.. Gli
attori nel cinema
di Pier Paolo Pasolini
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di Massimiliano Valente
Scorrendo la filmografia
di Pier Paolo Pasolini, da Accattone
a Salò, è facile notare
come nella scelta degli attori Pasolini abbia avuto una certa propensione
per la non-professionalità.
Accattone, opera prima di Pasolini,
ha come attori dei ragazzi di strada, come lo stesso Franco Citti che interpreta
il protagonista.
Non
mancheranno nei film successivi delle presenze di attori professionisti:
la Magnani in Mamma Roma, Totò
in
Uccellacci e uccellini, Terence
Stamp, Silvana Mangano, Massimo Girotti, Laura Betti in Teorema,
Maria Callas in Medea, Ugo Tognazzi.
Jean Pierre Léaud, Alberto Lionello in Porcile,
Orson Welles nella Ricotta, Silvana
Mangano in Decameron, Alida Valli
e Carmelo Bene in Edipo re :
saranno comunque scelte dettate da imposizioni dell'editore che Pasolini
è costretto ad accettare, seppur non entusiasticamente.
La ragione della preferenza
di attori non professionisti deriva dalla concezione tutta personale di
Pasolini rispetto al cinema, quale cinema di poesia. Un cinema che si fonda
sulla soppressione delle regole decodificate e sull'inevitabile trasgressione
stilistica.
Vengono
così superati gli schemi classici dei film rivolti al grande pubblico,
ovvero i film "popolari". Nel cinema di poesia l'autore deve essere l'unico
protagonista, con la sua poesia in forma di cinema appunto, che lo spettatore
deve riuscire a cogliere. In questo contesto Pasolini chiede ai propri
attori non una collaborazione, ma un totale abbandono, di modo che possa
plasmare le figure presenti nel film secondo la propria visione. Il cinema
del poeta-regista tende, da un punto di vista tecnico, a un ritmo molto
veloce, se non nervoso, fatto di inquadrature e sequenze più brevi
rispetto ai film "classici". Anche la recitazione degli attori risulta
polverizzata, riducendosi a brevi battute e un ricorso frequente alla mimica
per sottolineare uno stato d'animo. In sede di montaggio Pasolini (il regista-poeta)
procede ad una ulteriore frammentazione delle sequenze, così da
accentuare la polverizzazione delle inquadrature.
L'attore professionista,
quale elemento fondamentale del cinema "classico", mal si presta ad una
trasposizione nel cinema di poesia. La sua professionalità, ossia
la sua impostazione da "Accademia" lo porta a intervenire, con la propria
recitazione, nelle scelte stilistiche del film. In parole povere risulta
meno "manipolabile" rispetto a un attore non professionista, influenzando,
in ultima analisi, il percorso poetico del regista-poeta.
L'attore non professionista
garantisce, quindi, la completa libertà artistica del regista del
cinema di poesia, il quale però, viene gravato dal peso della responsabilità
della scelta degli attori giusti. Pasolini sceglie i suoi attori senza
provini (tranne la parte del Cristo nel Vangelo secondo Matteo)
abbandonandosi al proprio istinto:
"La ricerca dell'attore è
la cosa che più mi prende perché in quel momento io verifico
se le mie ipotesi sono state arbitrarie: cioè se ad una fisionomia
che ho immaginato, corrisponde effettivamente il carattere che immagino
debba avere. Quando
ho bisogno di giovani attori, che siano scanzonati, furbi, smaliziati,
ma ancora un po' incerti e un po' buffi, non cerco i giovani attori appena
usciti dall'Accademia che rifacciano magari a stento il verso a quelli
che invece vivono in una borgata di periferia e sono realmente così
! Più semplicemente vado appunto in una borgata romana e cerco dei
ragazzi che interpreteranno, in un certo senso, se stessi. Quando invece
ho bisogno di qualcuno che reciti una parte più complessa allora
faccio ricorso all'attore professionista, ma riduco questa scelta sempre
al minimo indispensabile". (1)
L'unico modo che un attore
non professionista ha di esprimersi in un film è quello di essere
il più spontaneo possibile, cioè di rimanere se stesso. Nel
momento in cui è necessario, secondo il regista-poeta, sottolineare
un determinato momento della recitazione si ricorre ad espedienti tecnici,
quali un movimento di macchina o piuttosto una rielaborazione in fase di
montaggio.
Un
caso emblematico è rappresentato dall'attore, Enrique Irazoqui,
che ha impersonato il Cristo ne Il vangelo
secondo Matteo, scelto il giorno precedente all'inzio delle riprese
e al quale Pasolini non impone una recitazione da personaggio mistico,
da asceta, ma un movimento sulla scena naturale, secondo il suo modo di
essere nella vita di tutti i giorni.
Anche le istruzioni che
Pasolini impartisce ai propri attori sono estremamente semplici e generiche.
Quindi il ricorso ad attori
non professionisti persegue una doppia finalità:
1. la assoluta libertà
che il non professionismo degli attori lascia al regista-poeta, libero
di perseguire attraverso la manipolazione dei personaggi il risultato poetico
che si prefigge;
2. l'opportunità
di servirsi di personaggi che non debbano far altro che impersonare se
stessi.
In
riferimento a quest'ultimo punto si pone un problema di tipo antropologico
che Pasolini spiegò con queste parole:
"Per i film proletari basta
andare per la strada e si trova subito uno disposto a dare se stesso veramente,
totalmente, senza mediazioni, senza paure, senza pudori, senza il senso
del ridicolo, generosamente insomma. Mentre l'idea di prendere un industriale
milanese che facesse l'industriale milanese in un film è praticamente
irrealizzabile, e così la moglie di un industriale, così
i figli di un industriale; quindi c'è fatalmente, nella scelta degli
attori, un certo compromesso". (2)
Se, quindi, nei film sul
sottoproletariato è possibile, anzi indispensabile, la scelta di
attori non professionisti, al contrario in un film che tratti di ambienti
borghesi è necessario servirsi di attori professionisti. Di una
recitazione nel senso classico del termine. Da questa convizione pasoliniana
si evince la mitizzazione del sottoproletariato, vista come incorrotta,
sincera e genuina classe sociale, contrapposta alla ipocrita e falsa classe
borghese. Così, Pasolini, per rappresentare una realtà borghese
quale quella di Teorema, si serve
di attori professionisti (la Mangano, Girotti, Terence Stamp, Laura Betti).
Il
modo di comportarsi di Pasolini in scena è diverso se ha a che fare
con attori professionisti o con non professionisti. Questi ultlimi
vengono lasciati liberi di esprimersi nel modo a loro più naturale.
Le scene non vengono ripetute più di due o tre volte perché;
primo, essendo una interpretazione spontanea è quasi sempre la prima
a riuscire meglio; secondo, perchè non avendo una tecnica di recitazione
difficilmente riusciranno a migliorarsi nei ciak successivi.
Con gli attori professionisti
Pasolini deve mutare approccio. La loro professionalità li porta
a sviscerare il personaggio nei minimi particolari, ad avere un quadro
di riferimento completo, e a preferire delle riprese continue a quelle
polverizzate e brevi tipiche dei film di Pasolini.
Un altro punto fondamentale
del cinema di poesia è il doppiaggio degli attori. Spesso a Pasolini
è stato rimproverato di non servirsi, nei suoi film, della presa
diretta, ossia della colonna sonora ripresa sincronicamente all'immagine
in corso di registrazione.
Pasolini ha sempre rifiutato
questo genere di impostazione tecnica, tipica del cinema di autore di quegli
anni, preferendo il doppiaggio dei suoi attori.
Pasolini
giustifica questa scelta evidenziando la differenza linguistica presente
nel nostro paese. Cita gli autori francesi (Renoir) i quali si servono
di una lingua comune a tutti i francesi e assimilata in secoli di centralismo
burocratico. In Italia, costellata da decine di dialetti, ciò non
è possibile se non servendosi di una lingua sostanzialmente falsa,
quale l'italiano imposto dal centro politico. Essendo, di solito, molto
eterogeneo il cast dei film di Pasolini, è necessario riportare
a unità linguistica le varie recitazione, dando così una
impostazione omogenea della pellicola. Spesso, poi, un attore che ha la
presenza fisica giusta, un volto un atteggiamento, può avere una
voce del tutto inadatta, problema a cui si può ovviare solo con
il doppiaggio.
(1) Pier Paolo Pasolini,
Ultima
conversazione, intervista a cura di G. Bachmann e D. Gallo, in Filmcritica,
Roma, n. 256, agosto 1975
(2) Incontro con Pier
Paolo Pasolini, intervista a cura di L. Peroni, in Inquadrature,
Pavia, nn. 15-16, atunno 1968.
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