Fra
i punti pregnanti del pensiero di Pier Paolo Pasolini si annovera la consapevolezza
di una spaccatura epocale presente in tutto il mondo industrializzato,
ed in Italia arrivata a maturazione con il boom economico degli anni ‘50-’60.
Con l’avvento della società di massa è accaduto qualcosa
di ben più profondo di un nomale assestamento della società.
Il livellamento (dovuto all’urbanesimo, alle emigrazioni, all’imborghesimento
della classe operaia, a strumenti eccezionali di diffusione: televisione,
radio, rotocalchi ecc.) è operato da una borghesia che per la prima
volta è insieme irradiatrice di potere economico e di cultura. L’umanità
si stava trovando in un punto di svolta veramente rivoluzionario.
Ora, la cultura tecnocratico-tecnologica,
non contesta nessun particolare classicismo: ma contesta e si accinge a
mettere fuori gioco tutto il passato classico e classicistico dell’uomo:
ossia l’umanesimo. La sua novità è quella di coincidere potenzialmente
non con una nuova epoca della storia, ma con una nuova era dell’umanità:
l’Era della Scienza Applicata (1).
La rivoluzione interna capitalistica,
dovuta all’applicazione della scienza, “viene così a porsi come
il momento più importante dell’umanità dopo quello della
prima seminagione lungo il Nilo dodicimila anni or sono - che, ponendo
le basi della civiltà agricola e artigiana, resta il segno dominante
di tutta la storia e l’arte umana fino a pochi anni fa” (2).
Questa “nuova era dell’umanità” che relega irreversibilmente nel
passato l’altra epoca durata dodicimila anni, è uno dei temi fondamentali
di tutta l’opera e il pensiero pasoliniani: “Non siamo più di fronte
[...] a «tempi nuovi», ma a una nuova epoca della storia umana:
di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche” (3).
Per Pasolini è avvenuta
l’eclisse della cultura umanistica: “Oggi se c’è ancora uno spazio
per una cultura di tipo umanistico è perché, forse, ci sono
dei sopravvissuti” (4). Ma questa eclisse non sembra
provenire dal trionfo della tecnica come tale. Pasolini non intende porre
una dicotomia ontologica (cioè inerente alla loro essenza) tra scienze
umanistiche e scienze tecniche. Invece il suo discorso vuole afferrare
come il trionfo della tecnica avvenga in questo determinato momento storico.
Esso avviene, non immergendosi e cooperando dialetticamente con il già
esistente, bensì distruggendolo - e non avviene come promessa di
liberazione, ma di schiavitù.
Noi ci troviamo alle origini
di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della
storia dell’uomo: l’epoca dell’alienazione industriale. [...] Il mondo
si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuministico e
socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che
mai (5).
Allo sguardo umanistico di
Pasolini appare intollerabile un futuro dominato da questa nuova forma
di imperialismo arrivato all’assoluto. Assieme alla cultura umanistica
si apprestano a tramontare tutte le culture particolari, di cui l’Italia
ha un primato rispetto alle altre nazioni industrializzate. Nessun altro
paese ha posseduto una quantità di “culture particolari” e di dialetti
come l’Italia. Negli altri paesi si erano avute in precedenza altre “acculturazioni”
unificanti, come l’unificazione monarchica e poi quella della rivoluzione
borghese e industriale, a cui quella del consumismo si sovrappone con una
certa logica. In Italia è la prima volta che avviene una “unificazione”
reale, essendovi mancate sia quella monarchica che quella liberale, e come
è avvenuta l’unificazione linguistica, così è avvenuta
l’unificazione culturale. Ma si tratta di una unificazione non prodotta
dal basso, rispettosa cioè delle forze in campo, delle loro lotte
e delle loro visioni del mondo, bensì essa è imposta dall’alto,
dal nuovo modello del consumo.
Il “popolo” per la prima
volta è stato intaccato da un corpo estraneo, che lo ha tramortito
irreversibilmente. Esso è entrato nella storia, non di sua iniziativa,
ma spintovi come peso morto. La vicenda millenaria dei contadini non ha
a che vedere con uno sviluppo storico, una progressione nel tempo, un superamento
che porti ad altri lidi. Al contrario, essa vive di atti che si ripetono
ciclicamente, come mimando i mutamenti delle stagioni. (Ovviamente la moderna
agricoltura industrializzata non ha nulla a che vedere con la cultura contadina).
Il mondo contadino è statico, ripete sempre se stesso,
[...], con gioventù
sempre nuove - nuove al
vecchio canto -
a ripetere ingenuo quello
che fu (6).
“Il popolo [...] aveva una sua
storia a parte, arcaica, in cui i figli, semplicemente, come insegna l’antropologia
delle vecchie culture, reincarnavano e ripetevano i padri” (7).
In Pasolini il popolo viene senz’altro identificato con le masse contadine,
da cui in seguito, molto più tardi, sorgeranno le masse proletarie
e sottoproletarie, che perciò pagano il loro tributo di discendenza
alle prime. Il mondo contadino non appartiene dunque alla storia e perciò
è sovranazionale, in quanto le nazioni sono creature storiche alla
cui produzione non collaborò, ma che solo subì.
Il rapporto della civiltà
contadina con la storia non è dialettico: essa ha una vita “altra”
rispetto alle civiltà che fanno la storia, le civiltà borghesi
e cittadine. La civiltà contadina è solo giustapposta al
progresso storico, un retaggio del passato antico preistorico.
Pasolini usa spesso il termine
“barbaro” per definire l’ “altro”, l’ “antico”, rispetto alla storia, come
barbari erano definiti spregiativamente dai greci a dai latini gli stranieri
provenienti da selve e villaggi sottosviluppati, come barbari furono definiti
gli invasori che distrussero l’Impero romano: irrazionali, primitivi, selvaggi,
inconsapevoli. Ma per Pasolini proprio l’irrazionale, il primitivo, il
selvaggio, l’inconsapevole, sono gli archetipi della natura (opposti alla
razionalità della storia) e perciò propri della civiltà
contadina, mitica e grande madre dell’umanità. “Per me essa [la
campagna] è stata la certezza di una continuità con le origini
del mondo umano, e ha valorizzato, fino a dar loro carattere quasi di rito,
ogni minimo gesto, ogni parola. Inoltre essa rappresentava ai miei occhi
lo spettacolo di un mondo perfetto” (8).
Rispetto alla questione contadina,
è chiarissima l’identità della visione pasoliniana con quella
di Marx, come chiarissima e nettissima è la loro contrapposizione
in relazione alle rispettive valutazioni culturali, estetiche e, direi,
epidermiche. Marx disprezza i contadini incoscienti e astorici, perché
è nella storia e solo nella storia che si consuma il destino dell’umanità,
in cui essa diviene adulta, mentre i contadini appartengono all’infanzia
irrazionale e storicamente incosciente, alla pari dei selvaggi (termine
spregiativo sempre usato da Marx ed Engels quando parlano dei nostri lontani
avi). E per Pasolini è proprio questa impossibilità a entrare
nella storia ad essere non un limite ma un valore. Il mondo contadino non
viene scalfito dall’imponente onda della storia. La millenaria civiltà
contadina non è mai mutata, è legata alla preistoria, è
essa stessa preistoria, un pezzo di preistoria vissuto di vita propria
fin dentro la civiltà industriale.
La medesima intuizione è
in Carlo Levi, per il quale i contadini non hanno, né possono avere,
una coscienza politica, non perché ne siano incapaci, bensì
in quanto essa non fa parte del loro mondo e non appartiene al loro orizzonte,
e di essa dunque non si pongono nemmeno il problema. Il mondo contadino
lucano, con i suoi spiriti magici, che lo collegano alla preistoria, dove
non c’è separazione tra mondo umano e animale, non può essere
misurato con i pesi “civili”.
Lo spirito della classe dominante
ha distrutto le mura che dividevano la città dei ricchi da quella
dei poveri; ha ridotto in poco tempo a relitti le culture particolari;
ha relegato i dialetti a fossili - e i poveri si sono trovati repentinamente
senza la loro cultura e la loro lingua, cioè senza la loro libertà,
senza più i loro modelli millenari.
Sono gli ultimi
giorni, o, è uguale, gli ultimi anni,
dei campi arati con le file
dei tronchi sui fossi,
del fango bianco intorno
ai gelsi appena potati,
degli argini ancora verdi
sulle rogge asciutte. [...]
Un nuovo tempo ridurrà
a non essere tutto questo:
e perciò possiamo
piangerlo: con i suoi bui
anni barbarici, i suoi romantici
aprili.
Chi non la conoscerà,
questa superstite terra,
come ci potrà capire?
Dire chi siamo stati? (9)
Già nel 1954 Pasolini
preannunciava profeticamente la fine della storia nei versi finali delle
Ceneri di Gramsci:
[...] Ma io, con il cuore cosciente
di chi soltanto nella storia
ha vita,
potrò mai più
con pura passione operare,
se so che la nostra storia
è finita? (10)
La fine della storia è
stata operata dal neocapitalismo, ma è solo una parodia della fine
della storia annunciata da Marx, anche se ne ha alcune caratteristiche
mistificate. Il comunismo doveva portare alla fine della lotta di classe,
conseguenza ovvia dell’abolizione delle classi, ed al benessere per tutti.
Anzi, Marx chiama tutto il periodo antecedente: “preistoria”, mentre la
vera “storia” umana sarebbe cominciata col comunismo.
Ma la fine della lotta di
classe e il benessere per tutti è anche l’ideologia del neocapitalismo!
Ma è solo la sua ideologia: intanto bisogna dire che il boom economico
non ha portato il benessere a tutti e Pasolini vede bene che il Sud è
stato ancor più penalizzato e, se intorno alle borgate romane c’era
la campagna, ora ci sono gli orrori edilizi. Comunque un certo benessere
è arrivato a tutti, ma questo viene pagato con l’arrivismo, la nevrosi,
la violenza.
Per Pasolini la Storia ha
dunque fallito, si è arenata prima di giungere al suo termine, è
stata spazzata via come non fosse mai avvenuta. Nei primi anni ’60, egli
si trova di fronte a due preistorie: quella arcaica dei sottoproletari,
degli ultimi contadini e del Terzo Mondo, e la Nuova Preistoria neocapitalistica,
che inaugura un nuovo ciclo millenario della storia umana. Se la Storia
ha fallito, Pasolini si vede costretto a scegliere fra le due preistorie,
e ovviamente sceglie la prima. “Una orrenda Nuova Preistoria sarà
la condizione del neocapitalismo alla fine dell’antropologia classica,
ora agonizzante. L’industrializzazione sulla linea neocapitalistica disseccherà
il germe della Storia” (11).
L’addio di Pasolini è
a un’epoca dell’uomo. La nuova epoca appare minacciosa all’orizzonte e
sembra che l’uomo non vi sia più.
Ciò che ci sconvolge
non è la difficoltà di adattarsi a un nuovo tempo, ma un
immedicabile dolore simile a quello che dovevano provare le madri vedendo
partire i loro figli emigranti e sapendo che non li avrebbero visti mai
più. La realtà lancia su noi uno sguardo di vittoria, intollerabile:
il verdetto è che ciò che si è amato ci è tolto
per
sempre (12).
Nel 1970 Pasolini gira un
breve documentario nella capitale dello Yemen del nord, Sana’a. Questo
documentario (Le mura di Sana’a) doveva essere un “appello all’UNESCO”,
che così enunciava:
Ci rivolgiamo all’UNESCO
- perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione, cominciata
con la distruzione delle mura di Sana’a. [...]
Ci rivolgiamo all’UNESCO
- in nome della vera se pur ancora inespressa volontà del popolo
yemenita, in nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto
puri, in nome della grazia dei secoli oscuri, in nome della scandalosa
forza rivoluzionaria del passato (13).
La scandalosa forza rivoluzionaria
del passato è un’idea che si affaccia anche in altri autori. Certamente
in Pasolini è prorompente ed assoluta - ma egli non è voce
nel deserto.
Mentre il progresso scatenato
si rivela come non immediatamente identico al progresso dell’umanità,
il suo contrario può rappresentare il suo ultimo rifugio (14).
Il contrario è ovviamente
il regresso.
Pasolini non scorge più
alcun futuro, se non quello neocapitalistico.
Io sono una forza
del Passato.
Solo nella tradizione è
il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle
chiese,
dalle pale d’altare, dai
borghi
abbandonati sugli Appennini
o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come
un pazzo,
per l’Appia come un cane
senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le
mattine
su Roma, sulla Ciociaria,
sul mondo,
come i primi atti della
Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio
d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche
età
sepolta. Mostruoso è
chi è nato
dalle viscere di una donna
morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni
moderno
a cercare fratelli che non
sono più (15).
In questi potenti versi si narra
la tragedia di un sopravvissuto. I fratelli sono vissuti nei borghi, all’ombra
delle chiese, sono i contadini. Il poeta ora si sente un cane senza padrone,
un reietto, uno straniero. E guarda sul mondo, sui suoi primi atti della
Dopostoria, in quanto il neocapitalismo ha affondato la storia. Egli è
sull’orlo, l’ultimo baluardo, di qualche età sepolta, che sta per
essere definitivamente archiviata. È un sopravvissuto che cerca
invano i fratelli, ormai tutti morti. Mostruoso è il neocapitalismo,
nato da una storia morta, senza radici, ricominciante da zero. Eppure il
poeta è più moderno di ogni moderno: il suo privilegio d’anagrafe
lo pone nella condizione di esser vissuto nella vecchia era dell’umanità
e di aver subìto lo smacco della sua rovina. Pasolini rivendica
con orgoglio la comprensione profonda e drammatica del tempo presente,
pur essendo egli un sopravvissuto di un’altra epoca, oppure proprio per
questo: solo chi è testimone dell’alterità può comprendere,
mentre è dubbio che coloro che si sono buttati trionfalmente e ottimisticamente
nel nuovo mondo ed hanno dimenticato o non vissuto per nulla l’altro mondo,
posseggano un barlume delle differenze abissali tra i due.
Per molti Pasolini fu un
inattuale, un pre-moderno, un regressivo, un anti-laico, non capì
la nuova civiltà industriale e l’illuminismo moderno - eppure pochi
come lui ne seppero cogliere i sostrati profondi. Solo chi comprese alle
radici l’attualità poté farne una critica così pregnante
e densa di significati. “Essa [la filosofia critica] è ad un tempo
estranea all’esistente e capace di comprenderlo intimamente” (16).
Più moderno di ogni
moderno, l’impotente Socrate seppe vivisezionare la società contemporanea
con un acume eccezionale, pari alla sua vitalità mai doma, mentre
molti altri intellettuali (anche quelli comunisti) si disinteressarono
dei mutamenti storici che accadevano (o forse non li videro neppure?),
e non fecero altro che aggregarsi al carro incoscienti e trionfalisti,
come voleva il neocapitalismo.
All’inizio degli anni ’70,
come conseguenza naturale del boom economico del decennio precedente, avviene
in Italia una grande rivoluzione di destra, che “non restaura niente e
non ritorna a niente; anzi, essa tende letteralmente a cancellare il passato,
coi suoi «padri», le sue religioni, le sue ideologie e le sue
forme di vita (ridotte oggi a mera sopravvivenza)” (17).
Questa rivoluzione è avvenuta pragmaticamente, tramite una progressiva
accumulazione di novità, dovute all’applicazione della scienza.
Si è avuta quella che Pasolini denomina “mutazione antropologica”,
causata dall’imposizione dei nuovi valori del consumo, che hanno omologato
tutti gli italiani, rendendoli tutti dei piccoli borghesi.
L’ “acculturazione del Centro
consumistico” (18) ha distrutto tutte le varie culture
particolari del Terzo Mondo, oltre alla cultura contadina e a quella borghese
classica del mondo industrializzato. Il modello culturale offerto è
unico per tutti. “La conformazione a tale modello si ha prima di tutto
nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamento.
È qui che si vivono i valori, non ancora espressi, della nuova cultura
della civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più
repressivo totalitarismo che si sia mai visto” (19).
L’imposizione dei nuovi valori
avviene subdolamente nel vissuto: qui in questo stadio, il più importante,
si opera l’interiorizzazione del bisogno del consumo; cioè è
nell’esistenza (nei comportamenti, nei linguaggi) che in prima istanza
avviene la mutazione, anche se a livello della coscienza le masse continuano
a pensare nei termini dei vecchi valori, e dunque si dividono ancora in
appartenenti a diverse e contrapposte ideologie: ma ciò è
illusione. Larghi strati di popolazione, che erano estranei alla storia
della borghesia, sono assimilati a quest’ultima, al suo modo e qualità
di vita. Al di là delle scelte ideologiche e politiche, tutti si
comportano allo stesso modo, adottando uguali consumi e uguali stili di
vita.
Il nuovo Potere si insedia
senza violenza, anzi fa apparire se stesso come voluto dalle masse. La
persuasione a seguire una concezione “edonistica” della vita ridicolizza
ogni precedente sforzo autoritario di persuasione, fondato sulla religione
o sulla morale. Mentre l’assetto sociale è stato per molto tempo
il clerico-fascismo col suo potere repressivo e poliziesco, espressione
del vecchio capitalismo, il nuovo assetto sociale, il consumismo, si basa
sulla enorme produzione di beni superflui e quindi sulla scoperta della
funzione edonistica. Ecco la grande novità rivoluzionaria: il nuovo
Potere non sa più che farsene dei poveri, invece vuole tutti benestanti,
in modo che possano e vogliano consumare. Questo ha trasformato antropologicamente
gli italiani (ma ciò è vero a livello internazionale). Chi
produce, non produce solo merci, ma allo stesso tempo anche rapporti sociali,
cioè umanità.
Si è mutata la quantità
di produzione, il modo di produzione e la merce prodotta, e i nuovi rapporti
sociali che ne derivano implicano la borghesizzazione totale della società.
Il nuovo interesse del capitale è quello di creare tanti piccoli
borghesi, la cui vita sia legata indissolubilmente al consumo, come una
seconda (o una prima?) natura. Il risultato è un’ondata di “ansia
di conformismo”, che si sovrappone quasi silenziosamente, ma non per questo
meno perentoriamente, alle vecchie divisioni ideologiche e culturali ormai
obsolete e ormai vissute solo a livello effimero di una decisione arbitraria.
La vecchia cultura di classe
viene sostituita da una cultura interclassista, che si esprime attraverso
la nuova qualità di vita, nel vissuto. Il nuovo Potere manipolatore
“è il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso
cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze.
Dunque, sotto le scelte coscienti, c’è una scelta coatta, «ormai
comune a tutti gli italiani»: la quale ultima non può che
deformare le prime” (20).
La gente ha appreso questa
lezione in modo radicale, nell’esistenza prima che nella coscienza (la
vita è più avanti della coscienza). Bisogna essere pari alle
libertà concesse dall’alto: vera contraddizione in termini, in quanto
la libertà diviene un obbligo. Si inaugura la stagione della nevrosi
edonistica, in cui vige la massima del divertimento forzato, altra contraddizione
in termini. “Li ho visti, li ho visti, in folla a Ferragosto. Erano l’immagine
della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi
a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era
difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.
Specialmente i giovani” (21).
I valori che contavano nell’universo
contadino erano: la Chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina,
l’ordine, il risparmio, la moralità. Questi valori erano “reali”,
appartenevano alle culture particolari dell’Italia arcaica e agricola.
Questi valori venivano poi assunti a valori nazionali e così perdevano
ogni realtà: è ciò che fece il fascismo prima, ed
il potere democristiano poi. Divenivano “atroce, stupido, repressivo conformismo
di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano” (22).
Per Pasolini, come per molti
altri, tra fascismo e regime democristiano c’è continuità:
quando egli parla di fascismo classico intende spesso comprendervi anche
i primi venti anni di regime democristiano (anche se non sempre lo dice,
dato il suo profondo disprezzo per quest’ultimo). I rimanenti dieci anni
di tale regime hanno invece a che vedere col nuovo Potere neocapitalistico
che, assieme alla Chiesa, liquida anche il fascismo.
Mentre il fascismo ed il
potere democristiano si erano appoggiati sulle forme culturali “reali”
del popolo contadino (travisandole), il nuovo potere cambia radicalmente
natura. Ma qual è la grande novità del nuovo fascismo rispetto
a quello classico? Nessun centralismo fascista è riuscito a realizzare
ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.
Mentre il fascismo proponeva un modello monumentale di facciata, le varie
culture popolari continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi
modelli: la repressione si limitava a ottenere una adesione nominale. Col
nuovo potere tutto ciò muta drasticamente: l’adesione è incondizionata
e i modelli reali sono rinnegati (reali perché affondavano nelle
viscere del popolo, mentre quelli consumistici sono irreali, in quanto
imposti dall’esterno ed in quanto alienanti).
Il nuovo potere non ha più
bisogno né di chiese, né di fascismi. “Li ha resi di colpo
arcaici. E con ciò ha reso arcaico l’antifascismo. La maggior parte
degli antifascisti sono ormai coinvolti col nuovo potere - che omologando
ormai tutto e tutti - esso sì è fascista, nel senso che impone
in modo ineluttabile i suoi modelli” (23). I vecchi
antifascisti sono ora divenuti i nuovi fascisti del potere del consumo:
questa è la dialettica che si è andata realizzando, spiazzando
l’antifascismo benpensante e miope che non ha compreso la sua obsolescenza.
La tesi che il nuovo potere
ha usato e strumentalizzato proprio le idee progressiste, stravolgendole
a suo vantaggio, è una delle più grandi intuizioni pasoliniane
(la famosa integrazione dell’opposizione, sostenuta dai francofortesi),
di cui egli si accorse subito, non appena si profilava all’orizzonte il
grande mutamento italiano (fine anni ’50 e anni ’60: il boom economico).
Se il nuovo potere ha integrato molte promesse che erano patrimonio della
rivoluzione marxista, mutando la loro destinazione e il loro significato,
diviene ridicolo e miope riferirsi ancora, per i marxisti, ad esse. Ciò
non fa altro che il gioco del nuovo potere e tali marxisti sbagliano bersaglio.
L’importantissima tesi sostenuta
da Pasolini è che il neocapitalismo modifica dall’interno certe
strutture la cui modifica era un fine della rivoluzione marxista. La famiglia
è un’istituzione preindustriale, di cui le società industriali
avanzate non hanno più bisogno, anzi è considerata un fardello
che milita contro il consumismo. Il patriarcato viene posto in pensione,
ma questa doveva essere una conquista del comunismo. Se essa è avvenuta
nel neocapitalismo, ciò non è certo indifferente e pone una
nuova questione. Questa liberazione è funzionale al neocapitalismo
consumistico. Il consumismo, infatti, non sa che farsene dell’oppressione
dei figli, anzi essa è un ostacolo. La famiglia patriarcale e contadina
è anti-consumistica per eccellenza, tutta basata sul contenimento
del godimento, sul risparmio e sull’austerità.
Lo stesso discorso vale per
la liberazione della donna. Il neocapitalismo ha bisogno di una donna libera
e autonoma, in grado quindi di consumare. Anche questa liberazione era
una promessa del comunismo e solo qui si sarebbe attuata veramente. Ora
invece la donna prende quel che c’è, il maschilismo, e lo incorpora,
copiando ad esempio l’esaltazione della carriera o l’adorazione della guida
delle macchine potenti. È arrivata alla parità con l’uomo,
ma ciò è una sua liberazione o è quel che le viene
imposto? La liberazione sembra sia imposta dall’alto, non è più
una conquista e si ribalta perciò in conformismo. Essa è
un dovere. La dialettica della liberazione sfocia nella schiavitù:
tutti nella massa, con le loro false libertà imposte, funzionali
al consumo.
L’abbassamento dell’orario
di lavoro, altra conquista comunista, viene ora invece operato per favorire
il “tempo libero”, le vacanze, ecc. Ma tutto questo è ancora funzionale
a un’industria neocapitalistica, quella appunto del tempo libero, nella
quale si è schiavi anche nel tempo non dedicato al lavoro.
L’utopia pasoliniana sogna
un ritorno. Ma ritorno alle condizioni preconsumistiche significa ritorno
alla povertà. “Ho sentito, proprio in questi anni, in contraddizione
con tutto, che la povertà non è affatto il male peggiore.
Anzi, ho cominciato disperatamente a rimpiangere la povertà, mia
e altrui” (24). La povertà non è una
disgrazia, ma una condizione sublime. Il male peggiore è la miseria
del benessere che ha impoverito della loro cultura coloro che erano poveri.
Pasolini sarebbe stato “disposto a rinunciare a qualunque cosa per il rimbarbarimento
del mondo” (25).
Nel nuovo mondo, nel quale
gli uomini vivono con inconsapevolezza, sentendolo piuttosto come morte
dei vecchi valori, che come nascita dei nuovi, Pasolini dice di aver imparato
che bisogna continuare a lottare per ciò in cui si crede, ma senza
più alcuna speranza di vittoria.
Ma deve essere chiaro che
questa, che sembrerebbe una Waterloo di un poeta maledetto, pur essendolo,
è anche l’approdo di un percorso coerentemente perseguito da un
poeta che si caricava dell’onere di essere il vate di un’intera era dell’umanità:
dunque questo approdo appartiene a tutta intera quell’era dell’umanità:
l’illusione e la bugia è di quel mondo, se in così poco tempo
è caduto come un gigante dai piedi d’argilla, se in così
poco tempo gli abitanti di quel mondo si sono riciclati, trionfanti ed
assetati di conformismo.
Aldo
Riccadonna
Articolo pubblicato sulla
rivista
di Trento "UCT", ottobre
2001
NOTE
1)
P.P.P., da un articolo su “Il Giorno”, 3 marzo 1965 (ora in Empirismo eretico,
Milano, Garzanti, 1972 - «Opere di P.P.P.», 1977, p. 32).
2)
P.P.P., “Dal laboratorio (Appunti en poète per una linguistica marxista)”,
in Empirismo eretico, cit., p. 65.
3)
P.P.P., Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1975, p. 164.
4)
P.P.P. cit. in Enrico Magrelli (a cura di), Con Pier Paolo Pasolini, Roma,
Bulzoni, 1977, p. 104.
5)
P.P.P., Le belle bandiere. Dialoghi 1960-65 (a cura di Gian Carlo Ferretti),
Roma, Editori Riuniti, 1977 (II ed., 1996, pp. 204-205).
(6)
P.P.P., Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957 («I Grandi Libri»,
1976, p. 15).
(7)
P.P.P., Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1976 («Struzzi»,
II ed., 1981, p. 11).
(8)
P.P.P., Lettere luterane, cit., p. 47.
(9)
P.P.P., La religione del mio tempo, Milano, Garzanti, 1961 («I Grandi
Libri», 1976, p. 124).
(10)
P.P.P., Le ceneri di Gramsci, cit., p. 78.
(11)
P.P.P., Pasolini: voto PCI per contribuire a salvare il futuro, “L’Unità”,
20 aprile 1963 (ora in Michele Gulinucci (a cura di), Interviste corsare
sulla politica e sulla vita 1955-1975, Roma, Liberal, 1995, p. 64).
(12)
P.P.P., Scritti corsari, cit., p. 182.
(13)
Dall’appello all’UNESCO letto da P.P.P. (ora in Laura Betti, Michele Gulinucci
(a cura di), Pier Paolo Pasolini: Le regole di un’illusione. I film, il
cinema, Associazione «Fondo Pier Paolo Pasolini», Milano, Garzanti,
1991, p. 265).
(14)
Theodor W. Adorno, Minima moralia. Reflexionen aus dem beschädigten
Leben, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1951 (tr. it. di Renato Solmi,
Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Torino, Einaudi, 1954 -
«NUE», 1979, p. 150).
(15)
P.P.P., Poesia in forma di rosa, Milano, Garzanti, 1964 («Opere di
P.P.P.», 1976, p. 22).
(16)
Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, Dialektik der Aufklärung, Philosophische
Fragmente, Amsterdam, Querido Verlag, 1947 (tr. it. di Lionello Vinci,
Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966, p. 261).
(17)
P.P.P., Scritti corsari, cit., p. 25.
(18)
Ivi, p. 67.
(19)
Ibidem.
(20)
P.P.P., Scritti corsari, cit., p. 72.
(21)
P.P.P., Lettere luterane, cit., p. 132.
(22)
P.P.P., Scritti corsari, cit., p. 162.
(23)
Ivi, p. 232.
(24)
P.P.P., Descrizioni di descrizioni (a cura di Graziella Chiarcossi), Torino,
Einaudi, 1979, p. 214.
(25)
P.P.P., Pasolini: terra già sommersa, “Il Giorno”, 29 dicembre 1973
(ora in M. Gulinucci, op.cit., p. 222).
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