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Narrativa Pasolini. "Il sogno
di una cosa"
Pier Paolo Pasolini ha rivelato precocemente il suo interesse per l'educazione dell'individuo e della collettività. Uomo di scuola fin dagli anni friulani, quando nel 1949 la sua omosessualità venne drammaticamente resa pubblica da una denuncia, il trauma dell'espulsione dal Pci non fu di certo inferiore a quello del forzato abbandono dell'insegnamento. La vocazione pedagogica di Pasolini, animata - ha scritto Andrea Zanzotto - dall'"inquieta genialità del giovane professore", è il privilegiato ma non espulsivo oggetto d'indagine di questo libro: il primo che si occupa sistematicamente della materia senza tuttavia trascurare altri ambiti di un'attività creativa tra l epiù intense del secondo Novecento. Dai romanzi alle poesie, dal teatro alla saggistica, dalle lettere al giornalismo, il discorso educativo di quel maestro "naturale" che fu Pasolini è analizzato del libro di Golino con rigorosa fedeltà ai testi. Scrittore eminentemente autobiografico, non si limita a rappresentare gli stadi evolutivi dei suoi personaggi attraverso le istituzioni didattiche operanti nella società, ma illumina con sapienti strategie le tappe della propria formazione culturale vivendo in una sola ossessione pedagogia, eros, letteratura. Il tragitto esistenziale dal mito del popolo alla società di massa, l'angoscia nevrotica per una civiltà stravolta dall'edonismo consumistico, riflettono antinomie, conflitti, passioni di un individuo in lotta contro il suo demone, l'implacabile e mai sopito desiderio di legittimazione. ![]() Il sogno di una cosa è la prima esperienza narrativa di Pasolini. Scritto tra il 1949 e il 1950, fu in realtà pubblicato nel 1962: è quindi un libro scritto negli anni della giovinezza - appena dopo il conseguimento della laurea, allorché Pasolini rientrò in Friuli da Bologna per insegnare -, ma pubblicato in un periodo particolarmente importante della sua produzione poetica e cinematografica. La vicenda si svolge nel Friuli del secondo dopoguerra, a cavallo tra il 1948 e il 1949. Ne sono protagonisti tre giovani figli di braccianti, provenienti da Ligugnana, Rosa e San Giovanni - paesi nella pianura alla destra del Tagliamento in cui si svolge tutta l'azione. Nini, Milio ed Eligio si incontrano e divengono amici in occasione della sagra del Lunedì di Pasqua di Casale. Ad accomunarli è la passione per la fisarmonica, la musica, il ballo e il vino, ma anche una ammirazione quasi fatale che finiscono per nutrire l'uno per l'altro. Fa da sfondo a tutto il romanzo l'estrema povertà di quel tempo, alla quale i tre giovani tentano di sottrarsi, come molti altri friulani, emigrando all'estero. Infatti, dopo qualche mese dall'inizio di questa amicizia, Milio parte per la Svizzera. Qui prova sulla propria pelle la difficoltà nel trovare un'occupazione in grado di riscattarlo dall'originaria miseria, ma anche la diffidenza nei confronti degli immigrati italiani. Pur dimostrando di essere in grado di integrarsi nel nuovo paese, Milio non riesce a sopportare a lungo la rigidità umana degli svizzeri provando forte nostalgia per la dimensione comunitaria da cui proviene. Nini ed Eligio, invece, raggiungono in maniera rocambolesca la Jugoslavia, attratti dal sogno di costruirsi una nuova vita nel paese di Tito, liberi dallo sfruttamento e dalla discriminazione verso i ceti popolari. Devono però fare i conti con la dura realtà di un paese stremato dalla guerra e dal contrasto tra Tito stesso e Stalin (1948), contrasto di cui restarono vittime molti comunisti italiani come loro emigrati in Jugoslavia. I tre amici fanno ritorno in Friuli quasi contemporanemente e qui si impegnano - occupando le ville signorili - nelle lotte dei contadini affinché venga fatto rispettare il Lodo De Gasperi per una più equa distribuzione delle terre. Nel seguito del racconto - cadenzato dai ritmi della vita e dei riti comunitari contadini - le esistenze dei tre giovani si dipanano nell'aspirazione a una migliore condizione lavorativa e sociale, mentre a fare da sfondo restano la loro impetuosa, sensuale giovinezza e la voglia di amore e di amicizia, minacciate dalla cruda realtà di una vita di privazioni e di ingiustizia. A chiudere la parabola di questi semplici alfieri di quella che Pasolini nel libro chiama "la migliore gioventù della riva destra" sopraggiunge la dolorosa morte, dopo una lunga malattia aggravata dal lavoro, di Eligio. Nel libro si trovare già tratteggiati molti dei temi che caratterizzeranno il metodo di scrittura di Pasolini: non un protagonista innanzitutto ma molti protagonisti che in qualche modo stanno a significare il farsi della storia attraverso i piccoli tentativi dei molti, spesso falliti, di emancipazione dalla miseria e dai condizionamenti sociali. In questo senso è esemplare il continuo scambio relazionale, pur conflittuale, tra le consuetudini e le limitazioni dettate dalle usanze religiose e dalle gerarchie sociali, e le possibilità e le aspirazioni al cambiamento derivanti dall'identificazione nel comunismo, scambio che attraversa potentemente la seconda parte del libro, ma sempre con la leggerezza sognante che ne caratterizza lo stile, e che sembra trovare la sua sintesi nelle tristi pagine finali. Da un lato i giovani protagonisti sognano e inseguono una vita festosa, che fronteggi con l'allegria e la musica la pur onnipresente povertà, dall'altro coltivano una forte etica del "fare" più che del lavorare, amano la propria comunità in cui si identificano con naturalezza, non eccedono nella ricerca del piacere pur esprimendo una fortissima sensualità, ben tratteggiata sia nei giovani uomini che nelle timide, ma non insignificanti, figure femminili. Va forse interpretata in questo senso la citazione di Marx che Pasolini inserisce all'inizio del racconto e da cui prende il titolo: «Il nostro motto dev'essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l'analisi della coscienza non chiara a se stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa...» È appunto "una cosa" che questi giovani, belli e sinceri, inseguono continuamente, ma non come un orizzonte lontano, una rivoluzione da fare chissà quando, ma nella semplice bellezza di ogni giorno e di ogni piccolo gesto. Nella prefazione a una delle prime edizioni del libro si affermava che Il sogno di una cosa si inserisce nel filone neo-realistico dell'epoca ma solo per alcuni spunti, poiché la narrazione è "sfumata e lieve, quasi elegiaca dando un tono malinconico e di patetica dolcezza", e del resto è così che Pasolini descrisse sempre quel Friuli povero e rurale che per lui assunse caratteri mitici. Il sogno di una cosa è un libro importante per chi voglia avvicinarsi al primo Pasolini, non è una lettura scontata seppur priva di artifici e di colpi di scena, anzi proprio quella lievità e quella dolcezza risultano così efficaci nel descrivere esistenze in continuo conflitto con un mondo per niente lieve. VEDI ANCHE:
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E un commento alla prima opera di narrativa di Pier Paolo Pasolini |