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Cinema "Ora quei poveri non
esistono più"
Interpretato da Claudio Amendola, Rolando Ravello, Ida Di Benedetto, Laura Betti e dall'africana Youma Daikite, 'Fratella e sorello' racconta la storia di un'amicizia tra Giacomo (Ravello), un borghese che vive di rendita, follemente innamorato di Nonò, bella donna di colore che lo ha portato alla rovina, e il Serpente (Amendola), spogliarellista, un uomo che ha girato il mondo sulle navi da crociera, indurito dal tradimento di un amico. Si conoscono in prigione, dove sono finiti per motivi diversi, e qui creano un legame forte, fraterno. Una volta usciti dalla galera, non riescono più ad inserirsi nella società e nelle ipocrisie. ''Il vero cinema è quello che fa pensare ma non volevo dare messaggi -spiega Citti- Il film è sempre disonesto, è per la massa, per il pubblico. Io ho la fortuna di non avere il pubblico che è l'esatta misura della stupidità umana''. Fratella e sorello', spiega Citti, ''è piaciuto molto alle donne. La gente pensa che io sia misognino ma le donne hanno più sensibilità degli uomini. Io le ragazze dei miei film non le trucco troppo. Berlusconi si trucca, non le mie attrici...'' ''Per l'attrice di colore - spiega il regista - avevo pensato a Naomi Campbell, ma me l'hanno sconsigliata per i problemi che avrebbe creato e per i costi. La Rai voleva Amendola, ho detto 'va bene' perche' come John Wayne, che aveva due espressioni, una col cappello e una senza il cappello, Amendola ha un'espressione con la barba e una senza''. Ovviamente Citti parla di Pasolini: ''Il cinema di Pasolini può essere stato amato ma non compreso - dice. Il film che gli piaceva di più tra i suoi era Edipo Re. A me, invece, non hanno mai convinto Accattone e Medea. Il primo perché era come una foto di gruppo in cui l'impressione era che io solo fossi venuto male; il secondo lo vidi solo quando era finito e dissi a Pier Paolo: 'Ma che hai fatto?' Quella di Medea è una pazzia troppo teatrale, non mi piace il finale con la Callas che urla. Pasolini si rammaricò di non avermi fatto vedere prima il film''. Giugno 2005 «Fratella e sorello»,
di Sergio Citti
Sono parecchie, in questo paese, le persone che dovrebbero dargli retta e che, molto più sorde di lui, non lo fanno. Il governo aveva promesso per bocca dell’ex ministro ai beni culturali Urbani di aiutare lui e suo fratello Franco con la legge Bacchelli. La magistratura avrebbe dovuto ascoltarlo trent’anni fa, o almeno da quando Sergio afferma, ad ogni occasione, di sapere «qualcosa» sulla notte in cui venne ucciso Pier Paolo Pasolini. Ora che le dichiarazioni di Pelosi hanno riaperto il caso, la città di Roma si è costituita parte lesa e finalmente qualcuno dovrà ascoltare Sergio Citti, e sarà una bella scena, francamente vorremmo esserci: perché, essendo sordo (siamo sicuri che l’eufemismo «non udente» gli fa schifo), Sergio non ascolta non può , le domande bisogna fargliele per iscritto, quando parla prende l’abbrivio e va a ruota libera, e non vorremmo essere nei panni del magistrato che dovrà «interrogarlo» nel rispetto delle forme. Sembrerà una scena del film, quella in cui Claudio Amendola e Rolando Ravello affrontano un durissimo giudice interpretato da Laura Betti e riescono a stregarlo con l’antichissima arte della bugia a fin di bene… Risuonano, dunque, le parole di Sergio nell’antro enorme dell’Embassy. Racconta di una volta che, in Brasile, a Fortaleza, un tale un uomo gli ha detto che loro due erano «fratello e sorella» per esprimere la profondità della loro amicizia. Che diavolo c’era andato a fare, Sergio Citti, a Fortaleza? Boh, sta di fatto che sono parole strane all’Embassy, il salotto buono dei Parioli, e c’è un senso di beffarda rivincita nel fatto che Sergio e Franco, gli ex borgatari divenuti cineasti grazie all’amicizia con Pasolini, vengano festeggiati qui. Pasolini l’aveva scritto poco prima di morire: voi Citti pagherete l’odio di classe. E Sergio e Franco lo stanno pagando: vivono a Fiumicino in una villetta piena di manoscritti e di quadri, vivono nella periferia popolare che li ha visti crescere e sbattersi per sopravvivere, Roma per loro che sono più «romani» di chiunque altro è una cosa lontana, una metropoli che non li riconosce più. I Parioli, con loro, non c’entrano nulla, ma stasera sono costretti a festeggiare Citti e a fingere di volergli bene. Per fortuna in sala c’è gente che gli vuole bene davvero. Soprattutto c’è la gente del cinema, da Ettore Scola a Citto Maselli. E sullo schermo c’è il film, che da oggi sarà nelle sale distribuito dall’Istituto Luce. È un film bizzarro e tenerissimo, forse il più tenero che Sergio abbia mai girato. È un film sulla paura delle donne: Amendola e Ravello sono Giocondo e Serpente, due sfigati che si conoscono in carcere e, una volta fuori, diventano amici al punto di dormire insieme e terrorizzarsi quando la moglie di Giocondo, o l’amante di Serpente, fanno capolino. Giocondo è un uomo ricco e debole che si è invaghito di una donna bellissima e ne è stato cornificato; Serpente è un trucido spogliarellista dal cuore di panna. Sono idealmente figli del Totò di Dov’è la libertà: ai pericoli del vivere civile preferiscono la sicurezza confortevole della galera. Amendola ha un ruolo difficile ogni tanto deve sfoggiare una nudità super-tatuata nel quale sembra essersi buttato con coraggio: per chi lo conosce solo grazie al recente Monnezza o ai tremendi spot per quei maledetti telefonini, sarà una sorpresa. Citti, quando usiamo anche con lui l’aggettivo «tenero», sembra contento: «Non mi importa che ‘sto film sia bello. Mi importa che sia autentico, onesto. Mi importa che sia… un film, perché il cinema ormai è morto e rimangono solo i film, e i film devono rispecchiare il cuore di una persona, altrimenti non hanno senso». Beh, Fratella e sorello inizia con l’immagine di una «cofana» di rigatoni alla carbonara e finisce con l’inquadratura di un sedere tatuato: sulle due chiappe ci sono due facce, stringendo le chiappe le due facce si baciano: «È un modo di ricordare a tutti che non dobbiamo vergognarci del culo, visto che ce lo portiamo sempre appresso». Più «cittiano» di così… Fratella e sorello:
quattro giorni
Citti torna a girare (2002) a tre anni da Vipera, una pellicola prodotta dalla Cosmo (la stessa casa di Vipera, e si spera in una distribuzione in sala più dignitosa, meno obliante…), con Claudio Amendola, Rolando Ravello, Ida Di Benedetto, Laura Betti e Youma. E sceglie ancora una volta una storia d’amicizia tra due uomini (“M’è venuta ‘sta storia sull’amicizia leggendo i dialoghi di Platone”) minata da una donna-cannibale, versione nera della bionda donna-demone di Ostia. Le scene d’interno in casa di Giocondo (Ravello), lo hanno già visto impegnato per tutto il mese di dicembre, scegliendo come set la villa di un suo amico e attore, Roberto Simmi (il prete mandrillo poi castrato di Storie scellerate, ancora prete in Mortacci, e Re Magio ne I magi randagi), una villa sperduta in località Aranova, immersa nel più completo silenzio. Le riprese nella villa durano quasi tre settimane, dal tre al ventuno dicembre, e sono di rodaggio per i quattro attori principali e per la troupe, composta da nuovissimi acquisti e da vecchi compagni di Citti: tra questi ultimi c’è Mario Di Biase, organizzatore generale della produzione, vecchio amico di Sergio, il microfonista Giulio Viggiani, con lui in quasi tutti i film, il mitico capogruppo Pippo Spoletini (si conoscono dai tempi di Accattone), al montaggio Ugo De Rossi. Per i nuovi, alla fotografia Danilo Desideri (quasi un sosia di Citti), come aiuto-regia Gianluca Draghetti, e come fonico Marco De Biase, che lavora per la prima volta con Sergio Citti, ma ricorda un passato da generico nel secondo film del regista, Storie scellerate (1973). Citti rimane abbastanza fedele alla sceneggiatura, cambiando solo alcune ambientazioni che male si adattano alla struttura della villa. Quelle che modifica spesso sono le battute: non ha problemi a cambiarle continuamente in funzione della scena, e a sostituirle con altre che, sul momento, giudica più appropriate adattandole alla situazione e al carattere dell’attore: procedimento che può spiazzare, ma che infine è apprezzato, come ci dimostrano le stesse parole di Amendola: “Il copione non esiste, praticamente… ovvero esiste, perché certo c’è. Però è veramente stravolto man mano, e mi sembra di poter dire stravolto in meglio”. Citti è solito posizionarsi davanti al monitor, e fare avanti e indietro da questo al set, fumando una sigaretta dopo l’altra. Nell’andirivieni lascia cadere quasi distrattamente indicazioni per gli attori, enunciate e mimate insieme; ma formulate in modo così stringato ed essenziale (e in romanesco) da costringere gli attori a un lavoro di decodificazione. È però solo questione di tempo, gli attori entrano presto in sintonia col suo modo di rapportarsi. Dice Claudio Amendola: “Per un attore può diventare non facile se non si mette completamente a disposizione e in una situazione di grande fiducia nei confronti di Sergio, che è un regista assolutamente atipico… io oso dire anche grazie a Dio”. 7 gennaio Riprendono le riprese, dopo l’interruzione natalizia; si girano le scene del carcere (ambientazione immancabile nei film di Citti), ricostruito a Roma all’Istituto Ceccherelli, detto del Buon Pastore, ex carcere femminile, convento, manicomio e ora liceo. È una struttura molto grande, già usata precedentemente come set cinematografico. Il liceo, di più piani, possiede un ampio cortile, dove affaccia un campanile, e ha diverse ampie zone non sfruttate, semiabbandonate. Un vano del liceo è arredato come l’interno di una cella, mentre per gli esterni risulta perfetto il cortile esagonale. Per la massa dei carcerati, una quarantina di comparse, uomini di tutte le età. Tra i compagni di cella di Giocondo, Andy Luotto, già attore per Citti in Mortacci, e un volto che spacca lo schermo, quello di Osvaldo Buoso, uno dei Re Magi veneti ne I Magi randagi. Le riprese, che proseguiranno per due settimane, cominciano molto presto, e la troupe si deve adattare al freddo pungente delle otto di mattina; il cortile, mai investito dal sole, mantiene per tutta la giornata una temperatura bassissima. Fratella e sorello si basa su un assunto: la prigionia è sigillo d’amicizia; isolati dal mondo esterno, spesso controverso e infido, i carcerati ricostruiscono un microcosmo sereno ed equilibrato proprio sfruttando la segregazione forzata; reclusione che paradossalmente permette una vita più sincera, e lontana dagli inganni quotidiani. Giocondo è il carcerato sprovveduto, il Serpente - più avvezzo alla galera - lo protegge, situazione tipica del prison-movie americano. Lo stile di Citti è concreto e senza fronzoli; le scene del processo, o del saluto, sono riprese da poche, essenziali angolazioni, con la macchina da presa saldamente ancorata alla posizione prescelta. Viene costruita solo una torretta, un’impalcatura che ospiterà l’operatore Vicari e l’aiuto Di Carlo, per filmare in campo ravvicinato il saluto di Giocondo dalla finestra del primo piano che dà sul cortile, nonché la sua soggettiva. Arriva anche il momento di gloria per il fonico, che sancisce il termine delle riprese per quel set: l’ultimo giorno si devono registrare ‘a vuoto’ i mormorii, le urla, gli applausi, una vecchia canzone di Cesare Bixio, Vivere: Vivere, senza malinconiaL’aiuto regista Draghetti, in piedi su un trespolo, come un direttore d’orchestra, dirige le voci dei figuranti. Dal 21 gennaio parte il terzo set, a Fiumicino, dove si girerà per una settimana. Qui è ambientata la quindicesima scena prevista in sceneggiatura, quella del locale notturno, dove il Serpente (che di mestiere fa lo spogliarellista) si esibirà davanti a un avido pubblico tutto femminile. Ciò avviene nel locale per sole donne della gelosissima Cicera: qui, acclamatissimo dal pubblico, il Serpente si esibisce nel suo numero, facendo scintille. L’idea del locale notturno alla Full Monty Citti l’aveva scritta molto prima del successo del film di Peter Cattaneo e di quello dei Centocelle Nightmares. 21 gennaio Citti ha convocato cinquanta donne, “di tutte le età e razze, belle e brutte, spocchiose o ridanciane”, e, figurante per quattro giorni, io mi mescolo a loro. Il set vero e proprio è l’ultima parte del locale prescelto, con una platea e un piccolo palco. Danilo Desideri sistema le luci disponendole verso il palco; lì Citti fa accomodare una decina di spogliarellisti rappresentanti tutte le muscolature in circolazione: depilatissimi e tatuati, i ragazzi indossano dorati perizomi scintillanti. È la scena del ballo d’apertura del Cicera Live Porno Show, come scritto sull’insegna che campeggia dalla tenda del palco. All’“Azione!”, i ragazzi cominciano a dimenarsi, a contorcersi, a sculettare e a occhieggiare a un immaginario pubblico, mentre la macchina da presa compie brevi carrellate all’altezza del bacino, e di seguito campi più stretti sui volti. Verso le 13,30 veniamo chiamate anche noi. Lo stesso balletto è ripreso in campo lungo, col pubblico che si agita. Confuso in mezzo a noi, e irriconoscibile, Rolando Ravello: la squadra di truccatori e parrucchieri lo ha trasformato in una donna (bruttissima). Citti passa tra noi e dà stringati consigli su cosa fare: “Ve dovete arzà… batte le mani… dovete strillà…”. Non c’è problema: tra noi ci sono vere e proprie veterane che, calatesi subito nella parte, schiamazzano e si agitano a dovere. Citti ne è contento, e sorride divertito di fronte al monitor. Alle 17 i ballerini, ‘spompati’, non ce la fanno più. Citti manda tutti a casa. 22 gennaio Il costumista mi chiama in
disparte: ho il look e l’età giusti per fare la cameriera. Così
indosso il costume di scena, una camicetta con cravatta incorporata, e
mi accingo ad aspettare.
Parlo con il costumista, Giuseppe Grasso: ha disegnato perizomi a forma di conchiglia, per i ballerini e per il Serpente, e slip a forma di edera per Adamo ed Eva; per gli altri costumi, essendo abiti quotidiani, o normali divise da giudice e da avvocato non c’è stato bisogno del suo intervento. Eva si accinge a mangiare la mela, e dal monitor l’urlo di Citti: “Daje… mozzica! Con più desiderazione!”. Di seguito il controcampo con il pubblico, decisamente divertito dalla performance di Amendola. È il momento degli ‘effetti speciali’: i lampi, che rappresentano la furia di Dio, sono riprodotti con una lampada e una sorta di lavagna davanti, apribile come una persiana, che fa entrare la luce a flash. 23 gennaio È la giornata delle comparse. Si girano tutti i possibili controcampi. Io devo portare salatini e svuotare posacenere, mentre la platea deve rumoreggiare e applaudire. Citti si aggira per i tavoli: mima e recita le battute (improvvisate) alle donne. Nel pubblico c’è sempre Giocondo: Ravello è paziente e disponibile. Per i quattro giorni del locale non sarà chiamato a dire neanche una battuta, ma, stoico, si lascerà truccare ogni mattina e si mescolerà tra le donne, anche solo per un’inquadratura da dietro. La sua pazienza non può che collimare con le esigenze di Sergio Citti, che si aspetta proprio disponibilità e riserbo, sia dagli attori, sia dalla troupe. Con tutti Citti è diretto, evita le formalità, come è nel suo stile, semplice e essenziale: macchina da presa immobile, mai la presa diretta (anche perché le sue frequenti indicazioni agli attori, urlate dal monitor, farebbero sempre fallire il lavoro del fonico), angolazioni classiche. Per il resto della giornata sceglie, tra le donne, volti per i primi piani: li seleziona lì per lì, e qualcuna è prescelta anche per recitare qualche battuta. Così, con operatore e direttore della fotografia al seguito, gira per tutta la sala, ogni tanto soffermandosi su un viso che lo incuriosisce. Alle 16 siamo tutti liberi. 24 gennaio Ultimo giorno a Fiumicino. Oggi, sul palco, solo Amendola; ai movimenti già visti nei numeri degli scorsi giorni, si aggiunge lo spogliarello integrale. Mentre le donne ululano ai tavoli e io porto cocktail, Amendola si muove sensuale come può e si denuda completamente, mostrando un enorme pene (di plastica) che gli hanno applicato dalla mattina. La goffaggine di Amendola non disturba affatto, anzi si sposa bene con lo spirito decisamente grottesco dello spettacolo. L’ultima scena su questo set è quella che sembra togliere più energie, ed è ripetuta un’infinità di volte: il Serpente ha una cesta colma di mele rosse, e le distribuisce tra le donne che, voraci, ci si buttano. Ma il primo piano delle mani che afferrano i frutti diventa problematico: c’è sempre una mano in più o in meno a disturbare il movimento d’insieme. Amendola decide di prendere in mano la situazione e coordina il movimento delle comparse. Si può andare a casa. Il locale è sgombrato
in un attimo, i camion riempiti e Sergio Citti è già in automobile
col fratello Franco, guidando verso casa.
Gli attori sono di nuovo tutti assieme, ma a questi si è aggiunto un volto amico. I piccoli ruoli Citti li affida spesso ad amici: nella parte del giudice c’è infatti Laura Betti (con la stessa demoniaca voce che doppiò l’indemoniata Linda Blair de L’esorcista), attrice molto amica di Sergio, fin da I Magi randagi. Già per Duepezzidipane Citti aveva affidato lo stesso ruolo a un amico, lo scrittore Paolo Volponi, mentre in Vipera appare un decano della critica cinematografica, Goffredo Fofi, nel ruolo di un prete. Non si contano le presenze di amici fiumicinesi. Le riprese durano una settimana scarsa: dopo l’ultimissima inquadratura, il primo piano delle mani dei due amici in manette, la troupe esplode in un lungo applauso di saluto e di congedo. |
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