Il cinema


"Pagine corsare"

Il cinema

 

Mario Cipriani e la ricotta metafisica

di Gaetano Gentile, 27 febbraio 2003

da http://www.frameonline.it

 

 

 

Conobbi Mario Cipriani sul set de I magi randagi. Erano i primi mesi del 1995, in una baraccopoli alla periferia di Ostia, zona idroscalo, quella dove Pasolini morì, si girava una scena zeppa di icone pasoliniane: Ninetto Davoli (era arrivato con un aereo da Parma, dove era protagonista a teatro dell’Histoire du soldat, altro testo di Pasolini), Franco Citti, Laura Betti e Mario Cipriani (Ettore Garofalo aveva dovuto dire di no per motivi di salute). Il regista Sergio Citti, che girava finalmente il Porno-Teo-Kolossal (film che Pasolini aveva cominciato a preparare prima di morire) aveva voluto riunire la “famiglia” per uno spontaneo e poco pensato omaggio al passato, a tutto quello che era stato e non sarà mai più. E nella scena c’era una nascita, un infante piangente, come un contrappunto a quel posto che aveva significato l’opposto.
Mario parlava con Patrick Bauchau (l’operatore con la super8 che muore ne Lo stato delle cose di Wenders), si raccontavano barzellette. Bauchau era contento di conoscere quel mito da cinéphile ed era quasi disarmato dalla semplicità e giovialità di Mario. Poi, alla fine della giornata, lo accompagnai alla stazione di Ostia Lido, e da lì cominciammo a sentirci e, più raramente, a vederci, tanto da coinvolgerlo in due miei cortometraggi (Gli imperatori di Ostia e Il cinefilo).
Mario Cipriani era arrivato al cinema per caso: 1959, si girano delle scene di Il gobbo di Carlo Lizzani. Il film era ispirato alle gesta da cronaca nera del Gobbo del Quarticciolo, e alla sceneggiatura avevano collaborato Pasolini e Sergio Citti. Pasolini poi, era stato ingaggiato anche come attore nella parte di Leandro il monco. Raccontava Mario: “Ero in borgata Pietralata, tra il pubblico; stavano girando una scena de Il gobbo del Quarticciolo. Il regista era Lizzani, e Pasolini faceva l’attore. Mi guardava con insistenza, tanto che credevo volesse litigare. Dopo si è avvicinato Sergio Citti, che mi ha spiegato chi era Paolo e mi ha detto che gli interessava la mia faccia per un suo film. In seguito volle conoscermi di persona, e mi prese nome e cognome per questo film”.

Passa del tempo, ma quando si superano le note traversie produttive per Accattone, e finalmente il film atterra sul set, Pasolini si ricorda di quella faccia da sottoproletario, e gli fa interpretare una bella parte di ladruncolo disperato, “er Balilla”, che rimarrà il nomignolo di Mario per tutta la vita.



Il racconto del primo giorno di set di Cipriani: “Eravamo al Pigneto. Dovevo uscire da un’osteria e dire delle battute, ma m’ero imbalsamato. C’era un sacco di gente fuori a guardare, e poi io che fino a quel momento avevo fatto il muratore mi ritrovavo a fare l’attore… me ne volevo andare a casa, e Bernardo Bertolucci faceva la spola da dentro a fuori per convincermi. Poi c'erano due elettricisti, che mi dissero: ‘Perché n’ce provi… nun se sa mai: po’ esse che dopo ‘sto firme ne fai n’antro…’. E allora ho pensato: ‘Magara questo c’azzecca’, e ho cominciato. Pasolini rimase contento, Delli Colli mi strinse la mano”.


In Accattone Balilla resta memorabile per il segno della croce ammanettato e storto alla fine del film, gesto iconoclasta su cui si sono gettati fiumi di inchiostro critico, ma dovuto solo a casualità. Raccontava Cipriani: “(…) nessuno mi disse niente sul set. È che io non ero molto pratico… e poi ero ammanettato. Pasolini se ne accorse al montaggio, e me lo disse dopo, entusiasta. Ed è diventata una cosa importante per il film”.

Pasolini lo chiamerà per altri film: lavora in Mamma Roma (1962), in una scena girata alla De Paolis dove cantava uno stornello romanesco, ma eliminata in moviola, poi nel suo film più importante, La ricotta, episodio di RoGoPaG (1963), dove è una comparsa che muore sulla croce (ispirato a un fatto vero avvenuto su uno dei tanti peplum della “Hollywood sul Tevere” di allora). È un prete sbrigativo ne La terra vista dalla luna, episodio del film Le streghe (1966) e un burattino in Che cosa sono le nuvole? episodio di Capriccio all’italiana (1967).  Inoltre fa piccole apparizioni in A cavallo della tigre (Comencini, 1962) dove è un carcerato, e ne La bellezza di Ippolita (Zagni, 1962) dove è un giocatore di carte.

“Il cinema prima ti esalta poi ti abbandona”, ha detto Sergio Citti. Frase anche scontata, ma ognuno che vive il warholiano quarto d’ora di celebrità cinematografica si scotta con le parole di Citti. Mario Cipriani non farà più cinema fino al 1978, quando lo stesso Citti si ricorda di lui per un piccolo ruolo di una guardia carceraria in Duepezzidipane (1979) e Nanni Moretti lo chiama per fargli fare un pastore abruzzese in Sogni d’oro (1981).


Altro oblio. Mario continua a fare il suo lavoro di muratore, mi racconta di un francese che lo riconosce sull’autobus, sporco di calce, nell’attore di Pasolini. Ma la ribalta è strana, bizzarra, dispettosa: Rolando Stefanelli gli affida la parte di un padre all’antica nel pluripremiato mediometraggio La matta dei fiori (1997), e Mario col solito sano distacco rivive per un po’ i fasti dei primi anni Sessanta. Ricordo ancora che lo spronavo ad andare a trovare Stefanelli sul set de La sfida, che si girava a Roma: possibile che non si era ricordato di Cipriani per una particina?! Ma Mario, signorile, declinò l’invito. Nel 1999 lo presento a Nico D’Alessandria, regista sensibile che gli affida il ruolo di un vecchio marinaio nel bel Regina Coeli. D’Alessandria successivamente lo mette in contatto con Veronica Bilbao La Vieja, che lo utilizzerà malissimo in L’appuntamento (2000), in una scena dove è un paziente di ospedale che protesta per l’attesa; poi lavora anche nel musical Sud Side Story di Roberta Torre (2000): sul set Ciprì e Maresco lo osannavano. Benigni lo provina per fargli interpretare Geppetto nel suo Pinocchio, ma poi gli preferisce Giuffrè; un altro provino lo fa con Fabio Segatori: niente. “Faccio tanti provini, prima tutti contenti, poi non ti chiama nessuno…”, diceva.


Arrivano occasioni autobiografiche, perché Mario è un’icona del cinema di Pasolini, italiano, internazionale. Daniele Vicari, l’autore del sorprendente Velocità massima (2002) compone un delicato ritratto autobiografico in Morto che parla (2000), dove Mario si racconta con dolce malinconia, come fa nel toccante film di montaggio Pasolini: la ragione di un sogno (Laura Betti, 2001). La sua voce compare a sorpresa in una ghost-track dell’LP del Piotta, La grande onda: Mario si racconta su un sottofondo di pianoforte.

Con Mario Cipriani se ne va una persona di grande umanità e disponibilità, un romano vero, sincero. Che avrebbe meritato più considerazione presso i “cinematografari” romani. Unico cenno alla sua morte su Blob di Giusti & Co. Un po’ poco, francamente.

 


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