuggì la forza dirompente del messaggio pasoliniano. Lo conobbe in inglese, e in inglese recita una lunga poesia che compose quando passò dall'Italia per le ultime due date del suo tour del '78, che segnò il ritiro dalle scene per molti anni. A Firenze e Bologna, davanti a platee che da nessuna parte aveva radunato così numerose, pronte ad esplodere e andare fuori controllo in palazzetti dello sport militarizzati e politicizzati dal servizio d'ordine dei gruppi extra-parlamentari, conobbe un'Italia sconvolta dalle bombe di Stato e dalle esecuzioni mirate delle Brigate Rosse. Lei che aveva accostato Jean Genet e Papa Luciani, Burroughs e la tradizione Rastafariana, che si era inabissata nei fumi dell'eroina per raggiunge il suo personale senso del sacro, che credeva a Dio per la sua forza messianica e la potenza del suo messaggio, viveva di contraddizioni soltanto apparenti, invece tutte funzionali al suo pensiero. Con lo stesso atteggiamento, spesso, i critici giudicavano le prese di posizione del poeta di Casarsa. Prima di salutare Patti Smith recita i versi di una sua canzone, "People have the power": il popolo ha il potere di sognare, di riodinare il mondo dagli sciocchi. È decretata la legge del popolo. Io credo in tutto quello che sogniamo, attraverso la nostra unione possiamo rivoltare il mondo, rivoluzionare la terra, noi abbiamo il potere, il popolo ha il potere.
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