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Maurizio Scordino
Ricorrenze letterarie. Il trionfo e l’umiliazione

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Pier Paolo Pasolini, autoritrattoÈ difficile immaginare come sarebbe stato, oggi che almeno nel campo della cultura con la C maiuscola, i pregiudizi - alcuni, se non altro - sull’omosessualità sono venuti meno, il celebrare gli ottant’anni di Pier Paolo Pasolini nato appunto nel 1922. Sarebbe bello, tuttavia, ipotizzare la verosimile consacrazione di uno tra gli intellettuali di maggior livello, proprio perché sempre di assoluto contrasto, che il nostro Paese - ma forse l’Europa per non dire altro - abbia mai espresso. E inutile ci sembra raccontare nuovamente, anche se inchieste condotte in passato su queste pagine, a proposito di altre icone letterarie dimostrerebbero il contrario, l’assoluta versatilità di Pasolini in molte delle varianti artistiche possibili.  Basti sapere che in tutte quante: dalla poesia alla narrativa, dal cinema al teatro, l’autore di Teorema, ottenne il massimo per originalità, estetica e profondità. 

Per qualunque altro scrittore, i suoi titoli - da soli - sarebbero stati viatico più che sufficiente - rapportandosi soprattutto alla giovane età in cui la morte violenta lo colse - a una candidatura certa per il premio Nobel anche se dall’esito, sia detto alla luce di altri discutibili insigniti, tutt’altro che scontato. Quella proposta, ovviamente, non venne neppure mai - né, mi pare, l’interessato ebbe mai a lamentarsene - ma del resto, Pasolini, nel corso della vita si era dovuto abituare precocemente a ben altro genere di umiliazioni. Come quella, patrimonio ormai della fitta aneddotica, che lo vide scartato all’esame di abilitazione all’insegnamento: “Non è farina del suo sacco”, pare abbia annotato a margine del tema, il suo perspicace valutatore. 

Figurarsi poi l’eventualità - anch’essa peraltro mai reclamata - di una cattedra universitaria, in buona compagnia d’altri celebri esclusi come Pavese (che invece ci avrebbe tenuto), ad esempio. Per il poeta di Casarsa, invece, processi fin da subito e mi riferisco, ovviamente, ai Ragazzi di vita che nonostante fosse già il 1955, dovette sostenere - nell’omertoso e indistintamente bigotto panorama letterario italiano - difeso unicamente dalle voci di due emarginati eccellenti, cui dedicherà il romanzo successivo: l’Ungaretti sempre in odore di eresia fascista e Carlo Bo, relegato nello splendido isolamento da intellettuale cattolico in quel di Urbino. 

Di certo, ricondurre gli amari bocconi che Pasolini dovette ingoiare nel corso dei suoi cinquant’anni alla sola tendenza sessuale che lo caratterizzava sarebbe limitativo, quand’anche non offensivo, nei confronti della sua stessa intelligenza, come dell’onestà intellettuale di cui resta una bandiera. Troppe, in effetti, le prese di posizione verso santuari che la sinistra colta (?) del Paese era ancora lontana anni luce dal voler scardinare. 

Così la messa al bando da parte del suo partito, quello comunista, per la condanna senza riserve verso la criminale - oggi dirlo non è più peccato - invasione dell’Ungheria, così la disincantata denuncia dei figli di papà, piuttosto che della rivoluzione, nemici di una borghesia difesa però dai figli del proletariato. O ancora l’ironica presa di distanza - nel migliore dei suoi Scritti corsari - dalla forma di violenza non detta, che poi è quella dell’esclusione da lui ben conosciuta, costituita dal portare i capelli lunghi intesi paradossalmente a ingabbiare, invece che a liberare, negli schemi sostitutivi, invece che alternativi, di altri. 

Un copione un po’ diverso da quello che per Pasolini aveva ipotizzato il tirannico padre, com’è lo stesso autore a ricordare con inaspettata tenerezza, date le qualità letterarie dimostrate fin dall’infanzia “(…) aveva intuito, pover’uomo, ma non aveva previsto, con le soddisfazioni, le umiliazioni”.

dr. Maurizio Scordino
6 maggio 2002

 

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