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Libri Naldini: la generazione
tradita del 1948
«Allegri, forti, passionali». Così Naldini ha descritto quei giovani: «Una generazione formidabile, quella che ha prodotto l’Italia dello sviluppo economico». L’occasione per parlarne, come detto, è stata offerta ieri in una gremita sala Aiace dalla presentazione de Il sogno friulano di Pasolini, saggio dell’autore ed editore udinese Paolo Gaspari, affiancato per l’occasione da Naldini e dai due “padroni di casa”, l’assessore alla cultura del Comune di Udine, Luigi Reitani, e il direttore della Biblioteca civica Joppi, Romano Vecchiet. Naldini ha naturalmente catturato l’attenzione. Per il suo eloquio pacato e il suo cercare tra i recessi della memoria volti e fatti di un tempo ormai trascorso, abbozzandoli poi a uso e consumo del pubblico con l’efficacia che è propria di chi è abituato a narrare. Ma andiamo al 29 gennaio 1948 a San Vito al Tagliamento... «Io c’ero, assieme a molti altri personaggi – ha esordito Naldini -. Ero un ragazzotto attratto dalle novità e quella era la prima protesta dei contadini contro il mondo dei latifondisti. Quel giorno, per mezzadri e braccianti, è stato come sottoscrivere una dichiarazione di povertà. Una sfida allo Stato, alle forze dell’ordine. Quella gente – ha proseguito lo scrittore - chiedeva che fosse applicato il famoso Lodo de Gasperi». Era un altro mondo rispetto a quello in cui erano cresciuti sia Naldini che il cugino. «A Casarsa vigeva uno spirito di gratitudine verso il Signore che ci aveva concesso il benessere. Noi, Pier Paolo e io (che gli correvo sempre dietro), non eravamo stati educati alla protesta, ma avevamo ricevuto un’educazione cattolica. È quindi con questi ragazzi che ci avvicinammo per la prima volta alla questione della giustizia sociale. Pasolini elaborava pensieri, io emozioni. L’impegno politico iniziò così». Per arrivare infine all’adesione al Partito comunista, contro il quale ieri Naldini non ha potuto far a meno di puntare il dito: «Ahimè – ha detto - la storia del Pci friulano ha ombre cupe e Mario Lizzero fu uno dei leader comunisti che diede il via alla disgrazia di Pasolini, vittima del moralismo omofobico». Una fine infelice fece anche
Angelo Galante, leader carismatico dei contadini rivoltosi, messo tristemente
a fare il guardiano. «Fu Pasolini a chiedermi di andare a parlare
con lui e con i ragazzi del gennaio ’48 – ha ricordato ieri Naldini -.
Gli servivano degli scritti per il romanzo Il sogno di una cosa,
un libro che per lui era come un dovere da assolvere nei confronti della
gioventù friulana e nel quale Galante è come un Dio nascosto,
un deus ex machina, che non viene reclamizzato, né messo sugli altari,
perché la sua figura lo vietava. Galante viveva in un mondo in cui
l’uomo apparteneva ancora a se stesso, senza immagini da imporre. È
questa - ha concluso Naldini con un pizzico di malinconia - l’umanità
che doveva restare».
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