La rabbia
1963
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Prima parte di Pier Paolo
Pasolini
Scritto e diretto
da Pier Paolo
Pasolini
Aiuto regia
Carlo di Carlo; commento in versi Pier Paolo Pasolini, letto
da Giorgio Bassani (voce in poesia) e Renato Guttuso (voce in prosa); musica
a cura dell'autore; montaggio Pier Paolo Pasolini, Nino Baragli,
Mario Serandrei
Produzione Opus
Film; produttore Gastone Ferranti; formato 35
mm b/n; sviluppo e stampa SPES; distribuzione Warner
Bros.; durata 53 minuti.
Realizzazione
gennaio-febbraio 1963.
Qui di seguito
è presa in considerazione e commentata la prima parte del film,
scritta e dirtta da Pier Paolo Pasolini. La seconda parte del film è
di Giovannino Guareschi.
È
un film tratto da materiale di repertorio...
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Il testo che segue, scritto
da Pier Paolo Pasolini, è apparso sul n. 38 del 20 settembre
1962 sulla rivista "Vie nuove", con cui Pasolini collaborava, ed è
stato raccolto, insieme ad altri interventi, nel volume Le belle bandiere,
a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma. Pasolini risponde
a un lettore che gli aveva rivolto appunto alcune domande sul film.
«È un film tratto
da materiale di repertorio (novantamila metri di pellicola: il materiale
cioè di circa sei anni di vita di un settimanale cinematografico,
ora estinto). Un'opera gioranalistica, dunque, più che creativa.
Un saggio più che un racconto. Per dargliene un'idea più
precisa, le accludo il "trattamento" del lavoro: le solite cinque paginette
che il produttore chiede per il noleggio. Tenga quindi conto della destinazione
di questo scritto: una destinazione che implica da una parte una certa
ipocrita prudenza ideologica (il film sarà molto più decisamente
marxista, nell'impostazione, di quanto non sembri da questo riassunto),
e dall'altra parte una certa goffagine estetica (il film sarà molto
più raffinato, nel montaggio e nella scelta delle immagini, di quanto
non si deduca da queste affrettate righe).
La rabbia
Cos'è successo nel
mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità.
Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno
si presenta come "normale", privo della eccitazione e dell'emozione degli
anni di emergenza. L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità,
si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più
chiedersi chi è.
È allora che va creato,
artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I
poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale,
della furia filosofica.Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato
la fine del dopoguerra: mettiamo, per l'Italia, la morte di De Gasperi.
La rabbia comincia
lì, con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista
e ricostruttore è "scomparso": l'Italia si adegua nel lutto della
scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità dei tempi
di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece,
si rifiuta a questo adattamento.
Egli osserva con distacco
- il distacco dello scontento, della rabbia - gli estremi atti del dopoguerra:
il ritorno degli ultimi prigionieri, ricordate, in squallidi treni, il
ritorno delle ceneri dei morti... E... il ministro Pella, che, tronfiamente,
suggella la volontà dell'Italia a partecipare all'Europa Unita.
È così che
ricomincia nella pace, il meccanismo dei rapporti internazionali. I gabinetti
si susseguono ai gabinetti, gli aereoporti sono un continuo andare e venire
di ministri, di ambasciatori, di plenipotenziari, che scendono dalla scaletta
dell'aereo, sorridono, dicono parole vuote, stupide, vane, bugiarde.
Il nostro mondo, in pace,
rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E sul fondo plumbeo e deprimente
della guerra fredda e della Germania divisa, si profilano le nuove figure
dei protagonisti della storia nuova.
Krusciov, Kennedy, Nehru,
Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.
Finché si arriva
a Ginevra, all'incontro dei quattro grandi: e la pace, ancora turbata,
va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del poeta, verso questa
normalizzazione che è consacrazione della potenza e conformismo,
non può che crescere ancora.
Cos'è che rende scontento
il poeta?
Un'infinità di problemi
che esistono e nessuno è capace di risolvere: e senza la cui risoluzione
la pace, la pace vera, la pace del poeta, è irrealizzabile.
Per esempio: il colonialismo.
Questa anacronistica violenza di una nazione su un'altra nazione, col suo
strascico di martiri, di morti.
O: la fame, per milioni
e milioni di sottoproletari.
O: il razzismo. Il razzismo
come cancro morale dell'uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha
infinite forme. E' l'odio che nasce dal conformismo, dal culto della istruzione,
dalla prepotenza della maggioranza. E' l'odio per tutto ciò che
e' diverso, per tutto ciò che non rientra nella norma, e che quindi
turba l'ordine borghese. Guai a chi è diverso! questo il grido,
la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i
gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli
ribelli, odio contro i poeti.
Linciaggi a Little Rock,
linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa; insulti fascisti agli ebrei.
È cosi' che riscoppia
la crisi, l'eterna crisi latente.
I fatti d'Ungheria, Suez.
E l'Algeria che comincia
piano piano a riempirsi di morti.
Il mondo sembra, per qualche
settimana, quello di qualche anno avanti. Cannoni che sparano, macerie,
cadaveri per le strade, file di profughi stracciati, i paesaggi incrostati
di neve.Morti sventrati sotto il solleone del deserto.
La crisi si risolve, ancora
una volta, nel mondo: i nuovi morti sono pianti e onorati, e ricomincia,
sempre più integrale e profonda, l'illusione della pace e della
normalità'. Ma, insieme alla vecchia Europa che si riassesta nei
suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna: il neocapitalismo; il Mec,
gli Stati Uniti d'Europa, gli industriali illuminati e "fraterni", i problemi
delle relazioni umane, del tempo libero, dell'alienazione.
La cultura occupa terreni
nuovi: una nuova ventata di energia creatrice nelle lettere, nel cinema,
nella pittura. Un enorme servizio ai grandi detentori del capitale.Il poeta
servile si annulla, vanificando i problemi e riducendo tutto a forma.
Il mondo potente del capitale
ha, come spavalda bandiera, un quadro astratto.
Così, mentre da una
parte la cultura ad alto livello si fa più raffinata e per pochi,
questi "pochi" divengono, fittiziamente, tanti: diventano "massa". E' il
trionfo del "digest" e del "rotocalco" e, soprattutto della televisione.
Il mondo travisato da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda,
si fa sempre più irreale: la produzione in serie, anche delle idee,
lo rende mostruoso.
Il mondo del rotocalco,
del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, è un mondo
che uccide.
Povera, dolce Marylin, sorellina
ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalità che rallegra
e uccide.
Forse tu hai preso la strada
giusta, ce l'hai insegnata. Il tuo bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico
per gentilezza, passivo per timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano
così, te, rimasta bambina, sono qualcosa che ci invita a placare
la rabbia del pianto, a voltare le spalle a questa realtà dannata,
alla fatalità del male.
Perché: finché
l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà
divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità
né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.
E ancora oggi, negli anni
sessanta le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro
società è la stessa che ha prodotto le grandi tragedie di
ieri.
Vedete questi? Uomini severi,
in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono
in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandissime come troni,
che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi
uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i
padroni.
E vedete questi? Uomini
umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno
e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passono ore e ore a
un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie,
in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti
uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della
vita, questi sono i servi.
È da questa divisione
che nasce la tragedia e la morte.
La bomba atomica col suo
funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il futuro
di questa divisione.
Sembra non esservi soluzione
da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere.
Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun
profeta può intuire... una di quelle sorprese che ha la vita quando
vuole continuare... forse... Forse il sorriso degli astronauti: quello
forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte,
o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente,
la via del cosmo.»

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Il testo che segue è
di Carlo di Carlo, aiuto regista nel film La rabbia (lo è
stato precedentemente di Mamma Roma e de La ricotta) e riportato
dal testo Teoria e tecnica del film di Pasolini, a cura di Antonio
Bertini ed edito da Bulzoni. Si consiglia la lettura di tale libro
per avere indicazioni efficaci e precise sulla tecnica cinematografica
di Pasolini.
Tra le carte del mio lavoro
con Pasolini (1962-1963), trovo un appunto relativo a La rabbia,
l'ultimo film al quale ho collaborato con lui. Probabilmente una sua dichiarazione.
Dice Pier Paolo: "Il film La rabbia è un saggio polemico
e ideologico sugli avvenimenti degli ultimi dieci anni. Tali documenti
sono presi da cinegiornali e da cortometraggi e montati in modo da seguire
una linea, cronologico-ideale, il cui significato è un atto di indignazione
contro l'irrealtà del mondo borghese e la sua conseguente irresponsabilità
storica. Per documentare la presenza di un mondo che, al contrario del
mondo borghese, possiede profondamente al realtà. La realtà,
ossia un vero amore per la tradizione che solo la rivoluzione può
dare". La rabbia; un film di montaggio, un film-saggio politico,
un film poetico. Meglio, un testo in poesia espresso per immagini, con
la rabbia in corpo. La rabbia di Pasolini. La sua rabbia. Contro il mondo
borghese, contro la barbarie, contro l'intolleranza, contro i pregiudizi,
la banalità, il perbenismo. Contro il Potere che, soprattutto allora
inveiva contro di lui (che non era ancora il Pasolini di poi) in modo persecutorio.
Contro. Contro. Contro.
Perché La rabbia
è
stato proprio un film-contro, e per molti versi anticipatore.Già
all'inizio nacque contro il partner, Giovannino Guareschi, autore della
seconda parte. Quel Guareschi, simbolo dell'umorismo da sacrestia di quegli
anni, il quale incarnava meglio e più di ogni altro lo spirito del
'48, della piccola borghesia, dei Comitati civici, dell'Italia degasperiana,
quasi una liala del qualunquismo.
Sì, perché
l'idea del produttore fu quella di sfruttare l'idea del "visto da destra...
e vista da sinistra", le due vignette che settimanalmente distinguevano
la prima pagina del "Candido" mettendo in berlina i comunisti ("trinariciuti")
secondo le norme più bieche dell'anticomunismo della guerra fredda.
Attraverso l'incontro/scontro Pasolini-Guareschi, il produttore era certo
di compiere un'operazione commerciale di sicuro successo. Scandalo. Prestarsi
a un'operazione del genere! Pasolini appariva già e sempre scandaloso,
e a quei tempi poi! Ora addirittura si prostituiva a favore di un'operazione
commerciale che lo vedeva affiancato a un tale figuro. (E pensare che la
nostra moviola era perfino distante dieci metri da quella di Guareschi,
in fondo a un corridoio di un appartamento di Viale Liegi. Di lui si intravedevano,
ogni tanto, i baffi, perché i due non si salutavano neppure).
Il film fu un totale insuccesso
commerciale. A Roma due giorni di programmazione, credo due a Milano, a
Firenze uno. Poi basta. E così, sulle ceneri di questo insuccesso,
rimase splendidamente sola, la parte di Pier Paolo, questo eccezionale
documento (capito soltanto negli anni a venire) che implicitamente dimostrava
ancora una volta l'autonomia della creazione, della poesia, della cultura.
Questo film fu un lavoro eccitante, complesso, superiore a quella per Mamma
Roma e per La ricotta. Perché non si trattò soltanto
di scegliere insieme tra novantamila metri di "Mondo libero" (il cinegiornale
degli anni della guerra fredda confezionato dal nostro produttore) e di
tanti altri documentari d'ogni tipo, ma di un paziente e vivace lavoro,
sia dal punto di vista tecnico che da quello creativo: ricerca e scelta
dei più svariati materiali fotografici e di documentazione, riprese
dal vero e in truka di varie sequenze, prove e riprove di montaggi differenziati,
costruzioni di sequenze di collegamento tra un tema e l'altro, ricerca
dell'unitarietà stilistica, infine tante e tante discussioni vive
e accese su tutto perché in quei mesi, d'un colpo, tutto ciò
che era accaduto e accadeva d'importante nel mondo, era davanti ai nostri
occhi, lì sul piccolo schermo della moviola.
Quindi: amarezze indifferenza
iprocrisia delusioni tragedie e anche illusioni speranze. La rivoluzione.
L'utopia. Bisognava stringere, scegliere, contenere. Gli argomenti si assottigliarono:
la morte di De Gasperi, la guerra in Corea, le alluvioni, la televisione,
l'Ungheria, l'anticomunismo, Egitto/Israele, l'assassinio di Lumumba, Nasser,
Sukarno, la liberazione di Tunisia, Tanganika, Togo, Cuba, il canale di
Suez e poi Sophia Loren, l'incoronazione della regina d'Inghilterra, Eisenhower,
la morte di Pio XII ("è morto un Papa di famiglia eletta - grandi
agrari del Lazio..."), l'elezione di Giovanni XXIII ("Uguale al padre furbo
e al nonno bevitore di vinelli pregiati, figura umana sconosciuta ai sottoproletari
della terra, ma anch'esso coltivatore di terra - il nuovo Papa nel suo
dolce, misterioso sorriso di tartaruga, pare avere capito di dover essere
il pastore dei Miserabili; pescator di pescecani, pastori di jene, cacciatori
di avvoltoi, dei seminatori di ortiche, perché è loro il
mondo antico, e non son essi che lo trascineranno avanti nei secoli, con
la storia della nostra grandezza".), il realismo socialista e l'arte astratta,
la Francia e l'Algeria, stermini, impiccagioni, esecuzioni, torture, De
Gaulle. Poi l'inno a Marylin ("Del pauroso mondo antico e del pauroso mondo
futuro / era rimasta solo la bellezza, e tu / te la sei portata dietro
come un sorriso obbediente"). Infine, l'atomica, i voli nel cosmo, la grande
era. Pier Paolo concludeva: "Perché compagni e nemici, / uomini
politici e poeti, / la rivoluzione vuole una sola guerra, / quella dentro
gli spiriti / che abbandonano al passato / le vecchie, sanguinanti strade
della Terra". Un'ultima cosa: Pier Paolo detestava i doppiatori e quindi
leggere questo testo bellissimo diventò un problema non secondario.
Ebbe l'idea di farlo leggere da due voci altre, agli amici Giorgio Bassani
e Renato Guttuso. Testo a due voci: la voce in poesia e la voce in prosa,
la voce della pacatezza (Bassani), la voce della rabbia, dell'invettiva
(Guttuso). Bassani e Guttuso si sentirono protagonisti-attori, impegnati
nel testo. Non fu facile, ma anche questo risultato fu singolare.
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I commenti
La guerra:
"un terrore che non vuole finire nell’animo del mondo".
Nei primi mesi del 1963
Pasolini, accettando una proposta del produttore Gastone Ferranti, iniziò
a selezionare brani da vecchi cinegiornali e documentari. Parte di questi
materiali gli servirono per realizzare una sorta di "saggio-documentario"
sul tema: "Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza,
dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?"
Pasolini, nel film La
rabbia, precisa subito, sulle note dell’Adagio di Albinoni e
tramite la "voce narrante" di Renato Guttuso, che risponde a tali domande
"senza seguire alcun filo cronologico e forse neppure logico", esponendo
soltanto le sue ragioni politiche e il suo sentimento poetico. Gli avvenimenti
cui fa cenno nel film sono in parte sottolineati anche da testi poetici
di Pier Paolo Pasolini nella dizione di Giorgio Bassani.
Vi è una particolare
attenzione ai problemi degli "uomini di colore", cioè a quei popoli
in prevalenza del Terzo Mondo assoggettati al colonialismo, che proprio
in quegli anni – anche attraverso rivolte inizialmente contrastate con
violenza da quegli stessi poteri coloniali – intendevano conquistare la
propria libertà ("gente di colore... / è nella speranza che
la gente non ha colore... / è nella vittoria che la gente non ha
colore...).
Scorrono così le immagini
della crisi d’Algeria e della rivolta di quel popolo contro il dominio
francese ("Una crisi che ricrea la morte vuole vittime la cui vittoria
è certa", commenta Pasolini); delle ribellioni delle genti del Congo,
dei cubani che riscattano la loro terra da una sorta di colonialismo statunitense
e la liberano dalla dittatura di Batista. In quest’ultimo "affresco", sottolineato
da canzoni di lotta cubane, e mentre scorrono immagini di guerra, di morte,
di disperazione, il Poeta suggerisce: "... forse solo una canzone poté
dire che cos’era il combattere a Cuba... / ... forse solo una canzone poté
dire che cos’era il morire a Cuba" e ribadisce: "... gente di colore /
è nella vittoria che la gente non ha colore".
È messa in risalto,
già all’inizio del film, anche la rivolta d’Ungheria del 1956 contro
la repressione dei carri armati sovietici, simboli di quella nomenklatura
grigia
e ottusa che finirà per portare allo sfacelo tutte le grandi speranze
della Rivoluzione.
Il film prosegue mettendo
in luce le storture dei Paesi capitalistici: la guerra tra Israele ed Egitto;
l’India e la rilevanza della figura di Gandhi contro un potere che letteralmente
affama il popolo; il franchismo, cioè il fascismo spagnolo e le
sue squallide autocelebrazioni. Non manca l’accenno critico al simbolo
stesso del capitalismo di casa nostra: la Fiat ("comprare un operaio non
costa nulla...").
Dall’incoronazione di Elisabetta
II in Inghilterra ("una cerimonia vecchia di 2000 anni"), Pasolini trae
spunto per denunciare l’imborghesimento già ampiamente in atto nelle
classi sfruttate di quel Paese (quale sarà il futuro di una classe
operaia che "oggi sciopera per l’ora del tè"?); mentre dalla Convention
del Partito repubblicano statunitense per le primarie (da cui uscirà
la candidatura a Presidente di Eisenhower) ricava alcune considerazioni
sul sistema americano ("quando sarà inarrestabile il ciclo della
produzione e del consumo, allora la nostra Storia sarà finita...").
Seguono spezzoni di altri
cinegiornali: una esplosione atomica; Pasolini la chiama "questo irriconoscibile
sole" e aggiunge che poi, dopo, "sarà preistoria".
"Il sentimento della libertà
ha le sue origini in visi simili", dice il Poeta, e mostra volti sorridenti
di gente comune in Unione Sovietica ("mio padre ha combattuto contro lo
zar e il capitalismo [...]" Chi ieri era servo della gleba, oggi è
"il primo figlio istruito di una generazione che non ha avuto nulla, se
non calli nelle mani e pallottole nel petto"). Più avanti, Pasolini
aggiungerà: "La Rivoluzione vuole una sola guerra: quella dentro
gli spiriti, che abbandonano al passato le vecchie, sanguinanti strade
della Terra".
Pasolini definisce il pianto
dei bambini del Terzo Mondo, che patiscono la fame "un singhiozzo che squassa
il mondo". E la guerra, altro motivo di sofferenze soprattutto per quei
bambini, "un terrore che non vuole finire nell’animo del mondo".
Le pessime condizioni degli
sfruttati (la classe che dà infinito valore alle sue mille lire")
sono denunciate da Pasolini con brani tratti da documentari sulla tragedia
di lavoratori morti in miniera.
Un raggio di speranza pare
accendersi nel seguire l’impresa spaziale di German Titov [1] (che "sale
nel cielo con un semplice cuore" e "ridiscende in terra fra i semplici
cuori" dei suoi compagni) che afferma: "Da lassù tutti mi erano
fratelli".
ANGELA
MOLTENI
[1]
German Titov, dopo Jurij Gagarin, fu il secondo
uomo nello spazio. Il 6 agosto 1961 venne lanciato a bordo della Vostok
2 per effettuare una missione della durata di circa 25 ore. Con i suoi
25 anni all’atto della sua prima (ed unica) missione risulta a tutt’oggi
come cosmonauta/astronauta più giovane a volare nello spazio.
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ASCOLTA
L'ADAGIO PER ARCHI
DI
TOMMASO ALBINONI
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SU
LA
RABBIA
VEDI
ANCHE
La musica nei film
di Pier Paolo Pasolini.
Alcuni riferimenti pittorici
di Angela Molteni
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