Salò o le 120 giornate
di Sodoma
(1975) viene presentato nella versione integrale reintegrata (nel 1988)
dalla Associazione "Fondo Pasolini", diretta all'epoca da Laura Betti,
dei tagli imposti dalla censura per la distribuzione
nelle sale (febbraio 1977).
Introduzione di Roberto Chiesi.
a seguire
Sequenza inedita di Salò o le 120
giornate di Sodoma
Salò o le 120 giornate
di Sodoma
(1975), l'ultimo film di Pier Paolo Pasolini, uscito postumo, fu definito
dall'autore "un mistero medioevale". Pasolini intendeva dire che ogni sequenza,
ogni atto, ogni momento del film alludeva ad altro, proprio come nei Misteri
medioevali ogni "quadro" rappresentato evoca altro, una storia sacra
o profana. La grande complessità (e la violenza narrativa, quasi intollerabile)
di Salò nascondono numerosi segreti, situazioni cifrate, allusioni,
appunto, a ciò che Pasolini si rifiutava di raffigurare e mettere in scena
direttamente: il Presente, il degrado dell'Italia, ammorbata dalla televisione
e dallo sviluppo senza progresso.
Ma
esiste un mistero supplementare che si cela in Salò, un piccolo
mistero non ancora chiarito: nelle copie del film distribuite in Gran Bretagna,
intorno al 42° minuto, subito dopo la sequenza dello sposalizio "coatto"
di due vittime, un ragazzo e una ragazza, quando il Duca (Paolo Bonacelli)
caccia via gli astanti per procedere, con i suoi complici, allo stupro
dei due poveri sposini, ecco che in quel punto preciso c'è una sequenza
mancante nella
versione italiana del film
che conosciamo, così come in quella francese (il film è una coproduzione
italo-francese).
In questa breve sequenza,
che dura meno di un minuto, il Duca, prima di chiudere la porta, recita
con tono sarcastico e compiaciuto alcuni versi di una poesia in tedesco
e fa menzione anche del nome dell'autore: Gottfried Benn. Il nome di Benn
risuona sinistramente sul dettaglio degli abiti nuziali che giacciono a
terra, dopo che la "sposina" è stata costretta a toglierseli.
Pasolini non amava Benn (lo
definì un "sedicente mistificatore schizofrenico nazista" (che in realtÃ
celava "un grande borghese irreprensibile, homme de monde, reazionario").
Ma nell'aprile del 1973, due anni prima di girare Salò, dedicò
un'affilata recensione alle Poesie statiche di Benn, che inizia
con queste parole: "Gottfried Benn è stato giustamente odiato da tutti.
I soli ad odiarlo ingiustamente sono stati i nazisti".
Non è quindi difficile intuire
perché Pasolini abbia messo in bocca ad uno degli abietti protagonisti
del suo film i versi di un poeta che odiava. Ma il mistero risiede nell'esistenza
di questa sequenza esclusivamente nelle copie
anglosassoni, laddove manca
anche nella prima copia (e nella relativa lista dialoghi) presentata alla
commissione di censura italiana nel novembre 1975, appena uscita dalla
moviola.
Roberto
Chiesi
Centro Studi - Archivio
Pasolini della Cineteca di Bologna