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"Pagine corsare"
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Solitudine su grandi schermi
di Massimo Sannelli

1.
La vulgata mostra Pasolini ricco, amato, e mai solo: «La mia esistenza privata / non è più racchiusa tra i petali d’una rosa, / – una casa, una madre, una passione affannosa. / È pubblica» (TP, I, p. 1053) (1), con una pubblicità che non sblocca mai la solitudine, essendo parte integrante della vocazione alla poesia (in Lengàs dai frus di sera la viola è «bessola» e «a cianta»; la viola è anche «la me muàrt», e due volte «a savarièa», vaneggia: TP, I, pp. 58-59; nel rifacimento maturo, la viola scompare e l’interlocutore che la proponeva è diventato un Edipo «vagante» che parla in greco: da un alter ego all’altro). Agli occhi di Calvino si tratta di una parola proiettata «su grandi schermi» e di «una grande sensazione di vita, ma […] vita nel mondo degli effetti, non in quello delle lente ragioni» (2); con meno grazia, e rinfacciando a Pasolini anche la ricchezza, la Lettera a Malvolio di Montale contesta un uomo abile, in cui un piano non pubblico sembra inesistente. 
Nei testi di Pasolini, che sono cose al riparo dalle deformazioni affettive e dalle ricostruzioni extraletterarie, c’è quasi l’esatto contrario: la ricchezza è una maledizione e un’ossessione, l’amore è riservato alla madre e a Ninetto, la solitudine è quotidiana e riempie soprattutto i testi dagli anni ’60 in poi. Pasolini si vede «solo fino all’osso» (TP, I, p. 927) in nome di una solitudine «voluta, come un re» (TP, I, p. 1176; e nella stessa poesia: «Ho voluto la mia solitudine»); «sono senza amore, mentre, barbaro / o miseramente borghese, il mondo è pieno, / pieno d’amore…» (TP, I, p. 1132); «e sono qui solo come un animale / senza nome: da nulla consacrato, / non appartenente a nessuno, / libero di una libertà che mi ha massacrato» (TP, I, pp. 1115-1116); «Pensa a me solo al mondo, altro non posso dire» (variante della Supplica a mia madre, e nella versione pubblicata: «Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…»; TP, I, pp. 1712, 1102); «Tu sai che mia madre ha ottant’anni; fra un po’ sarò solo al mondo. […] voi siete giovani e innamorati, e io vecchio, solo, e senza più niente nella vita» (TP, II, p. 1744); «Sono sveglio e solo» (TP, II, p. 1746).
L’uomo che scrive «sono fuori / da tutto» (TP, II, p. 1147) è lo stesso di cui molti si sono considerati orfani o vedovi/e, post mortem? È certamente lo stesso «automa ispirato e instancabile» dello Hobby del sonetto (TP, II, p. 1170), che ripete l’«automa del mio amore» dell’Usignolo della Chiesa Cattolica (TP, I, p. 490). E basterebbe uno solo degli «appunti» di Outis - «Non ho banda, Montale, sono solo» (TP, II, p. 1303) - per poter dire che i vedovi e le vedove sono tali anche prima del 2 novembre 1975. 
La solitudine non è l’isolamento dagli altri, ma il «pretesto» del sesso, in cui l’altro uomo è avvicinato, «unge di seme e se ne va»; «Dunque / la solitudine è ancora più grande se una folla intera / attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni», secondo i Versi del testamento di Trasumanar e organizzar (TP, II, pp. 118-119). I Versi del testamento dovrebbero essere analizzati parola per parola: prima di tutto, per la loro rivelazione della religio dell’ultimo Pasolini.

2.
Una certa aura anni ‘80 ha fatto in modo che anche di Pier Vittorio Tondelli si accreditasse un’immagine conviviale e serena. Ma in Camere separate – che è un’apologia della differenza dell’artista, non di quella gay – convivono Leopardi (il paese rozzo e il passero solitario) e Pasolini (il dolore della madre e quello che in Trasumanar e organizzar è «il sovrano che non vuole avere compagno»): «E questo senso di colpa, per essere nato, per aver occupato un posto che non voleva, per l’infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese si è dislocata in un mondo separato, quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere, anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza che mai la pienezza della vita, come comunemente la intendono gli altri, sarebbe stata sua. Il senso di una sottrazione primaria, probabilmente è questo che l’ha spinto al punto in cui è ora» (3). Non c’è felicità perfetta dove si instaura il meccanismo sottrazione-sostituzione; né dove si ha pena per il dolore della madre, «la cosa più importante della mia vita», a cui si aggiungerà, per togliersi, Ninetto (Poeta delle ceneri: TP, II. p. 1262). Nel rifacimento di O me donzel, infatti: «I volevi essi me mari / ch’a mi amava, ma / i no volevi amà me stes. / E alora i fevi fenta da / essi un zovin puarèt» (TP, II, p. 411). L’anima scorporata del figlio è nella/della madre, alter ego («Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu / sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù»: TP, I, p. 1102). Per Ninetto, nel momento felice, c’è la grazia di Un affetto e la vita; e per Ninetto separato da Paolo resta il ciclo dell’Hobby del sonetto: la prima poesia arriva alla scoperta che questo «affetto» è «un pretesto / per sapere di avere una possibilità - l’unica - / di disfarsi senza dolore di se stessi» (TP, II, p. 104); il primo sonetto dell’Hobby ragiona su «come e dove potrei uccidermi» (TP, II, p. 1121). Solo per amore, presente o assente, felice o infelice, si deve morire («Penso soltanto a morire o cose simili»: cit. in TP, II, p. 1743). Anche il legame con la madre è stato amore: quindi tale da permettere la rinuncia «senza dolore» alla vita.

3.
Il rifiuto della tesi sacrificale di Giuseppe Zigaina presso gli amici di Pasolini deriva forse da questo fatto: se Zigaina ha ragione - e la sua idea è certamente molto più pasoliniana di quella di un complotto, se, come letterati, dobbiamo/dovremmo leggere i fatti secondo gli strumenti della letteratura -, Pasolini «rinuncia alla vita» (TP, II, p. 34) coscientemente, senza tenere conto di una «banda» che non riconosceva e rispetto alla quale si proponeva come uomo solo. Questa vedovanza programmata, se Zigaina ha ragione, è troppo aspra da sopportare. Gli amici devono avere amato sinceramente Pasolini, e tengono molto a dichiararlo (Sergio Citti: «Non c’erano segreti tra noi» (4)). Coerentemente, dichiarano l’impossibilità del suicidio per delega o del cupio dissolvi, a costo di usare argomenti banali o extraletterari (ancora Citti: «Pier Paolo non voleva morire, uno che vuole morire non va a Milano a rifarsi i denti un mese prima»; Nico Naldini: «Era pronto a dire sarò un vecchietto allegro, conto sul fatto che i miei parenti sono tutti longevi, sua madre infatti è morta a quasi novant’anni. Aveva successo, aveva soldi…» (5)). L’amore degli amici, anche intellettuali, si attiene ad un piano letterale, e non letterario, dei fatti; fraintendendo così la dignità continuamente letterario-profetica di Pasolini. Non a caso Fulvio Abbate racconta che Dario Bellezza non riuscì a capire la dedica «A Dario, smentita vivente, il non smentito Pier Paolo» (6).

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Pasolini non è smentito perché non è capìto: l’avversario può smentirmi solo dopo aver decifrato la natura della mia affermazione. Se non la decifra, può aggredirmi, fisicamente o verbalmente, e diffamarmi; ma non smentirmi. Il problema, di fronte a Pasolini, è che la ricchezza del senso letterale e delle cose pratiche (i denti rifatti… i soldi…) è solo il contenitore del senso letterario, e anche della morte ad Ostia. È un problema di letteratura, da un lato; di amore, dall’altro: che o non c’è, ed essendo odio non capisce, o c’è, ma modifica i dati.

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Che avesse organizzato o no la propria uscita dal secolo, Pasolini aveva sicuramente posto l’attenzione su fatti non banali: la propria artisticità e la dialettica dannazione-salvezza, l’«amore materno, straziante» (TP, I, p. 436) e il desiderio che il seme, rompendosi, generasse. Qualunque sia stata la natura della morte di Pasolini, una cosa è certa: l’Ambiguo (TP, II, p. 75) voleva, o avrebbe voluto, dare frutto, morendo, o rimpiangeva di non poterlo fare. Questa religio non incontra che incidentalmente gli altri, intellettuali o proletari: se li incontra, è sempre dall’interno di una solitudine troppo speciale per essere contraddetta dalla compagnia di uomini e donne. Infatti «come tutte le persone non normali e quindi non sante, / non lasciò rimpianto dietro di sé; né ebbe lacrime. / Piansero solo disperatamente sua madre, Graziella e Ninetto» (TP, II, p. 234). In questa ricostruzione non c’è traccia di amici, come se la non santità di Pasolini ne impedisse anche l’esistenza agli occhi del responsabile: mentre il compagno e le due familiari conviventi - il focolare romano - sono tutto. Gli amici sono puri e buoni, ma sono amici: possono andarsene, e la loro mobilità, che è parte dello statuto dell’amicizia, impedisce di dedicare alla vita di un altro ogni istante della propria.

14 luglio 2005

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NOTE

(1) Le citazioni poetiche sono tratte da Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, a c. di W. Siti, Mondadori, Milano 2003, 2 vv. Sigla: TP, seguìta dall’indicazione del volume e della pagina.
(2) Lettera a Pasolini, da Parigi, 7 febbraio 1973: in Italo Calvino, Lettere 1940-1985, a c. di C. Baranelli, Mondadori, Milano 2000, pp. 1196-1198 (le espressioni citt. sono alle pp. 1196 e 1197).
(3) Camere separate, in Pier Vittorio Tondelli, Opere. Romanzi, teatro, racconti, Bompiani, Milano 2001, pp. 909-1106: p. 1103.
(4) Cit. in Angelo Bocconetti, Pasolini, nuova inchiesta, «Il Secolo XIX», 10 maggio 2005, p. 5.
(5) Testimonianze citt. in Fulvio Abbate, C’era una volta Pier Paolo Pasolini, L’Unità, Roma 2005, pp. 119, 148.
(6) Abbate, cit., pp. 144-145.
 

Il dipinto sopra riprodotto è Solitudine di Pietro Annigoni
 


Solitudine su grandi schermi, di Massimo Sannelli
 

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