"Pagine
corsare"
Cinema
Totò, altro
che qualunquista
Anniversari: nel 1967 moriva
uno dei più straordinari attori italiani,
a lungo e ingiustamente
osteggiato dalla critica e oggi rivalutato.
La sua divisione del mondo
in Uomini e Caporali
ha anticipato di mezzo secolo
la polemica sulla Casta
di Goffredo Fofi
la
Repubblica, 22 novembre 2007
Totò,
al secolo Antonio de Curtis, è morto nel 1967, quarant’anni e sei
mesi fa. Ricordo molto bene quel giorno: ero venuto a Roma in macchina
con Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, per incontrare dei collaboratori
dei “Quaderni piacentini” e perché invitati all’Università
a una manifestazione di solidarietà con il Vietnam in guerra. Avevamo
preparato un intervento che venne letto da Grazia Cherchi, molto duro nei
confronti della sinistra ufficiale, anche se ancora non si parlava di nuova
sinistra e il ’68 doveva cominciare qualche mese dopo. Nel pubblico, i
militanti della Fgci erano molti, e protestavano rumoreggiando, ma la mia
attenzione fu distratta da uno strillone di “Paese Sera”, un quotidiano
pomeridiano allora molto letto a Roma, uno strillone per modo di dire,
perché intimorito dall’assemblea, si limitava a mostrare in giro,
bene aperta, la prima pagina del giornale e venderlo a chi glielo chiedeva.
Era facile leggere, anche da lontano, un titolo in caratteri cubitali:
È morto Totò. Ebbi un tuffo al cuore e per un po’ non riuscii
a pensare ad altro.
Qualche anno prima abitavo
ancora a Parigi e scrivevo per una rivista di cinema, “Positif” alla quale,
in preparazione di un numero sui grandi comici, proposi di intervistare,
a Roma, Totò. Due o tre dei redattori sapevano bene chi era, Robert
Benayoun in particolare, colui che ha affermato per primo e a gran voce
la grandezza di Jerry Lewis, che quando scendeva in Italia, diceva di trovarvi
sempre pronto ad attenderlo un film di Totò. Fu dunque facile convincerli
a collocare Totò a fianco di Keaton e Chaplin, Lewis e Fields, i
Marx e Tati. Presi così appuntamento con lui tramite un amico sceneggiatore,
ma quando scesi verso Roma mi venne di fermarmi a Firenze perché
c’era una delle prime manifestazioni sul Vietnam (strano, questo accavallamento
Totò-Vietnam) e avrebbe parlato un amico che ammiravo, Franco Fortini.
Insomma, arrivai a Roma il giorno dopo e “bucai” Totò: qualcuno
mi rispose al telefono che il principe mi aveva atteso inutilmente ed era
partito per riposarsi, come programmato, per Lugano, dove lui e Franca
Faldini avevano un appartamento. E per colpa del Vietnam non ho conosciuto
Totò...
Quando morì, su “Ombre
rosse” ne scrissi un infuocato necrologio, inveendo contro un cinema e
una critica che non avevano saputo utilizzarlo ed esaltarlo come avrebbero
dovuto, e dichiarando il mio entusiasmo proprio per quei film che, allora,
erano considerati i più rozzi, quelli dove Totò era lasciato
a se stesso, a riempire sceneggiature sgangherate delle sue invenzioni
mimiche, fisiche, verbali.
Nel 1972 scrissi un libretto
per ribadire le mie convinzioni, per Samonà e Savelli, la casa editrice
specializzata in nuova sinistra e controcultura, la Faldini lo lesse e
mi cercò, e facemmo un libro insieme che è stato continuamente
ristampato (da Feltrinelli, Pironti, L’ancora del Mediterraneo e infine
dagli Oscar Mondadori). E per molto tempo mi è toccato dire la mia
su Totò nelle più diverse occasioni, a seconda degli anniversari.
È
successo anche quest’anno e, come al solito, mi sono accorto di come Totò
resti sempre lo stesso ma di come il pubblico ne apprezzi, epoca per epoca,
aspetti diversi. Totò è sempre lui, ma la sua “ricezione”
cambia, e stavolta mi è sembrato che oltre la maschera, oltre la
maestria comica, oltre i meravigliosi duetti con le sue spalle e anzitutto
con Castellani e con Peppino, oltre la tensione metafisica che si sprigiona
da certe sue interpretazioni e apparizioni che sono insieme meccaniche
e lunari, oltre la carica di umanità che sprigiona da molte storie
“neorealiste”, oltre gli aspetti macabri o funerei che sono dei suoi ultimi
film (Che fine ha fatto Totò Baby, il dialogo con la morte
di La mandragola, lo stupendo finale di Che cosa sono le nuvole?
di Pasolini, la dichiarazione di La terra vista dalla luna che “essere
vivi o essere morti è la stessa cosa”), abbia preso corpo una nostalgia
del Totò, diciamo così, “qualunquista”, quello della sfiducia
nei poteri grandi e piccoli, da lui aggrediti in tantissime opere.
Un film in particolare sta
crescendo nell’attenzione degli spettatori più attenti, tra i quali
mi metto anch’io, perché fu Totò stesso a volerlo, scrivendone
(in collaborazione) la sceneggiatura, e imponendone il titolo, desunto
dai suoi vecchi sketch di rivista: Siamo uomini o caporali? Il dilemma
è oggi più vivo che mai, quando già si parla di “post-umano”
dentro una nostra sfasciata e caotica, manipolata post-modernità...
Quel film è una specie di conferenza-memoria del protagonista Totò,
un modo di legare insieme sketch diversi usato per esempio in Totò
e le donne, e non così lontano - profondità intellettuale
a parte - da quello del film-saggio che Pasolini riproporrà da par
suo in Uccellacci e uccellini.
Filo
conduttore ne è il conflitto tra un piccolo uomo comune, Totò
in molte personificazioni, costretto sempre dalla sorte e dalla miseria
all’arte di arrangiarsi, e Paolo Stoppa in altrettante personificazioni
del “caporale”, cioè del sopraffattore, del prevaricatore, di colui
che sta sopra, ma di poco, all’uomo comune: il comune prepotente, ma anche
l’uomo in divisa, investito di una carica pubblica pur minima. Questa distinzione
non ha molto valore sociologico o politico (Marx se ne sarebbe scandalizzato!)
ma ha una sua piccola validità, un significato che per Totò
era eterno, che connotava per lui tutta l’umanità. E in questa divisione,
è chiaro che tra i caporali rientrano “d’autorità” anche
i politici, che Totò ha più volte preso in giro o ferocemente
interpretato mettendoli in caricatura, per esempio il deputato LaTrippa
di Gli onorevoli.
La formuletta di Totò,
la sua primaria divisione del genere umano non tra i buoni e i cattivi
ma tra gli uomini e i caporali, cioè tra gli umani e i poco-umani,
continua ad avere, o forse ha di nuovo, qualcosa di più semplice
e simpatico che quella tra i tartassati e la casta, questa sì, davvero
qualunquista.
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INVITO
ALLA LETTURA:
BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
TUTTI
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A
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DA
OTTOBRE 1998
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