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"Pagine corsare"
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1° novembre, in una serata tiepida l'appuntamento col destino
di Marcello Fois
La Stampa, 1° novembre 2007

La prima volta. Il ragazzo con i ricci e i pantaloni stretti sembrava un viaggiatore proveniente da altri mondi. Guardava con desiderio, ma senza invidia, come uno a cui non interessasse assomigliare a quello che ammirava. Era un cacciatore che osservava una preda sconosciuta, una forma animale nuova di cui ignorava le attitudini. E questo, piuttosto che renderlo guardingo, lo faceva supponente. Dall'alto del suo metro e 65 si guardava attorno e tutto sembrava meraviglia, ma, allo stesso tempo, tutto sembrava pericolo. Come un Paradiso e un Inferno messi insieme.

L'altra volta a guardarsi da una prospettiva sopraelevata ci si poteva vedere seduti a poca distanza, io al tavolino del bar e lui, assieme ad altri come lui, sul muretto prospiciente. E i nostri guardi avrebbero potuto, se ben inquadrati, raccontare una storia comune e nuovissima. Il Paradiso sta in quello sguardo prima che tutto accada; l'Inferno è quel tempo che si ferma, quel preciso ritorno all'estraneità, dopo, quando tutto è accaduto. Ora, che contemporaneamente si possano vivere due sentimenti così contrastanti è quello che rende desiderabile fare quel salto.

L'altra volta dunque: io al tavolino a bere un aperitivo della casa, poco alcolico; lui in piedi ad appena tre, quattro passi, le natiche appoggiate allo spigolo del muretto. Io parlo e guardo verso di lui senza guardare: è il leader, i ragazzi che lo circondano sono pallide imitazioni di borgatari che si sono addobbati per la città. Ma lui no. Lui è quello che è: credibile in tutto. Nella massa di capelli da principe berbero; nello sguardo docile e strafottente insieme; nelle labbra tumide e violacee; nelle mani da cantiere quando c'è; nelle cosce fasciate fino quasi ad annullare la stoffa; nel pacco in evidenza, ma senza ostentazione.

Io lo so che subisco la maledizione di quella naturalità senza controllo e subisco il dolore di quel desiderio come un dente che sia necessario cavarsi immediatamente. Così mi alzo dal tavolino, faccio un cenno al cameriere per il conto, nel frattempo lo cerco nello spazio dietro di me, come se dovessi tenerlo attaccato a un'inquadratura fiamminga. Lui potrebbe essere un Antonello da Messina in acrilico e pantaloni a zampa d'elefante. Lui potrebbe essere un mercante napoletano sbarcato nelle Fiandre. Un Andreuccio ingenuo e furbo, fanciullo e uomo, pronto a ingannare ed essere ingannato. E tutto si gioca nelle traiettorie dello sguardo, perché, seppur senza una cultura, quel ragazzo ha una sapienza millenaria addosso e sa di sguardi più di me che li ho imparati sui libri. E sa di fisica. Di come un gesto appena accennato possa diventare una leva che fa sollevare il mondo.

Io credo di essere padrone in casa mia, nel mio quartiere, nel mio bar dove di tutto si discute seduti comodissimi. Io credo di avere in mano la chiave del suo interesse quando estraggo il portafogli per pagare l'aperitivo e, mentre lo faccio, volgarmente, come il peggiore dei mentecatti, guardo verso di lui. Ma lui non guarda verso di me, lui guarda la Lambretta, o il mangiadischi, o l'apparecchio televisivo che mi chiederà. Lui guarda le cinquecento e le mille e le cinquemila che sfilerà dalle tasche della mia giacca prima di tornarsene a casa senza nemmeno salutare. Lui di peccato non sa nulla, più che non capire la parola non capisce il concetto, io invece capisco solo il concetto, ma non so pronunciare la parola.

Così, finito di pagare, per la prima volta lo guardo. E passo oltre sentendo il suo sguardo che mi si attacca alla nuca. So del mondo per averlo subito e quel ragazzo mi scalda e mi agghiaccia come la Gorgone. Ha una tale bellezza addosso! Ma non pretendo affatto che chiunque la veda, anzi quella bellezza mi pare totale perché sono certo di essere l'unico a vederla. Tuttavia scappo come se dovessi scappare da me stesso. So che dietro di me lui non ha cambiato posizione, ha semplicemente scrollato le spalle. Perché lui sa. Lui sa da sempre che chi scappa come sono scappato io ha qualcosa di terribile in corpo, qualcosa che avverte come lo squalo l'odore del sangue. E certo capisce che fuggire rappresenta solo la voluttà della vittima predestinata. Quella fuga nemmeno lo delude, lui sa che il mio sottrarmi è la sua vittoria.

Quello lì conosce il tempo, ha una tale urgenza di cose che tutto il resto gli pare acquisito. Lui ha la sicumera del barbaro che non ruba per invidia, né per desiderio, ma per diritto. Questa bellezza è introvabile e preziosa. Io lo so, lo sento che lui, dietro di me, sorride. Così si va avanti in una giornata ordinaria, poca voglia di scrivere, troppi pensieri per la testa. Il telefono che squilla è una specie di memento, la televisione ci consegna mani e piedi in bocca alla fine di noi stessi. Non so se un'ossessione si sia mai veramente affacciata alla vostra mente proprio quando niente la faceva presagire. Spesso quello che si dimentica non è realmente rimosso ma solo differito... Primo novembre Tuttisanti, una serata tiepida. Che hai? Mi chiedono a casa. Non lo so, non lo so. Non riesco a scrivere, vado fuori.

Poi la seconda volta. Sono fermo a uno stop all'altezza della Stazione Termini quando sento qualcuno che urta lo specchietto retrovisore della mia Alfa. E lo vedo, stessi pantaloni stesso maglione di qualche ora prima. Ecco, penso a Edipo che lamenta il suo Destino, ma penso a Tiresia che gli spiega che il Destino non esiste, ma esiste l'oblio. «Tu credi nel destino perché hai dimenticato», era così grosso modo. Comunque mi affaccio dal finestrino e grido di stare attento al ragazzo. Lui pareva che corresse, ma non correva. Infatti, senza che nemmeno me ne accorgessi e chino verso il finestrino del passeggero, mi guarda, intanto la fila di macchine dietro di me diventa un’orchestra di clacson e insulti.

Sali! Gli dico. E lui con un salto morbido di Puma è già al mio fianco dentro l'abitacolo. Facciamo qualche metro senza parlare, lui, senza muovere la testa, si guarda attorno. Ha esattamente l'odore di sudore e saponetta che mi aspettavo avesse. Siede con le gambe larghe e le mani tra le cosce... Mi respira accanto e sembra perfettamente a suo agio. Io faccio fatica a respirare: Hai mangiato? Chiedo. Lui fa cenno di no con un sorriso che spezza in due. Conosco un posto vicino alla Basilica di San Paolo, faccio io. Lui accenna che gli va. E nient'altro. Passano minuti interi senza una parola se non l'eloquenza imperiale del suo sguardo che sfida il paesaggio che scorre fuori dal parabrezza. Come ti chiami?, domando a un certo punto. Lui prende aria e gonfia il petto fasciato prima di rispondere.

Pino, dice con una voce nuova nuova.
Pino, ripeto io, hai fame, Pino?

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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1° novembre, in una serata tiepida l'appuntamento col destino, di Marcello Fois

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