La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

IL MITO DI MEDEA, PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS
La voce, gli amori, il mito. Maria Callas
di Massimo Penna
Fondazione Italiani, settembre 2007

A come Ardant. A dare il volto alla Maria Callas cinematografica di Franco Zeffirelli (“Callas forever”, 2002) è l’attrice francese Fanny Ardant. Dopo aver esordito nel film di Joel Séria “Marie-poupée” nel 1976, Fanny Ardant nel 1981 interpreta il film sull’amore di Francois Truffaut “La signora della porta accanto”che le vale una nomination ai César e l’affresco dell’Europa del periodo cha va dal 1936 al 1980, attraverso la storia di quattro famiglie, realizzato da Claude Lelouch in “Bolero” (1981). Nel 1983 è tra gli interpreti dell’ultimo film di Francois Truffaut “Finalmente domenica!” e di “La vita è un romanzo” lavoro di un altro grande del cinema francese, Alain Resnais. Il regista di “L’anno scorso a Marienbad” torna a dirigerla in “L’amour à mort” (1984) e “Melò” (1986). Ettore Scola la vuole nel suo “La famiglia” (1986), ritratto di una famiglia della media borghesia romana nel periodo che va dal 1906 al 1986, in cui recita al fianco di Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli. Nel 1995 ha l’opportunità di lavorare con il maestro dell’incomunicabilità, il grande Michelangelo Antonioni nel film da lui diretto insieme a Wim Wenders “Al di là delle nuvole” e l’anno dopo in “Ridicule” di Patrice Leconte, pellicola ambientata nella Francia illuminista. È tra i protagonisti dell’amaro ritratto della borghesia italiana “La cena” (1998) di Ettore Scola, del corale film femminile, condito da numeri musicali, di Francois Ozon “Otto donne e un mistero” (2002) e del film di Mario Martone “L’odore del sangue” (2004). Nel 2007 interpreta Caterina donna matura che aiuta un giovane (agente della guardia di finanza) a fare carriera introducendolo nel mondo dell’alta finanza in “L’ora di punta” di Vincenzo Marra.

B come Bellini. Nel repertorio di Maria Callas grande spazio hanno i lavori di Vincenzo Bellini. La “Norma”, “La sonnambula”, “Il pirata”, “I puritani” sono tra le opere che la cantante di origini greche ha interpretato più spesso. Alla “Norma” in particolare è legato il ricordo della brutta serata del 2 gennaio 1958 all’Opera di Roma, in cui una Callas malata fu costretta ad interrompere lo spettacolo nonostante fosse presente alla rappresentazione il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
Vincenzo Bellini è stato un grande compositore italiano ed uno tra i più famosi operisti dell’Ottocento e l’eleganza e la delicatezza del suo stile furono tali da valergli l’appellativo di "cigno". Avviato alla musica dal padre, organista e maestro di cembalo, studia al conservatorio di Napoli. Esordisce nel 1825 al teatro del conservatorio con “Adelson e Salvini”. Scrive poi “Il pirata” melodramma in due atti che viene presentato alla Scala di Milano il 27 ottobre 1827 ottenendo un clamoroso successo. “La sonnambula”, opera in due atti (con la “Norma” e “I puritani” uno dei più grandi successi del compositore siciliano) venne composta in due mesi. Il debutto al teatro Carcano di Milano (avvenuto il 6 marzo 1831) registrò un grande successo. L’opera fu replicata, ricevendo sempre un’ottima accoglienza, nei più importanti teatri italiani e stranieri. Il debutto dell’opera in due atti “Norma” al Teatro alla Scala di Milano (26 dicembre 1831) fu un fiasco clamoroso. In seguito l’opera diverrà il più grande successo belliniano e sarà uno dei cavalli di battaglia di Maria Callas. Altro grande successo fu “I puritani” composta nel 1835 dopo il suo trasferimento a Puteaux, cittadina nei pressi di Parigi, e  rappresentata per la prima volta al Théatre Italien di Parigi.

C come Celebrazioni. Il 14 settembre 2007 vengono inaugurate le due mostre che il Teatro alla Scala dedica a Maria Callas. Curate da Vittoria Crespi Morbio, “I costumi di scena” al Museo Teatrale e “Immagini dietro le quinte” nel Ridotto dei palchi “Arturo Toscanini" presentano costumi originali e fotografie, quest'ultime in gran parte inedite. Domenica 16 alla Scala il pubblico può assistere alla proiezione del film di Philippe Kohly “Callas assoluta”. L'undici settembre è uscito il romanzo "Troppo fiera, troppo fragile" in cui Alfonso Signorini ripercorre le vicende private e pubbliche della leggendaria cantante ed è inoltre prevista l'uscita di un volume per le edizioni Allemandi intitolato "Maria Callas - gli anni della Scala".

D come Divina. Maria Callas è la divina. Secondo Franco Zeffirelli: “…Appena si alzava per entrare in scena, nel suo sguardo compariva una luce folgorante, la persona era pervasa da una energia potente e Maria diventava una dea, un angelo, un demonio, un essere superiore, perfetto, capace di dominare tutto con la sua volontà e la sua arte…” (Renzo e Roberto Allegri, “Callas by Callas”, Mondadori, Milano, 2002). Dotata di una voce splendida e versatile, dominava la scena con straordinaria personalità e riusciva a scavare in profondità nel personaggio come pochi altri artisti. Per il direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini: “…Possedeva uno strumento vocale straordinario e aveva messo a punto una tecnica che le permetteva di usarlo al meglio. Inoltre sapeva entrare nel personaggio in modo assoluto…” (Renzo e Roberto Allegri, “Callas by Callas”, Mondadori, Milano, 2002). Divina lo divenne nel tempo anche fisicamente, infatti, da grassottella che era inizialmente si trasformò  all’improvviso in una leggiadra farfalla: nel 1954 riuscì, infatti, a perdere 30 chilogrammi. In precedenza aveva tentato più volte di sottoporsi a diete rigorose, ma ogni volta il peso perduto veniva ripreso in poco tempo. Ora mostrava un fisico asciutto ed elegante e come ricorda la stilista Biki: “…Avevo di fronte a me una signora elegante e bellissima. Cominciai ad occuparmi dei suoi vestiti ma non dovetti forzare la mano perché la Callas aveva gusto, era attratta da tutto ciò che era bello…” (Renzo e Roberto Allegri, “Callas by Callas”, Mondadori, Milano, 2002).

E come Elvira. Elvira De Hidalgo, celebre cantante spagnola, fu tra le insegnanti che Maria Callas ha avuto nella sua formazione quella che la influenzò maggiormente. La Hidalgo debutta nel 1908  nel “Barbiere di Siviglia” al San Carlo di Napoli ottenendo un grande successo con la sua interpretazione del personaggio di Rosina. Raggiunge una grande fama ed al Metropolitan di New York ha l’occasione di cantare accanto al mitico Enrico Caruso. Tra le sue interpretazioni ricordiamo Amina nella “Sonnambula”, Elvira nei “Puritani” e Gilda nel “Rigoletto”. Nel 1916 Arturo Toscanini la chiama ad interpretare Rosina nel “Barbiere di Siviglia” al teatro della Scala di Milano per il centenario dell’opera rossiniana. Dal 1936 comincia ad insegnare canto al conservatorio “Odeon Athenon” di Atene. Quando conobbe la Callas (nel 1939) intuì le grandi doti della giovane allieva e si dedicò con particolare cura alla sua preparazione. La sua esperienza e la grande preparazione tecnica si rivelarono decisive per la Callas che da parte sua era un’allieva estremamente ricettiva.

F come Fenomenale. La leggenda di un grande artista si alimenta di eventi e fatti straordinari. Gli accadimenti del dicembre del 1948 hanno consegnato Maria Callas alla storia della musica. I fatti in breve. La grande soprano si trovava a Venezia in veste di protagonista della “Valchiria” di Wagner. L’opera che doveva andare in scena alla Fenice subito dopo la “Valchiria” era “I puritani” di Vincenzo Bellini. La protagonista dell’opera del compositore catanese, Margherita Carosio, però si ammalò. Nonostante i loro sforzi i dirigenti non trovarono nessuna valida sostituta. Per risolvere la situazione si pensò di ricorrere alla Callas. Il problema era che passare da un impegno severo come quello di interpretare Brunilde a quello altrettanto impegnativo di vestire i panni di Elvira ne “I puritani” nel giro di pochi giorni sarebbe stato quasi impossibile per chiunque. Non però per la Callas, la quale tra l’altro non conosceva l’opera belliniana. Nonostante l’accavallarsi dei due impegni e le varie difficoltà la cantante greca nata  a New York ottenne con la sua Elvira un successo strepitoso. Oramai la porta dell’Olimpo della lirica era aperta e la Callas continuò a passare di trionfo in trionfo.

I come Incidenti. Una serata maledetta quella del 2 gennaio 1958. Si in inaugura la stagione lirica al teatro dell’Opera di Roma con la rappresentazione della “Norma” e tra le autorità presenti all’evento vi è anche il capo dello stato Giovanni Gronchi. I giorni precedenti lo spettacolo sono piuttosto complicati perché Maria Callas non sta benissimo ma, grazie all’intervento dei medici, la sera della rappresentazione è in condizione di cantare. Al termine del primo atto però la situazione precipita: la Callas si sente male e non può tornare sulla scena. Con notevole sfoggio di ottimismo i dirigenti del teatro non avevano pensato all’eventualità di dover sostituire la cantante, che era peraltro la star della serata. Tentano, quindi, in tutti i modi di convincere il soprano a tornare sul palco ma la Callas proprio non ce la fa. L’attesa per l’inizio del secondo atto dura un’ora. Il Presidente Giovanni Gronchi e la moglie abbandonano il teatro. A questo punto viene annunciata la sospensione dello spettacolo. La serata prosegue con la Callas prima chiusa in camerino e poi costretta a fuggire per un sottopassaggio al fine di evitare la folla inferocita. Tuoni e fulmini. Gli strascichi di questa vicenda sono terribili: i giornali non credono alle cattive condizioni di salute del grande soprano e le rivolgono accuse di qualsiasi genere, il Teatro dell’Opera di Roma non permette alla cantante di partecipare alle successive recite, avendo trovato una sostituta, e la Divina avvia una causa per rottura del contratto che si concluse solo nel 1971. Dopo quella maledetta serata la Callas non canta più nei teatri italiani. Come dirà ai giornali: “…È stata la giornata più triste della mia carriera…”

M come Medea. Maria Callas è stata una straordinaria interprete di Medea nell’omonima opera lirica in tre atti  di Luigi Cherubini. Il libretto di Francois-Benoit Hoffmann era ispirato alla tragedia greca di Euripide. 

Dopo aver rifiutato in varie occasioni di interpretare il personaggio per il grande schermo Maria Callas viene infine convinta da Pier Paolo Pasolini ad essere la sua Medea cinematografica.
La storia della terribile vendetta di Medea, che abbandonata da Giasone (dal quale ha avuto due figli) per amore di Creusa, uccide la rivale ed i suoi propri figli viene portata sul grande schermo dallo scrittore e regista di Bologna nel 1969. “Medea” appartiene, insieme ad “Edipo re” e “Teorema”, alla fase creativa in cui Pasolini, deluso da una realtà presente che rifiuta, sembra trovare rifugio nel mito. Il suo straordinario eclettismo fa di Pier Paolo Pasolini uno degli artisti italiani più completi del Novecento. Al centro della sua opera vi è il sottoproletariato che popola le borgate romane e che vive in ambienti brutali e degradati. Nel romanzo “Ragazzi di vita” (1955)  sottolinea la vitalità istintiva di questi figli delle periferie che crescevano caoticamente ai bordi di Roma mentre “Una vita violenta” (1959) è il romanzo di formazione di un giovane borgataro che, dopo una vita di furti ed espedienti, prende coscienza della sua appartenenza al popolo e passa all’impegno politico iscrivendosi al Pci. L’opera letteraria di Pasolini comprende anche raccolte di poesie “La meglio gioventù” (1954), “Le ceneri di Gramsci” (1957), “Trasumanar e organizzar” (1971) e di saggi ed articoli come “Empirismo eretico” (1972) e “Scritti corsari” (1975). Il teatro di Pasolini ruota attorno ad alcuni testi cardine: “Bestia da stile”, “Porcile”, “Orgia”, “Pilade” ed “Affabulazione”. In “Affabulazione” la scoperta da parte del padre di come il figlio, sessualmente libero, abbia reciso il cordone ombelicale che lo legava al genitore porta quest’ultimo ad ucciderlo ed a scontare la pena per aver realizzato un “Edipo rovesciato”, in “Orgia” dramma con tre personaggi, un uomo ed una donna si torturano prima del doppio suicidio di due dei tre personaggi presenti sulla scena. Ma il mezzo che Pasolini trova più adatto ad esprimere la propria poetica è il cinema. Esordisce dietro la macchina da presa con “Accattone” (1961), storia di un ladro di borgata che vive alle spalle di due prostitute, mentre l’anno dopo dirige Anna Magnani nei panni di una prostituta che tenta di riscattare la propria vita divenendo rispettabile ma la realtà la farà affogare nuovamente nel dolore e nella disperazione in “Mamma Roma”. Dopo “La ricotta” (1963) e l’epico-religioso “Il Vangelo secondo Matteo” (1964), gira “Uccellacci e Uccellini” (1966) pellicola che tocca argomenti quali il marxismo, il ruolo degli intellettuali ed il futuro del proletariato attraverso le ottime recitazioni di Totò e Ninetto Davoli e la presenza di un corvo parlante. La trilogia “Edipo re” (1967), “Teorema” (1968) e “Medea” (1970) segna un momento di stacco dalla realtà a favore del mito mentre con “Il decameron” (1971), “I racconti di Canterbury” (1972) ed “Il fiore delle Mille e una notte” (1973) innerva di vitalità sessuale ma anche di morte questi intramontabili classici della letteratura. Il postumo “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975) denuncia, attraverso il rapporto sessuale sadico con cui un uomo può dominare un altro, le forme di dominio che degradano i rapporti tra gli esseri umani.

O come Onassis. Nel 1957 Maria Callas incontra l’armatore greco Aristotele Onassis. Lui ha da poco divorziato dall’ ex moglie Athina ed inizia una relazione con la grande cantante lirica. Il loro rapporto dura fino al 1968, anno in cui Onassis sposa Jacqueline Kennedy. Aristotele Onassis ha un' infanzia travagliatissima poiché viene imprigionato e torturato dai turchi che avevano effettuato un massacro per riconquistare Smirne. Riesce a fuggire e ad andare in Argentina. A Buenos Aires fa fortuna e nel 1939 è già in possesso di una flotta di petroliere. Nel 1957 fonda la compagnia aerea “Olympic Airways”. Distrutto dal dolore per la morte del figlio Alessandro, avvenuta nel 1973 in un incidente aereo, muore due anni dopo (15 marzo 1975) a causa di un’infezione broncopolmonare. Secondo il documentario "Callas assoluta" di Philippe Kohly la grande cantante, rimasta incinta di Aristotele Onassis, avrebbe partorito un bambino morto.

P come Puccini. La “Tosca” di Giacomo Puccini è uno dei cavalli di battaglia di Maria Callas (spettacolare la “Tosca” al Covent Garden diretta da Franco Zeffirelli nel 1964). Tra la cantante  e il personaggio pucciniano vi erano molti punti di contatto a livello caratteriale come la passione, la determinazione ed il coraggio. Spesso la grande cantante nata a New York ha interpretato Floria Tosca, donna innamorata costretta a soffrire le pene dell’inferno per difendere il proprio uomo.
Desideroso di conoscere il luogo dove l'amante di Tosca, il pittore Cavaradossi, nasconde Cesare Angelotti, un prigioniero evaso da castel Sant’angelo, il barone Scarpia, capo della polizia, suscita la gelosia della donna al fine di farsi rivelare il nascondiglio. La difficoltà di trovare il fuggiasco spinge Scarpia a far torturare Cavaradossi costringendo al contempo Tosca ad ascoltarne le urla di dolore. Per salvare Cavaradossi dalla condanna che gli è stata inflitta, lei promette di concedersi al capo della polizia che in cambio assicura che la fucilazione del pittore sarà una messinscena. Ma nel finale gli eventi precipitano: Tosca, non riuscendo a trattenere il proprio odio, uccide Scarpia mentre Cavaradossi viene fucilato sul serio e la cantante, disperata, si getta giù da Castel Sant’Angelo.
Giacomo Puccini è uno dei massimi operisti della storia. Proveniente da una famiglia di musicisti rimane presto orfano di padre e comincia a frequentare l’istituto musicale “Pacini”. La svolta nella sua vita avviene quando si presenta ad un concorso indetto dall’editore Sonzogno con l’opera “Le villi”. Che viene bocciata ma anche rappresentata al Teatro dal Verme di Milano. Viene incaricato, insieme al librettista Ferdinando Fontana, di comporre una nuova opera, “Edgar” (1889) che però non ottiene il successo sperato. La sua terza opera “Manon Lescaut” si rivelerà essere un successo straordinario ma la redazione del libretto è travagliatissima, infatti sono costretti ad intervenire nella sua stesura Ruggero Leoncavallo, Marco Praga, Domenica Oliva, Luigi Illica, Giulio Ricordi e Puccini stesso. La rappresentazione del febbraio 1893 al Regio di Torino si trasforma in un trionfo. “La bohème” (1896) segna l’inizio della proficua collaborazione con i librettisti Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. Dal melodramma del drammaturgo francese Victorien Sardou nasce la “Tosca” (libretto del duo Giacosa-Illica) che ottiene un buon successo seppur non ripetendo l’exploit clamoroso della “Manon Lescaut”. Nel luglio del 1900 assiste al dramma “Madama Butterfly” e la franchezza del realismo e la nobile esposizione di temi elementari dell’opera dell’autore statunitense David Belasco lo affascinano al punto da spingerlo a lunghe trattative per acquistarne i diritti. Ma nonostante il grande lavoro suo e di Giacosa ed Illica la prima a Verona nel febbraio del 1904 si rivela un clamoroso insuccesso. L’opera viene riadattata dagli autori e nel maggio dello stesso anno, modificata dopo un accurato lavoro di revisione, la “Madama Butterfly” viene presentata al Teatro Grande di Brescia ed ottiene un successo straordinario. Nel 1910 al Metropolitan di New York la sua “Fanciulla del west” viene accolta con buon entusiasmo dal pubblico. Si tratta ancora una volta di un lavoro di David Belasco (“La fanciulla del west”, 1905) e questa volta il libretto è di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini. Dopo la prima dell’operetta “La Rondine” (27 marzo 1917 a Montecarlo) lavora al trittico (“Il tabarro”, “Suor Angelica” e “Gianni Schicchi”) che viene presentato al Metropolitan di New York nel dicembre del 1918. Con i librettisti Giuseppe Adami e Renato Simoni lavora alla “Turandot”. L’opera rimane incompiuta per la scomparsa di Giacomo Puccini che muore a Bruxelles, dopo un intervento per un tumore alla gola.

S come Solitudine. Duri gli ultimi anni di vita della Callas. La fine del rapporto con Aristotele Onassis ed il successivo matrimonio di questi con Jaqueline Kennedy sono due episodi che segnano il carattere e l’umore di Maria Callas fino ai suoi ultimi giorni. A quarantacinque anni il mondo le crolla addosso e lei non trova più la forza di reagire. Ora l’umore è quanto mai volubile: a momenti di grande euforia succedono devastanti periodi di depressione. Il sollievo arriva da Pasolini e dalla sua “Medea” cinematografica, un’avventura professionale nella quale si butta con anima e corpo. Nonostante l’alto valore artistico del film di Pasolini il pubblico non dedica grandi attenzioni all’opera ed anche la regia della cantante dei “Vespri siciliani” (1973), in occasione della riapertura del Teatro Regio di Torino, non ottiene grandi riscontri. Sempre del 1973 è il tour mondiale che intraprende insieme a Giuseppe Di Stefano. Ma il mondo per lei pian piano si riduce al suo appartamento parigino: evita conoscenti ed amici e, sdraiata sul suo letto in compagnia di sonniferi e analgesici, tenta di intontire il dolore. Il 16 settembre 1977, alle 13,30 si spegne, a Parigi, chiusa nella sua dolente solitudine, una delle stelle più luminose del mondo della lirica.

T come Tebaldi. Definita da Arturo Toscanini “voce d’angelo” e dotata di una naturale eleganza Renata Tebaldi è stata sempre considerata la rivale di Maria Callas. Una rivalità che, forse, veniva alimentata dall’antagonismo che vi era tra i fan più scatenati delle due cantanti liriche. Anche se la competizione tra le due può esser fatta risalire ad un episodio degli anni Cinquanta riportato dal giornalista e consulente editoriale Sergio Vicini nel suo libro “Le 100 grandi donne”: “…Nel 1955 la Scala vuole assolutamente Maria Callas in cartellone. La soprano accetta, ma pone una condizione: deve essere l’unica, il teatro milanese deve scegliere tra lei e la Tebaldi. E la Scala si piega alla volontà della diva. Questo episodio apre ufficialmente la rivalità tra le due soprano…” (Sergio Vicini,“Le 100 grandi donne”, Hobby & Work, 2006). Per "Callas by Callas" a dare fuoco alle polveri sarebbe stata, invece, la Tebaldi: "...La Tebaldi, in una riunione, lanciò la proposta che, trattandosi di un concerto di beneficenza, tutti dovevano impegnarsi a cantare una sola romanza e a non concedere bis. La proposta fu accettata. Tutto filò via tranquillo finché non venne il turno di Renata Tebaldi, che cantò l' "Ave Maria" dell'"Otello" (...) Il pubblico andò in visibilio, applaudiva e chiedeva il bis. Invece di ritirarsi, come avevano fatto gli altri, la Tebaldi iniziò una seconda romanza, e poi ne eseguì una terza (...) La Callas invece andò su tutte le furie..." (Renzo e Roberto Allegri, "Callas by Callas", Mondadori, Milano, 2002). Comunque sia, quella di Renata Tebaldi è una delle voci di soprano più belle degli ultimi cento anni. Il suo debutto avviene a Rovigo nel 1944 nel melodramma “Mefistofele” del poeta e compositore Arrigo Boito. Dotata di un timbro estremamente puro e limpido è stata una grande interprete delle opere di Giacomo Puccini (“La Bohème”, “Madama Butterfly”, “Tosca”, “La fanciulla del west”), di Giuseppe Verdi (“Otello”) e di Francesco Cilea (“Adriana Lecouvreur”). Nel 1948 esordisce all’Opera di Roma ed all’Arena di Verona. Dallo stesso anno comincia anche ad esibirsi alla Scala di Milano (indimenticabile l’”Andrea Chenier” che interpreta al fianco di Mario Del Monaco nel 1959-1960) mentre dal 1951 canta ogni anno al Metropolitan di New York.

V come Visconti. Con la storica "Traviata" alla Scala del maggio del 1955 la popolarità di Maria Callas arriva alle stelle. La sua grande performance canora la mette sotto le luci dei riflettori dei media: radio, televisione, giornali hanno trovato una stella alla quale dedicare le loro attenzioni. La regia della memorabile rappresentazione era di Luchino Visconti e la direzione dell’orchestra era di Carlo Maria Giulini.
Visconti ammirava le straordinarie doti interpretative della Callas e cercava di non mancare agli spettacoli che vedevano protagonista la celebre cantante di origini greche, Maria Callas d’altro canto teneva in grande considerazione l’intelligenza e le qualità artistiche del regista milanese. Dell’amicizia tra due così notevoli personalità ha tratto beneficio tutto il mondo dello spettacolo.
Luchino Visconti è una figura fondamentale per il rinnovamento culturale e cinematografico dell’Italia del secondo dopoguerra. Grande regista teatrale e cinematografico, per la sua visione del mondo antiborghese è stato ritenuto per anni uno dei pochi intellettuali italiani in grado di servirsi dell’arte per incidere sulla realtà che lo circondava. Dopo aver realizzato due capolavori antesignani del neorealismo quali “Ossessione” (1943) e “La terra trema” (1948) nel 1951 Visconti dirige un’amara critica dell’ipocrisia del mondo del cinema come  “Bellissima”, film impreziosito dalla splendida recitazione di Anna Magnani nei panni di una popolana. Con “Senso” (1954) torna a mettere in scena l’amore travolgente attraverso il racconto della dolorosa storia di passione e tradimenti tra la contessa Livia Serpieri e il giovane tenente austriaco Franz. Il militare tradisce la patria cercando in tutti i modi di farsi esonerare dal servizio militare per evitare il fronte (tradisce anche l’amata facendosi trovare in compagnia di una prostituta), la contessa dapprima dà all’amante i soldi che dovevano servire per sostenere la causa patriottica, poi scoperto il tradimento dell’uomo ne denuncia la diserzione facendolo condannare alla fucilazione. Si tratta di un melodramma di forti passioni, ispirato ad una novella dello scrittore scapigliato Camillo Boito, che, attraverso il racconto di una storia di amore calata in epoca risorgimentale, descrive la “lotta di classe” tra la borghesia del Belpaese e l’aristocrazia austro-ungarica. Da Dostoevskij trae “Le notti bianche” (1957) in cui, nella soffocante e nebbiosa ambientazione di un porto, vengono esaltate la purezza dei sentimenti e la fedeltà ai propri ideali. Vincitore del Premio Speciale della Giuria della Mostra del cinema di Venezia del 1960, “Rocco e i suoi fratelli” ha una storia travagliatissima a causa degli accenni allo stupro e all’omosessualità contenuti nella pellicola che crearono numerosi problemi con la censura e fecero si che l’opera fosse accompagnata dal divieto ai minori di diciotto anni fino al 1969, anno in cui veniva sottoposta ad una serie di tagli. Il dramma quotidiano di una famiglia di contadini lucani che si trasferisce a Milano durante il boom economico viene raccontato attraverso immagini di classica bellezza. La descrizione di un mondo proletario rozzo e sottosviluppato, il racconto della disgregazione di una famiglia contadina posta a confronto con i valori della società industriale, la contrapposizione tra il delicato e breve idillio tra Rocco e Nadia ed un mondo dominato dalla violenza e dalla passionalità esasperata scorrono sullo schermo con i modi della tragedia greca e la schiettezza di una regia che alle allusioni preferisce la descrizione esplicita e diretta. Dopo il capolavoro “Il gattopardo” (1963), tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, realizza alcuni lavori più esteriori e convenzionali come “Vaghe stelle dell’Orsa” (1965)  e “Lo straniero” (1967). Nel 1969 gira “La caduta degli dei”, un apocalittico affresco della decadenza di una famiglia tedesca di industriali metallurgici durante l’ascesa del nazismo al potere, che simboleggia la malattia della borghesia europea e il diabolico avanzare del male. Da Thomas Mann trae il suo delizioso e tormentato “La morte a Venezia”, film sul conflitto tra arte e vita raffigurato attraverso l’innamoramento senile di un omosessuale per un ragazzo, in cui vede incarnato il proprio ideale di bellezza. Splendido e funereo è, invece,“Ludwig” che tratteggia la figura di Ludwig di Wittelsbach, il re di Baviera che, considerato infermo di mente, venne deposto nel 1866 e che era un amante dei castelli da favola e della musica di Wagner, del quale fu un grande mecenate. Il letale incontro tra un  intellettuale isolato nella sua cultura e nei suoi libri con una volgare famiglia borghese di nuova generazione è al centro di “Gruppo di famiglia in un interno” (1974), mentre, poco prima di morire,  realizza il dannunziano e decadente “L’innocente” (1976).

Z come Zeffirelli. Dopo averla diretta in un’indimenticabile “Traviata” (1957-58) all’Opera di Dallas, una “Tosca” al Covent Garden (1964) ed in una spettacolare messinscena della “Norma” a Parigi, nel 2002 Franco Zeffirelli dedica a Maria Callas il film “Callas forever”. È il sentito e sincero omaggio alla cantante di chi, oltre ad averci lavorato insieme, è stato un suo grande amico. Gli ultimi mesi di vita della Callas vengono ricostruiti in un film di grande classe interpretato magistralmente da Fanny Ardant e Jeremy Irons. Un ruolo fondamentale nella formazione di Franco Zeffirelli ha Luchino Visconti, del quale il regista fiorentino fu assistente (lavorò anche con Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica e Roberto Rossellini), e che lo volle come scenografo per allestimenti di Anton Cechov, William Shakespeare e Tennessee Williams. Di grande valore è la sua carriera di regista lirico della quale, oltre alle già citate opere con la Callas, ricordiamo “Don Giovanni”, “Otello”, “Tosca” e “Turandot” al Metropolitan di New York, “Lucia di Lamermoor” e “Rigoletto” al Coven Garden di Londra, “Bohème”, “Pagliacci” e “Turandot” alla Scala di Milano. Notevole il sui lavoro come regista teatrale (“Otello” di William Shakespeare al Festival di Stratford-on-Avon, “Romeo e Giulietta” e “Amleto” sempre di Shakespeare, “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Edward Albee, “Dopo la caduta” di Arthur Miller). Nel 1957 esordisce dietro la macchina da presa con la commedia interpretata da Nino Manfredi e Marisa Allasio “Camping”. Nel 1967 porta sul grande schermo la Shakespeariana “Bisbetica domata” in una pellicola arricchita dalle interpretazioni di Richard Burton ed Elizabeth Taylor. L’anno seguente porta di nuovo Shakespeare al cinema realizzando la versione cinematografica di “Romeo e Giulietta”. Impeccabile nella cura dei dettagli e nella confezione è anche la mistica biografia di San Francesco “Fratello sole, sorella luna” (1971). Del 1979 è il commovente “Il campione” rifacimento dell’omonimo film di King Vidor del 1931, mentre nel 1990 torna a filmare Shakespeare dirigendo il divo Mel Gibson in “Amleto”. Realizza i letterari “Storia di una capinera” (1993), tratto dal romanzo di Giovanni Verga, e “Jane Eyre” (1995), ispirato al romanzo di Charlotte Bronte. Nel 1999 ripercorre la storia del nostro paese rivisitando il periodo del Ventennio in “Un tè con Mussolini”. Per la televisione realizza uno straordinario affresco sulla vita di Cristo “Gesù di Nazareth” (1977) sceneggiato kolossal che vede tra i protagonisti Anne Bancroft, Claudia Cardinale, Michael York, James Mason, Ernest Borgnine, Anthony Quinn, Laurence Olivier e Peter Ustinov.

Nel brano che stai ascoltando Maria Callas canta
"È strano" dalla Traviata di Giuseppe Verdi


 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Come in un sogno
di Carla Benedetti

Ha un fascino particolare questo dialogo di Pasolini con il produttore. Vi si respira una gaiezza, un'euforia da progetto che sta per realizzarsi. I sopralluoghi sono già stati fatti, ma le riprese non sono ancora cominciate. Entriamo nella fucina dell'opera proprio nel momento in cui le idee artistiche sbarcano nel mondo reale, si confrontano con i vincoli posti dai luoghi e dalle cose, con i problemi pratici ("Vediamo il cielo sia sotto che sopra. Si può fare col trucco del cristallo, o no?"). E tutto ha una sua bellezza. È ancora il progetto, certo, ma è come soffuso di sogno: il sogno di un'opera da farsi. "Perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?", dirà un anno dopo Pasolini nel Decameron, recitando nei panni di allievo di Giotto
In questo stadio persino le incertezze del regista ("Potrei fare così, oppure così.") appaiono non come dubbi da superare,ma come un meraviglioso serbatoio di possibilità, da mantenere compresenti. Tutto resta così in uno stato potenziale, nell'interregno tra il progetto e la sua realizzazione. È la forma-progetto di cui Pasolini ha appena scoperto la possibilità negli 'Appunti per un film sull'India': una serie di immagini accompagnate dalla voce del regista che spiega ciò che ha in mente di fare - proprio come ora sta facendo con il produttore. Poi questa forma verrà estesa anche alla scrittura romanzesca, nella Divina mimesis e in Petrolio. Quest'ultima opera si presenta come una serie di appunti per un'opera da farsi. L'autore spiega al lettore il libro che ha in mente, restando sempre un gradino più in qua della realizzazione. Non diventa mai narratore, ma solo voce che espone un progetto, da cui si viene coinvolti sempre più, quasi fosse l'opera finita. 
(L'Espresso)

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A Bologna il 18 ottobre fino all'8 dicembre 2007 alla galleria Ta Matete (via Santo Stefano 17/A, Bologna): 'Pasolini, Callas e Medea', mostra organizzata da FMR e dalla Cineteca di Bologna, propone una settantina di foto mai viste, scattate da Mario Tursi durante la lavorazione del film. Dalle immagini e dai testi, in gran parte inediti, raccolti nel catalogo, emerge il feeling tra regista e cantante. La Galleria bolognese prevede ulteriori iniziative, incontri, conferenze sul tema proposto dalla mostra.


 

 


La voce, gli amori, il mito. Maria Callas, di Massimo Penna

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